Vitorchiano on the road, a ritrovare le antiche Vie

Di Luciano Pasquini

Vitorchiano, splendido borgo medievale della Tuscia annoverato tra i Borghi più Belli d’Italia lo si incontra e non lo si lascia più.

La narrazione di un viaggio in solitaria ritornati in zona gialla in un dei luoghi pur conosciuti e vissuti, ma visto  da un’altra prospettiva, un  punto di  osservazione  colto a passo a passo.

Il cammino inizia dal belvedere di Vitorchiano da cui si gode una bella vista del paese antico abbarbicato su uno sperone di roccia di duro peperino, circondato da un’ampia valle, che immette sulle antiche vie, che dal paese si snodano tutto intorno. Lasciato il largo intitolato a Padre Ettore Salimbeni , per cui vale la pena rinvigorire il ricordo. Missionario agostiniano (10.09.21 – 25.03.07) nato a Vitorchiano e catapultato in Sudamerica, che ho ritrovato tra le pagine del libro  “Treni” – di Ettore Mo, giornalista e scrittore, instancabile viaggiatore che ha raccontato guerre e dimenticati. L’incontro tra i due avviene a Cotabambas in Perù in occasione di un suo reportage. “Padre condor” come veniva chiamato arrivò in Peru nel ’68 da Vitorchiano, il famoso giornalista gli chiese come facesse ad accollarsi senza indugio la grossa croce di Cotabambas che ogni giorno gronda di dolori, sudori, disagi vedendo la desolazione umana e materiale  lo circondava. Anche la scrittrice Susanna Tamarro è stata segnata della mano  divina di Padre Ettore conosciuto durante  un incontro casuale in un viaggio in quel luogo, strinsero un  rapporto solido che portò la Tamaro a sostenere un progetto di acquacoltura per dare da mangiare ogni venerdì, una bella trota fresca ai bambini del villaggio. Gruppi laici come “Apurimac” sostengono ancora gli agostiniani che operano in Perù nella continuazione di un operato umanitario voluto dal concittadino Padre Ettore.

Dopo questo stacco verso la memoria, oltrepassando il ponte che porta all’ingresso al paese  cogliamo un’interessante scorcio, la nebbia si sta ritirando dalla valle e lentamente scopre il paesaggio.Una trasformazione del paesaggio che caratterizza Vitorchiano.  Oltrepassata la porta sovrastata dalla torre con lo stemma del paese, ci inoltriamo in direzione del Palazzo comunale emblema di una città, conquistata da Viterbo che  si ribellò chiedendo supporto proprio a Roma. Le testimonianze di fedeltà a Roma furono così consolidate che il paese si fregiò dell’appellativo di “fedele”, e del privilegio di fornire un Connestabile e nove Fedeli a guardia del Campidoglio.

I passi conducono verso la grande porta  ad arco che trasporta all’esterno direttamente nella valle sottostante. Una visione spettacolare, con il paesaggio che evoca le eruzioni del vulcano Cimino, avvenute circa sei milioni di anni fa. Pure scorci di un set cinematografico immortalati da un grande  Vittorio Gasman, nel famoso film di Mario Monicelli, “L’Armata Brancaleone” di cui a Vitorchiano furono girate le riprese .

Dalla valle sottostante la veduta del borgo incanta, con le sue tavolozze di colori che questo tempo di pandemia ha rigenerato attraverso una natura  maggiormente rigogliosa.Sembra di camminare indietro nel tempo .

Seguiamo il sentiero fino ad un bivio che porta al santuario di San Michele il patrono del paese. Un bellissimo manufatto in peperino  ben lavorato, una pestarola ( vasca ricavata nella roccia per la pigiatura dell’uva e la raccolta del mosto), cattura la nostra fantasia. Costeggiamo un piccolo torrente fino ai ruderi della “Chiesa della Madonna delle Fonti” una piccola cappella chiamata così per la presenza all’interno di una piccola fonte d’acqua. Qui il sentiero sale leggermente, le pietre del fondo sono levigate dal tempo e dagli uomini, ci ritroviamo su un’antica via che conduce al pianoro soprastante, si narra che veniva percorsa ogni giorno dai contadini del posto per raggiungere i piccoli appezzamenti di terreno unico e scarno mezzo di sostentamento.

II tempo scorre lentamente ,resta circa un’oretta di cammino per raggiungere “Corviano”, la meta finale. Un lungo stradone ben segnalato dai cartelli del CAI  e fornito con punti di sosta con tavoli e panche rende evidente l’ordine che vi regna e di come l’amore per il proprio paese unisca i punti di vista di cittadini ed amministratori. Addentrati nella valle un cartello ce lo segnala, attraversiamoun  un piccolo boschetto che ci conduce alla meta. La prima visione ai nostri occhi è

Il Castello:

Non si conosce chi lo fece  costruire, si sa che nel 1278 passo di proprietà a Orso Orsini, nel 1282 fu occupato da Viterbesi e restituito diroccato all’Orsini nel 1286. Ne restano oggi  i ruderi del perimetro murario, un quadrilatero in più punti interrotto che si affaccia su due lati su profondi dirupi. All’intenro di quelle che furono una volta la cinta muraria si scorgono alcune tracce di una piccola chiesa medioevale.

La zona circostante è ricca di presenze archeologiche relative ad un insediamento rimasto attivo dalla tarda età preistorica fino al medioevo. Sono visibili raggruppamenti di antiche casi rupestri, resti di una cinta muraria Etrusca, una necropoli con tombe a fossa antropomorfa, varie pestarole, ruderi medievali di altre due chiese e un mulino.

Un’area veramente suggestiva captata negli ultimi anni dalle guide turistiche  che si affaccia come un pontile sulla valle sottostante con un notevole dislivello e permette di godere un paesaggio  che sicuramente è uno dei più spettacolari della Tuscia.

Prima di iniziare l’itinerario di ritorno, nella fase di sosta  per riprendere respiro ritornano in mente le parole dello scrittore Henry David Thoreau : «Una prospettiva assolutamente nuova rappresenta una grande felicità ». Due o tre ore di cammino in un silenzioso pomeriggio  sfumato di giallo possono riportarti in uno stesso luogo osservandolo  con occhi diversi.Una rivoluzione di punti di vista e priorità  riallineati da questa pandemia.

 

 

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