Il libro in tasca-Il regalo

Chiara Mezzetti

I.
In camera da letto, sulla sedia ci sono un po’ di vestiti sgualciti. C’è un paio di pantaloni che toccano terra e la manica di un maglione che penzola al lato dello schienale. Il matrimoniale è sfatto solo sul lato sinistro, dove il lenzuolo si arriccia intorno al plaid e il cuscino è stretto da una piega al centro. La musica lì arriva ovattata. Come un sibilo di sottofondo che si appoggia sulla persiana, accostata per cambiare l’aria della notte. La melodia si scontra con le pareti albicocca, rimbalza e si perde in brandelli accucciati ai vertici degli angoli, insieme a qualche batuffolo di polvere. La radio è nel soggiorno. Lì, all’ingresso. Chi arriva deve sentire la musica. Deve sentire il calore.
Il salotto è molto luminoso, «un open space dove i vostri bambini potranno giocare in tranquillità. Niente spigoli vivi, tanta luce, luce da vendere».
Laura ha addobbato bene tutto. Ha tirato fuori lo scatolone con scritto Natale in stampatello con il pennarello indelebile. Si è accovacciata e di lena ha tirato fuori tutte le decorazioni, spargendo brillantini sul pavimento e alcuni aghi dell’abete di plastica da montare in tre semplici mosse.
Di mosse ce ne sono volute un po’ di più, ma alla fine l’albero è venuto bene. Con il giusto bilanciamento di palline e fiocchi sul davanti. Il retro è un po’ più spoglio. Non bastavano le decorazioni e in fondo, il dietro, lo vede solo lei, quando passa per spolverare l’ultimo centimetro di muro.
Ha appeso una ghirlanda sulla porta, ha chiuso un occhio per vedere se era dritta. Si è passata l’avambraccio sulla fronte per asciugare il sudore e come premio ha stappato una bottiglia di vino e se l’è versato in un calice.
Ha caricato tutte le cianfrusaglie spalmate sul tavolo da pranzo e le ha portate in massa nello studio. Le ha lasciate sulla scrivania. Ha buttato un occhio sul divano-letto.
Giovanni non è mai stato capace di rifarlo. Sotto la coperta si vedeva il rigonfiamento del lenzuolo che non era stato steso bene e il davanti strusciava per terra. Si è dimenticato anche di aprire la finestra per cambiare l’aria. L’aria si deve cambiare sempre, sennò l’ossigeno manca, la luce non entra e ti ritrovi a soffocare nel sonno, nella puzza di consumato, strangolato dalle lenzuola arricciate. Si è avvicinata alla persiana e l’ha spalancata. Ha tirato una boccata di sole e ha immaginato la faccia della sua bambina.
Di sicuro sarebbe venuta bionda, con un’espressione birichina stampata in faccia. E lei si sarebbe spolmonata per chiamarla dalla finestra, per dirle che era tempo di rientrare. «Sara, a cena» avrebbe gridato. Avrebbe passato la vita appesa ai suoi capricci, combattuta su quale fosse la cosa giusta da fare. Un martirio continuo tra cedere o resistere. Avrebbe vissuto in trincea, se fosse stata una madre. E invece è solo una donna.
II.
Nello studio ci è poi rientrata un’altra volta. Qualche giorno dopo. Si è detta che era per prendere un libro dallo scaffale. Ma alla libreria non si è nemmeno avvicinata. Non ha nemmeno fatto finta. Si è appoggiata all’angolo della porta e ha osservato il divano-letto rifatto male. Ancora.
Come si erano ridotti così lei e Giovanni? Qual era stata la molla, il momento preciso in cui s’erano detti addio ed erano andati a vivere in stanze diverse? Stanze separate da corridoi albicocca lunghissimi, ettari di silenzio e angoli incatramati di sporcizia. Quando quella casa era diventata un campo minato, e loro due soldati che giocano a scappare, nella speranza di non scoppiare su una bomba. È perché un figlio ci vuole, tiene uniti, fa fare pace. E loro un figlio non ce l’avevano.
È perché col tempo si cambia, bisogna saperlo accettare, arrivare a un compromesso, abbozzare insomma.
