Un fulmine a ciel sereno

Chiara Mezzetti

La vita scorre nella sua routine. Fino a quando una sentenza implacabile sconvolge l’esistenza. Chiara Mezzetti ci regala un altro racconto breve, capace di catturare, segnare e conquistare… buona lettura  

«Hai fatto la cacca?»

Mio padre se la cavava sempre così. Anche per il mal di denti o il cerchio alla testa.

Misurava la febbre con il bacio sulla fronte e concludeva: «Sarà lo stress, prova ad andare al bagno».

La celebre domanda me la pose pure quando, svenuto in cucina, ho urtato il vaso tanto amato dalla mamma. I dubbi gli sono venuti solo un mese dopo. In trenta giorni avevo perso quindici chili, e capiva anche lui che non potevo aver fatto tutta quella cacca.

È bastata un’analisi del sangue e una delle urine.

Leucociti, trasmissione, retrovirus, enzimi. Parole lunghe, ma veloci. Io me le vedevo scritte davanti agli occhi. S’era capito che si trattava di qualcosa di brutto, ma né io né mio padre riuscivamo a identificare cosa.

Il nostro smarrimento doveva essere evidente, perché la signorina dell’ambulatorio prese un respiro lungo e poi fece uscire queste quattro parole velocissime: «Sindrome da immunodeficienza acquisita».

«Quindi io avrei…l’Aids?»

Mio padre, indignato da quell’insulto, pretendeva che si ripetessero le analisi, ché «Aids lo andasse a dire a sua sorella»

«Non si preoccupi, suo figlio non morirà. Le terapie combinate non gli permetteranno di tornare sieronegativo, certo, ma bloccheranno la degenerazione della malattia. Dovrà assumere i farmaci in maniera corretta, la qualità della vita ne esce leggermente intaccata, ma ci si abitua. Rimane comunque il rischio di trasmissione. Perciò è importante avere rapporti sessuali protetti…»

E dunque, io ero malato, e mio padre non poteva perdonarmelo.

Il problema di quando sei sieropositivo è che tutti sotto sotto pensano che tu te la sia andata a cercare. Un po’ come quando uno fa un incidente in moto o muore di overdose. Sulle prime tutti sono dispiaciuti e scioccati e addolorati e…e poi, con un’avversativa che si finge casuale, ma che era il vero nodo della conversazione, aggiungono che «però il rischio c’era, lo sapeva»

Il cancro fa molto più onore. Quello è uno shot del destino, mica una cazzata che hai fatto tu.

Tu sei un drogato schifoso che si ficca le siringhe nel braccio, un frocio che lo prende nel culo. Fa schifo stringerti la mano, perché, anche se si sa che non basta per il contagio, «non si sa mai».

Sei un egoista, che si è ammalato per divertimento, come chi cade dalla bici per fare le impennate.

La tipa dell’ambulatorio mi ha detto di richiamare tutte le ragazze, «o i ragazzi»- e mentre pronunciava la “i” le si arricciava un nervetto d’imbarazzo all’angolo del labbro di sotto- con cui ero stato.

La lista non superava i quattro o cinque nomi, ma la cornetta sull’orecchio scottava come se dall’altra parte centinaia di persone la alimentassero a carbone rovente. Avevo deciso di non telefonare dal cellulare perché con la promozione erano compresi pochi minuti mensili, e sapevo che me ne sarebbero serviti tanti. Tanti lunghi minuti di silenzio.

Gli squilli me li ricordo uno per uno.

Sei ancora in tempo, riattacca.

L’ultima della lista si chiamava Cloe. Di lei ricordavo il nome, che era da donna e non aveva nemmeno una “a”, e i capelli lunghissimi, che mi domandavo come riuscisse a non sedercisi sopra.

«Lo so Edo, stavo per chiamarti io…»

Ci indagavamo in silenzio, perché si sa, più si ha da dire meno si parla. Aveva scelto un baretto carino che dava sul lago, uno di quelli che sembrano messi su per l’occasione, che da un momento all’altro rischia di essere sbaraccato o portato via dallo starnuto di un uccellino.

Venti centimetri di tavolino di plastica mi separavano dal mostro. Da quella famelica bestia che aveva deciso di divorarmi la vita senza permesso, sputarla e acciaccarla.  Riuscivo a immaginare il virus mentre le sbranava la fronte, pezzo per pezzo, cellula per cellula. E la sua pelle slabbrarsi tirata dalle mani forti della morte. E io che ballavo sulla sua tomba, aggrappato al traliccio di una flebo di vodka e con il culo che esce dalla vestaglia dell’ospedale.

Non la ascoltavo. Le sue parole sembravano migliaia, proiettili di gomma che non riuscivano a superare le siderali barriere di venti infiniti centimetri. Ogni tanto arrivava ovattato qualche «Fulmine a ciel sereno, non so nemmeno come…come…». La mitraglia si modulava sempre più bassa e morbida, e iniziava ad arrivarmi, prima sussurrata, poi dritta, lacerante. Era lei che stava aprendo la mia pelle. Ingoiava pezzo per pezzo la mia rabbia, e si faceva strada. Aveva camminato tanto, e ora si trovava lì, a venti miseri centimetri da me.

Il residuo di caffè misto a zucchero s’era ormai incrostato nella tazzina, quando siamo scoppiati nella prima risata del pomeriggio. Imitavamo le facce delle persone alla notizia della malattia e Cloe riusciva a spalancare gli occhi fin sopra la fronte. Per la prima volta dalla diagnosi, mi sentivo normale.

«Perché hai tagliato i capelli? Me li ricordo lunghissimi e ora non arrivano alle spalle. Non che ti stiano male eh…»

«Lo sai, no? Le donne, quando cambiano, tagliano i capelli, e più cambiamento di questo…»

«Comunque ti stanno bene»

Ormai il mondo era nostro, di noi due reietti senza famiglia e senza amici, di noi che piano piano avevamo visto il cellulare spogliarsi di notifiche e il letto svuotarsi del bacio della buonanotte. A ogni incontro con lei la ferita tramutava in cicatrice, la solitudine in esclusività.

Un giorno, ha preso e ha scavalcato i venti centimetri. Mi ha dato un bacio e poi si è rimessa seduta. Un fulmine a ciel sereno, non so nemmeno come…come…

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