Via Cesare Battisti: Io gioco da sola

Maria Letizia Casciani

Un nuovo appuntamento con Le case della VIta, per i Racconti del Giovedì.

Come tutti i bambini del mondo, ho amato molto il gioco. Ho giocato molto con i miei fratelli, poco con altri bambini, moltissimo da sola.

Il palazzo in cui abitavamo non era antico, ma vecchio, costruito su tre piani. Ognuno di questi piani apparteneva ad una famiglia, legata da vincoli familiari con le altre due. Ogni piano era davvero grandissimo, a tal punto che tutti gli appartamenti risultavano molto ampi.

Noi abitavamo al terzo e dalle nostre finestre, come da quelle della casa di Lóla, si poteva godere un panorama magnifico del nostro paese.

Innanzitutto, il lago, poi, su un lato diverso, il quartiere medievale, che, situato com’è su uno sperone roccioso, sembrava protendersi verso le nostre finestre.

Infine – sul lato nuovo della casa – si potevano ammirare “i poggi”, colline che si addossano al paese ed alle sue abitazioni, ma che erano di proprietà di un paio di ricche famiglie, che vi avevano costruito delle ville sulla cui bellezza si favoleggiava in paese. All’interno di questi poggi si trovavano addirittura delle necropoli etrusche, oltre alla ricca vegetazione che ancora oggi li caratterizza. Dalla casa di Lóla, poi, si aveva una visuale molto bella della nostra basilica.

Da ogni finestra della casa, dunque, potevamo ammirare delle vere e proprie cartoline ed infatti trascorrevo molto tempo alla finestra.

Oltre il piano nel quale abitavamo si trovava una breve rampa di scale, che portava alle soffitte ed al terrazzo: da lì, tutte le immagini parziali che si ricavavano guardando dalle singole finestre, diventavano uno spettacolo che giungeva a riassumerle tutte: una vista incredibile del lago e del paese tutto.

Sui gradini della scalinata che portava in soffitta, avevo posizionato tutti i miei giocattoli e lì trascorrevo molto del mio tempo.

Era un posto buio, a pensarci oggi, anche un tantino sinistro, ma era tutto mio e potevo dare sfogo alla mia creatività, vestendo le mie bambole, creando degli abiti per loro, cucinando dei pranzetti con le mie pentoline.

La Befana mi aveva portato dei mobili in miniatura: avevo a disposizione una casa quasi al completo: armadio, sedie, tavoli, letto e comodini. Tutto minuscolo.

Adoravo quei giocattoli!

Come capita sempre ai bambini, ero capace di immaginare mille storie, che facevo recitare alle mie bambole.

Su quei gradini mi sentivo bene. Amavo quel tipo di solitudine. In realtà non ero sola. La mia fantasia era sempre accanto a me.

Nonostante tutto il divertimento che provavo, sentivo però la mancanza del gioco con i miei coetanei.

Mia sorella aveva cinque anni più di me e non sempre aveva voglia di giocare; ad un certo punto – poi – cominciò a sentirsi una signorina e, come tale, non aveva certo tempo da perdere con una bambina, quale ero ancora io.

A scuola, avevo i miei amici, ma non avevo il permesso di andare a giocare da loro. Era forse il mio più grande desiderio: andare a casa da qualche amichetta, da una compagna di scuola, ma no. Era proibito. Senza discussioni.

Mia madre ha sempre avuto il terrore che potessimo entrare in contatto con compagnie non adatte, con persone sbagliate e poco raccomandabili. Per non correre rischi, vietava totalmente contatti che non fossero quelli strettamente indispensabili: a scuola, alla dottrina, al laboratorio di cucito.

Avrei voluto poter invitare qualche amica, ma invitare a casa era quasi impossibile: la mamma non voleva estranei per casa quando lei non era presente a controllarci. Cioè, quasi sempre, visto che aveva da fare con il negozio di ferramenta.

Questo mio desiderio di vita sociale – così vivo e così frustrato – una volta mi spinse ad inventare un compleanno fasullo, pur di avere il permesso di andare a giocare da una compagna di scuola.

Strano a dirsi, mi riuscì di strappare questo benedetto permesso di andare a casa di qualcuno. Per un compleanno, si poteva fare un’eccezione.

Non calcolai bene, però, le conseguenze del mio azzardo, della mia menzogna.

