Le “pillole” sono fatte anche di carne e ossa, ovverosia di personaggi singolari e sconosciuti che in una località incarnano umori e sentimenti condivisi, come accade per una maschera. Oggi parliamo di uno di loro, che a Viterbo hanno tutti conosciuto o di cui hanno almeno sentito parlare. I suoi nodi di essere, di dire e di fare ce lo rendono simpatico e comune a molte altre località.
Numero uno sulle spalle e tanta voglia di giocare a pallone fin da giovanissimo nelle squadre minori della Viterbo anni Cinquanta-Settanta sui campetti terrosi delle periferie (Cappuccini, Murialdo, Pianoscarano, San Pietro, La Quercia…) quando il portiere (che pochi volevano fare) indossava solitamente la maglia nera con gomiti rinforzati, i ginocchini, i calzoncini imbottiti sui fianchi, i guanti multiuso (nel senso che si mettevano anche per andare a spasso), il sospensorio (per proteggere i “gabbasisi”), le cavigliere a vista sui calzettoni legati con lo spago, i parastinchi con stecche di legno e il cappelletto para-sole o para-freddo. Parliamo di un “numero uno” speciale per bonaria semplicità, simpatia e nostalgia: amicone di tutti, spavaldo, generoso, allegro, anche spaccone, quando raccontava le sue imprese tra i pali.
Franco Piacentini (1934-2006) da Viterbo (veniva da via San Lorenzo dove abitava fin da ragazzo al civico 51). Per gli amici Staccolino, soprannome appioppatogli per il vizio incontrollato di tenere le dita nel naso. In quegli anni era diffusa l’abitudine dei nomignoli. Tra i giocatori di pallone, a memoria ricordo quelli di Puntanera, Gnigno, Ajio e Ojo, Picchio e Palla, Rosichino, Bongo, Cagnara, Cicala e molti altri.
Staccolino – aggregato ad una nidiata di sette figli tutti addosso a mamma Teresa – faceva il muratore (anche mattonatore e pittore), inizialmente in ditta col padre Virgilio, poi in proprio. Sul lavoro era rigoroso, responsabile e preciso. Oggi si direbbe altamente professionale. Si sposò nel 1971 con Maria, originaria di Soriano nel Cimino dove celebrò le nozze nella chiesa di Sant’Eutizio.
Nel tempo libero Staccolino presidiava la porta di squadre amatoriali allestite alla meno peggio con passione e pochi mezzi, tra cui la mitica Viaggiante, una sorta di nazionale multi-paesana, con giocatori di varie provenienze del Viterbese. Si esibiva con gesti plateali e pose plastiche nel nome nel ricordo di idoli come Bacigalupo del grande Torino e Sentimenti IV della Juventus . Diceva di avere un dito della mano più lungo del normale che gli consentiva un vantaggio nelle parate più insidiose. Dopo un “tuffo” restava a terra qualche secondo con il pallone serrato nella mani in attesa dell’applauso. Si vantava di possedere una presa di ferro. “Io il pallone l’agguanto dal curiolo”, cioè da quella stringa di cuoio che chiudeva la fessura esterna da cui emergeva il budelletto della camera d’aria. Nei calci di rigore aveva anche il potere di ipnotizzare l’avversario ripetendogli più volte “Tanto te lo paro”. Qualche volta funzionava con il pallone calciato fuori.
Di lui se ne raccontano tante a conferma che in quegli anni il gioco del calcio non era contaminato dalle pulsioni di oggi, ma veniva considerato come un modo spontaneo e piacevole di fare sport e di stare insieme. Una vulgata popolare ci racconta che da portiere di riserva di una squadra in trasferta ad Acquapendente, entrò nella ripresa a risultato acquisito (i compagni vincevano per sei a zero). Prese 6 gol di fila e finì sei a sei.
“Lasciala che va in America” avrebbe detto al suo difensore su un palla alta ritenuta innocua. Aveva però calcolato male la traiettoria e fu gol. A Blera prima dell’inizio della gara sistemò due tufi sulla linea di porta e ci salì sopra. All’arbitro disse che da lì avrebbe visto meglio il campo. In effetti il terreno era molto ondulato e a schiena d’asino. L’aneddoto più curioso ci viene da Graffignano dove la rete di recinzione del campo era addossata ad un casolare. Quando la palla uscì, lui frettolosamente l’andò a recuperare e tirò il fallo laterale dalla finestra poiché, disse, che non aveva lo spazio necessario. Anche giocherellone quando d’accordo con un compagno di squadra utilizzò un pallone medicinale (sistemato furtivamente a bordo campo) per un fallo laterale che venne colpito di testa da un altro compagno con conseguenze immaginabili. Fantozzi non era ancora nato.
A quarant’anni suonati attaccò le scarpe al chiodo. Da pensionato alla fine degli anni Novanta si trasferì con moglie e figlia in via Montenero nel quartiere dei Cappuccini a Viterbo e si dedicò al volontariato. come assistente sociale del comune. Sorvegliava i giardinetti nelle varie periferie della città. A Pratogiardino (villa comunale della città) aiutava a custodire le aiuole e controllare che non venissero danneggiate o calpestate. Lo faceva in modo garbato e amichevole, come è sempre stato il suo comportamento. Lo abbiamo visto anche promotore di gite sociali nelle città limitrofe con ragazzi ed anziani. Morì per un ictus a 72 anni. Potete andarlo a trovare nel cimitero nuovo di Viterbo dove vi accoglierà con un sorriso.
Nella foto, il primo in alto a sinistra con la divisa da portiere
L’autore*
Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

























