La talentuosa Rebecca Antonaci, classe 2004 e viterbese doc, è una delle giovani promesse del cinema italiano. A metterlo nero su bianco è l’Associazione della Stampa Estera in Italia che nel 2024 le ha assegnato il prestigioso Globo d’oro per l’interpretazione di Mimosa, la protagonista di “Finalmente l’alba”, scritto e diretto da Saverio Costanzo. Mentre con infaticabile pragmatismo la stella nascente continua a tessere la sua carriera (la vedremo presto sul grande schermo per due note firme della cinematografia nostrana), su scala locale è il Tuscia Film Fest a consegnarla finalmente all’abbraccio del pubblico di Piazza San Lorenzo: qui lo scorso 15 luglio Rebecca Antonaci ha presentato “Primavera”, opera prima del regista teatrale Damiano Michieletto. In punta di piedi si è raccontata trainata da un’inedita magia: “È stato emozionante parlare a una platea speciale, sentire la vicinanza dei miei affetti più cari”.
Domanda di rito: com’è avvenuto l’incontro con la recitazione?
Non c’è stata premeditazione, tutto è accaduto in modo naturale. Sin da bambina ho sperimentato diverse forme d’arte: la danza, il canto e la recitazione. Per molto tempo mi sono limitata a seguire i consigli dei miei maestri. Provino dopo provino ho maturato la consapevolezza che quello dell’attrice è il mestiere che voglio fare.
Da “Don Matteo” al cinema d’autore, scorrendo il tuo curriculum artistico si contano diversi ruoli di primo piano. Nel tuo intimo, che visione hai di te stessa?
Mi sento alle armi iniziali. Non ho la percezione di essere arrivata al cosiddetto successo, anzi sono più le volte in cui mi misuro con la messa discussione.
Quand’è che una giovane attrice fa autocritica senza rimanerne paralizzata?
Quando ti dicono di no a un provino, cosa che statisticamente avviene nove volte su dieci. Dietro un grande successo ci sono altrettanti progetti che non vanno a buon fine: questo è un qualcosa di fisiologico con cui è importante fare i conti. Mi è capitato di innamorarmi perdutamente di progetti per i quali non sono stata scelta. Con l’esperienza ho imparato a soppesare i no, a fare in modo che i rifiuti non siano motivo di svalutazione bensì di crescita.
Qual è stato il “sì” che ti ha permesso di fare una rotazione professionale?
Quello di Saverio Costanzo. È stato magico il modo in cui mi si è aperto il cinema d’autore. All’epoca avevo 16 anni, ero quindi in parte inconsapevole di avere sulle spalle un progetto autoriale così importante. Mi sono lasciata guidare e ispirare dal regista. Quei due mesi intensi di lavoro e riprese mi hanno cambiata profondamente.
Se chiudi gli occhi a che attrice pensi?
A Giulietta Masina: mi ha spiazzata, la trovo unica. Per prepararmi ad entrare nel personaggio di Mimosa, Saverio Costanzo mi ha spinta a studiare le opere di Fellini. Due altre grandi attrici, due “mostri” sacri, per me sono Gena Rowlands e Meryl Streep.
In una società in cui il narcisismo cannibalizza l’intimità e la privacy, tu fai eccezione. Perché la scelta di tenere un “profilo basso” sui social?
Non ho mai avuto l’impulso di raccontarmi attraverso i social. Uso Instagram per lavoro, per il resto considero lo scroll un’inutile perdita di tempo, che alimenta solo frustrazioni. Non è una scelta radicale, è solo che non è nelle mie corde.
Vivi a Roma per scelta e per lavoro, mantenendo un legame con le tue radici viterbesi. Cos’è che rende ancora più forte il grado di separazione che ti allontana dalla tua città natale?
Sotto il profilo culturale la mancanza di un cinema. Mi rattrista profondamente sapere che Viterbo non abbia un cinema cittadino degno di questo nome. Per me questo stato delle cose è doppiamente doloroso.



