Cominciai a sudare freddo, infatti, quando la mamma arrivò a casa con un pacchetto con il fiocco da portare come regalo di compleanno.

Pensai bene di continuare la recita, ma un imprevisto fece venire a galla la verità: la mia mamma incontrò l’altra mamma e venne fuori che non c’era proprio nessun compleanno da festeggiare.

Quando scoprì che avevo inventato l’evento, lei si arrabbiò moltissimo: fui picchiata, messa in punizione e bollata come bugiarda. Non ero bugiarda: mi sentivo sola.

Avrei voluto giocare con qualcuno, ma potevo farlo soltanto da sola.

A volte mi affacciavo dalla finestra, a guardare la piazzetta di sotto.

Durante il pomeriggio si riempiva di ragazzini – per lo più maschi – che giocavano e sembravano divertirsi molto.

A noi, a me, non era concesso di raggiungerli. Guai!

“Per strada vanno le ragazzine di strada!” – mi sentivo dire.

Non mi era del tutto chiaro che cosa volessero dire quelle parole. Evidentemente, in quei bambini che si divertivano tanto giocando tra di loro,  doveva esserci qualcosa di sbagliato, di losco, che però non riuscivo ad afferrare completamente.

Quando incontravo a scuola quegli stessi ragazzini, a me parevano perfettamente normali – addirittura simpatici, avrei detto!

Eppure era vietato frequentarli. Vietatissimo andare a casa loro. Farlo di nascosto? Le punizioni sarebbero state atroci.

A volte, quando chiedevo il perché  di questi divieti, la mamma mi rispondeva che c’era qualcosa che non andava in alcune famiglie. Anche in quel caso non riuscivo a capire: cosa poteva importare a me delle famiglie di qualche amichetta? Io volevo solo giocare con lei!

Una bambina di sicuro non può capire, cogliere certe sfumature. È ancora presto.

Un sospetto, in realtà, lo ebbi, molto di sfuggita, una sola volta.

Andai, nonostante i divieti, piena di terrore, in una delle case “proibite”: andai, nonostante il fatto che la famiglia fosse nella “lista nera”.

Dopo essere entrata, vidi un numero imprecisato di bambini di tutte le età, che andavano a venivano per le stanze, gridando parolacce irripetibili. Nessun adulto presente a vigilare. Libertà assoluta.

Affascinanti! Mai vista un’anarchia come quella! Mi sentivo come Pinocchio e Lucignolo dopo la folle fuga dalle responsabilità.

Mentre me ne stavo lì, gironzolando per quelle stanze, vidi un mucchio di riviste poggiate su una sedia, in cucina, in un ambiente dove i bambini circolavano in continuazione, come in quel momento: mi caddero gli occhi su una pagina illustrata, su cui c’era una grande quantità di persone nude, maschi e femmine, tutti insieme. Alcuni si baciavano. Altri facevano cose che non riuscivo a capire.

Distolsi gli occhi, con grande imbarazzo, perché comunque colsi la stranezza di quella situazione.

A casa nostra, l’unica rivista che si leggeva con regolarità era Famiglia Cristiana e lì non c’erano immagini simili a quelle che avevo appena osservato.

Avevo visto delle figure nude, certo, ma erano all’interno di quadri, sull’Enciclopedia Conoscere.

Niente di simile alla scena che  osservavo.

Ecco, quella fu la prima volta in vita mia – e credo l’unica – in cui ho avuto a che fare con una rivista pornografica. In quella casa si trovavano dovunque e a portata di mano di bambini piccoli. Ecco cosa c’era alla base dei divieti della mamma! Ovviamente lì per lì non capii un bel nulla.

Se ci ripenso, mi ritrovo a sorridere di quella mia ingenuità. Una bambina che credeva ancora all’esistenza della Befana, era di certo impreparata di fronte alla realtà vera, a realtà come quella che avevo osservato su quella sedia.

Intuivo, però, anche un’altra cosa, che mi si chiarì del tutto solo con il passare degli anni.

Isolare dalla realtà circostante, impedire il contatto con quello che ci spaventa, o che non ci piace, o che temiamo, ci tiene in realtà solo parzialmente lontani dai pericoli, perché ci impedisce di capire dove essi siano davvero. Impedisce di individuarli. Impedisce di riconoscerli. Impedisce di capire in modo empirico la differenza tra bene e male.

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