O forse, era l’ossigeno che era venuto a mancare. Avevano lasciato la finestra chiusa per troppo tempo e l’aria s’era impuzzolita, logorata fino a prosciugarsi. Il soffitto s’era infeltrito dei fiati della notte, e l’atmosfera si era appesantita fino a piegare il letto, bloccare la musica, crepare le pareti.
Laura si è avvicinata alla persiana per aprirla. Ben stirato sulla sedia ha visto il piumino di Giovanni. Ha pensato che il suo posto fosse nell’armadio. Che per andarlo a prendere, se non voleva crepare di freddo, sarebbe dovuto passare in camera.
Lo ha preso in mano. Era pesante. Come se nelle tasche avesse nascosto massi e pietre. Ha fatto scivolare il palmo sul tessuto lucido. E ha infilato le dita nella tasca. Vuota. Ha cercato anche nell’altra. Vuota anche questa. Ha aperto il giubbotto e ha tastato la tasca interna, chiusa da una zip minuscola. Rigida. La fodera era sformata da un perimetro rettangolare in rilievo. Ha fatto scivolare la zip con un tocco leggero. Ha estratto una scatola bianca, sigillata da un nastro rosa. Ha tirato il filo fino a sciogliere il fiocco. Ha aperto la scatola. Nella spugna bianca all’interno ha visto incastonati due orecchini. Un brillantino luminoso con sotto attaccata una perla avorio. Il bigliettino ruvido, imbevuto di profumo, recitava:
“A noi, nonostante tutto, contro tutti. Buon Natale Amore mio. Tuo Giovanni”
Ha sfiorato la perla con il polpastrello. Le è sfuggito un sorriso al lato della bocca. Ha rimesso il biglietto nella posizione iniziale, ha richiuso con cura il pacchetto col nastro e lo ha rimesso nella taschina interna. Ha sistemato le tasche del giubbotto al dritto e lo ha riappoggiato sulla sedia.
Erano solo pochi grammi. Ma a lei erano sembrati chili, quintali di differenza rispetto al solito peso. Quest’anno sarebbe stato un Natale diverso. Sotto l’albero, forse, avrebbe ritrovato suo marito. Non ha più aperto la persiana, ha buttato un ultimo sguardo al giubbotto ed è tornata ad occuparsi delle altre stanze.
III.
Per la cena del 24 ha preparato gli gnocchi agli scampi. Pescespada e patate. È una settimana che cucina e spizzica i supermercati e le pescherie. Per prendere il meglio del meglio. Per accaparrarsi il miglior pescespada del paese, il vino più lussuoso, il formaggio più cremoso.
Ha provato allo specchio l’espressione sorpresa da fare di fronte alla scatolina col nastro. Anche se nessuna è lontanamente paragonabile a quella che deve aver fatto in quella stanza, con in mano il giubbotto. L’avrebbe abbracciato. Una stretta forte. Avrebbe annusato l’odore della sua pelle sul collo. Avrebbe fatto un milione di domande.
«Dove l’hai preso? Come ti è venuta l’idea degli orecchini? Il biglietto, poi… Quanto hai speso? Non ce n’era bisogno davvero…Spero non troppo, abbiamo ancora quattro rate del mutuo. Però grazie, grazie davvero…Mi dispiace per…per tutto…Non so come…»
Lui l’avrebbe aiutata a indossarli. Le avrebbe stretto il lobo piano e ci avrebbe infilato il brillantino senza che lei lo sentisse entrare nel foro. Le avrebbe detto «Stai benissimo». Solo questo. Perché Giovanni non è tipo da tanti discorsi, non si dilunga. E a lei sarebbe bastato. Non è nemmeno un tipo da orecchini di perle. Deve averglieli consigliati qualcuno. Deve essersi confidato con un amico, un collega magari. E deve avergli detto di amarla, e che però le cose non procedono per il verso giusto da un po’. Che lei è distante e algida, invalicabile. Non ha specificato che dormono in stanze diverse, ma l’ha lasciato intendere. E il suo collega deve avergli fatto una battuta. Una pacca sulla spalla e «le donne si fanno felici con poco, basta un gioiellino».
