Visto da noi: Hammamet, il crepuscolare Craxi di Amelio con un eccellente Favino

di Nicole Chiassarini

Hammamet è il nuovo film di Gianni Amelio sugli ultimi mesi di vita di un ormai crepuscolare Bettino Craxi successivamente alle vicende politiche e legali che lo hanno costretto a lasciare l’Italia per trasferirsi ad Hammamet, e interpretato da un magistrale Favino che, però, non riesce del tutto a salvare il film.

Siamo alla fine del secolo scorso, il Presidente Craxi, condannato per corruzione e finanziamenti illeciti, decide di lasciare Milano e di trasferirsi in Tunisia. In questo esilio volontario viene seguito dalla moglie e la figlia, nonché dalla malattia che pian piano lo sta portando in decadenza. Il secondogenito, invece, decide di restare in Italia per tentare di riabilitare l’immagine del padre e gestire l’eredità politica. In questi ultimi mesi lo raggiungono in pochi, tra cui il figlio dell’ex compagno di partito Vittorio ormai morto suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice. Questo con una telecamera e una pistola nello zaino diventerà l’erede delle ultime testimonianze del politico, quelle che non conosce nessuno. Ormai sono gli ultimi istanti di un uomo, un politico, che lo vedranno dibattersi tra la malattia, la solitudine e il rancore.

In questo film, Gianni Amelio ha voluto riportare in vita con struggente impatto gli ultimi momenti di un uomo stremato, colmo di tristezza, solo e dominato da pulsioni contrapposte. L’immagine forte di chi, malato, si sente dire che fa la bella vita venendo poi spintonato e fischiato. Nella pellicola non sono presenti particolari scene inerenti la carriera politica del Presidente, ed è proprio questa l’idea del regista: raccontare la persona dietro il politico, le sue sofferenze, o semplicemente la sua vita, tralasciando errori e macchinazioni in secondo piano perché «queste cose non le ho fatte solo io», quindi mostrando il lato più umano di un uomo che a modo suo ama la propria famiglia e si detesta per quello che le ha fatto passare.

In Hammamet Bettino Craxi è interpretato da uno straordinario Pierfrancesco Favino, il quale, oltre le sue ormai constatate capacità attoriali, è riuscito a imitare perfettamente voce e accento del politico, regalandoci un decadente e crepuscolare Craxi. Ma non solo, anche lo stesso aspetto, subendo ben cinque ore di trucco ogni giorno per poter arrivare a somigliarli. Un lavoro da Oscar, al pari di L’Ora Più Buia, dove Gary Oldman subì un’incredibile trasformazione per somigliare al Primo Ministro Winston Churchill. C’è spazio anche per il cabaret, per velate critiche a D’Alema e Berlusconi, un ultimo saluto a Omero Antonutti, in un film addolcito però da una bella, seppur semplice, fotografia di Luan Amelio Ujkaj e da una colonna sonora di Nicola Piovani che gioca genialmente con il tema de L’Internazionale.

Ma tutto questo non basta per rendere eccellente il prodotto di Amelio, infatti una nota di demerito va a quasi tutto il resto del cast, piatto e troppo inespressivo, come se volessero far spiccare solo la figura del protagonista, ma con il risultato di non essere riusciti a dare particolare spessore al contesto intorno a esso: come la moglie di Craxi (Silvia Cohen) quasi totalmente assente e inespressiva se non in pochissime scene, o l’amante (Claudia Gerini), la quale ha reso la scena con il personaggio più importante per il politico di poco spessore, quasi irrilevante. Diverso il discorso per Livia Rossi, che ha interpretato la figlia del Presidente con estrema grazia ed empatia, riuscendo nell’intento di enfatizzare i tratti umani e disperati del padre. Anche la sceneggiatura presenta dei difetti, dando per scontato troppi eventi e personaggi, senza neanche presentarli, e lasciando lo spettatore confuso. Il regista, per raccontare una figura colossale e oscura della nostra storia, ha scelto un percorso ibrido, a metà tra biopic, surreale e metaforico. Un lavoro poco chiaro e che presenta alcune lacune, rendendo il tutto incerto, in particolare una prima parte confusa e priva di spunti considerevoli. Un’incertezza aggravata, appunto, dal fatto di non avere stimoli dai personaggi che ruotano intorno al protagonista e dichiarando, ancora una volta, come il centro di tutto sia solo ed esclusivamente Favino. Ma anche i dialoghi non hanno reso al meglio le potenzialità della pellicola, rendendola a tratti troppo lenta e sconclusionata.

Hammamet è un film che, nonostante cerchi di mostrare un lato più umano di un uomo discusso, amato e odiato, rimpianto, poi dimenticato e oggi riportato in vita da un grandissimo Pierfrancesco Favino, risulta troppo poco ambizioso rispetto a molti altre pellicole che hanno saputo essere ben più efficaci, pur nella loro eterogeneità, nel descrivere i loro protagonisti ridicolizzandoli, ingigantendoli e facendo arrivare l’anima di quegli uomini.

Film visto il 10 gennaio 2020 alle ore 20.00 presso la sala 4 Antenna ADSL del CineTuscia Village.

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