Laura ha fantasticato anche sull’occasione in cui li avrebbe indossati. Quella non è roba da tutti i giorni, da mettere in ufficio. Le perle sono per cambiarsi, per andare alle cene, alle feste. E anche se non c’erano occasioni in vista, era sicura che queste sarebbero apparse, quasi trascinate da quegli orecchini fino a lei. L’avrebbero invitata. Tutto si sarebbe messo a girare per il verso giusto.
Laura ha apparecchiato per due. Bicchieri del servizio buono, piatti del servizio buono, posate del servizio buono. Ha osservato la tavola pronta e ha provato sollievo. Per troppo tempo il servizio buono è rimasto nella credenza a impolverarsi, a invecchiare. E se si rompe, e se si sbecca, pazienza, se ne compra un altro. Ha preso le paste in pasticceria. Il cannolo siciliano, il bignè alla nocciola, il diplomatico. Li ha fatti sistemare in un bel cabaret. Ha comprato anche un orologio. L’ha visto in vetrina, al centro commerciale. Si è innamorata del quadrante blu cobalto, dei numeri incisi in oro bianco, del cinturino in coccodrillo frastagliato di crepe. L’ha fatto impacchettare bene, con una coccarda argento sulla scatolina. L’ha nascosta nella borsetta. Ha scritto un biglietto:
“Buon Natale amore mio. Ricominciamo da qui, ricominciamo da noi. Un bacio, Laura”
IV.
I piatti sporchi sbucano dal lavandino. I bicchieri invece li hanno lasciati sul tavolo. Laura si è seduta sul divano, e con un colpo della mano sul cuscino ha fatto segno a Giovanni di raggiungerla. Lui ha annuito e si è seduto accanto a lei. Ora, per qualche secondo, si guardano negli occhi. Laura insegue le sue pupille da un occhio all’altro, cercando di catturare lo sguardo nel suo insieme, di guardarle entrambe in contemporanea. Giovanni fa lo stesso, e le pupille si incontrano rapide tra un guizzo e l’altro nell’orbita.
«Scambiamoci i regali» gli suggerisce Laura, e gli sfiora la spalla. Giovanni di nuovo annuisce senza parlare. Laura allunga verso di lui la scatola con l’orologio. Giovanni sorride: «è bellissimo, grazie. Ma non dovevi…io…sono un po’ in imbarazzo…Non…ecco…» legge il biglietto. I suoi occhi si allargano sopra le rughe della fronte. Guarda Laura e non dice niente. Estrae dal giubbotto un pacchetto colorato. Non è la scatolina bianca con il nastro rosa che Laura ha visto nello studio. Questo è un pacchetto morbido, chiuso con lo scotch. Senza biglietto. Laura lo afferra a piene mani. Strappa la carta.
«Visto che hai sempre freddo, poi con la cervicale…Mi sembrava utile» Giovanni prova a spezzare il silenzio che adesso riempie il salotto pieno di luce, luce da vendere. Capisce di aver preso un angolo vivo, di aver commesso un altro, grande errore. Ma non riesce a capire quale. «Poi se non ti piace il colore puoi cambiarla, l’ho presa giù da Carlo. Ce l’hanno anche in rosso, viola e azzurro se grigia non ti piace».
Laura osserva il pacchetto lacerato tra le mani. Poi si sposta di nuovo su Giovanni. Indaga per qualche secondo i suoi occhi. Per scoprirci dentro chi è lei. Per vedere l’immagine di quella donna riflessa nell’iride. Per vederla con gli orecchini di perla, che tiene in mano il suo cuore, che ingoia i suoi baci. Vorrebbe chiedergli chi è, come è successo. Dove si sono conosciuti, cosa ci abbia trovato. E picchiarlo, insultarlo, odiarlo. E litigare fino a fare l’amore, fino a gridarla via quella donna che è solo un diversivo. Uno stereo col volume al massimo e niente più. Ma Laura è solo una donna.
«È bellissima. Grazie»
Gli scocca un bacio sulla guancia e si avvicina al lavandino per lavare i piatti.

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