Tuscia al femminile: Donna Olimpia, principessa di San Martino al Cimino

Luciano Costantini

Occhi di ghiaccio su un ovale rotondo, mento pronunciato, labbra carnose, capelli sempre raccolti in un velo scuro, vestita perennemente di nero. Statuaria fin troppo. Vista così, come emerge dai dipinti e da un busto dello scultore Alesandro Algardi, non è che Olimpia Maidalchini Pamphili ispiri troppa simpatia e apprezzamenti estetici particolari. Oltre tutto le cronache del tempo – siamo nella prima metà del diciassettesimo secolo – non sono state generose con lei. Tutt’altro. E se la raccontano con il soprannome di Papessa e Pimpaccia qualche ragione ci sarà stata. Cronache che la descrivono come ambiziosa, opportunista, avara, spregiudicata. Una vita frenetica, consumata tra i fasti della Roma papale e la quiete di San Martino al Cimino e Viterbo. La biografia è fin troppo nota e abbondante di avvenimenti per essere ricordata nei dettagli, ci limiteremo a quelli più importanti, citando magari passaggi marginali, narrati da cronisti dell’epoca, ma che forse meglio spiegano la prorompente personalità di Donna Olimpia. Nasce a Viterbo il 26 maggio del 1591; il padre la destina alla vita monastica che lei evita abilmente accusando di tentata seduzione il proprio padre spirituale che viene sospeso a divinis, salvo essere riabilitato qualche tempo dopo e perfino nominato vescovo, proprio grazie alle raccomandazioni postume della mancata suora. Intelligente e disinvolta fin da giovanissima, non c’è che dire. Ha due mariti, il viterbese Paolo Nini (deceduto dopo soli tre anni di matrimonio) e Pamphilo Pamphili. E tre figli. Muore di peste nel 1657 a San Martino, dove è sepolta nella locale abbazia. A lei si deve il salvataggio e l’ampliamento del complesso monastico, nonché la radicale ricostruzione della frazione. Sceglie di dividere la sua esistenza tra il palazzo sammartinese Doria Pamphili e quello dell’Abate a Viterbo, a ridosso di Porta San Pietro. Un’esistenza, quella di Olimpia Maidalchini, assolutamente intrigante se rivisitata alla luce delle vicende della Chiesa e dei suoi massimi rappresentanti: a cominciare da Papa Innocenzo X che prima di salire al soglio di Pietro era stato brillante avvocato di Curia, cognato e poi amante della donna. Non per niente è Innocenzo X a regalarle il titolo di principessa di San Martino e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona. Se può essere una prova… Così come è altrettanto certo che il successore di Innocenzo X, Alessandro VII, se ne vuole rapidamente liberare costringendola all’esilio, non si sa quanto dorato, di San Martino. Si può adesso facilmente spiegare l’epiteto di Papessa. Pimpaccia è, invece, il dispregiativo di Pimpa, un’opera teatrale del tempo, incentrata sulla figura di una donna avida e spregiudicata. Da citare un paio di eloquenti “pasquinate”: “Per chi vuol qualche grazia dal sovrano/ aspra e lunga è la via del Vaticano/ ma se è persona accorta/ corre da donna Olimpia a mani piene/ e ciò che vuole ottiene./ E’ la strada più larga la più corta”. E ancora: “Chi dice donna, dice danno/ chi dice femmina, dice malanno/ chi dice Olimpia Maidalchina/ dice danno malanno e rovina”. Proverbiale la sua tirchieria, riportata sempre dalle cronache dell’epoca: alla morte del caro pontefice Innocenzo nel gennaio del 1655 “ella trasse di sotto il letto papale due casse piene d’oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: “Che cosa può fare una povera donna?””. Può fare, può fare… se è vero che alla sua morte l’eredità lasciata al figlio Camillo e alle figlie Maria Flaminia e Costanza ammonta a due milioni di scudi. Si racconta pure che, puntualmente, al termine delle feste sguinzagli in strada i suoi servitori, vestiti da straccioni, con il compito di recuperare la cera delle candele che sono servite ad illuminare finestre e balconi delle dimore nobiliari. Poi è altrettanto vero che impegna somme importanti per abbellire Roma ridando, tra l’altro, dignità e splendore alla malconcia piazza Navona e affidando al Bernini la chiacchierata realizzazione della Fontana dei Fiumi. Una donna di assoluta personalità: nel bene e nel male. Lei, che ha vissuto accanto più che all’ombra di un papa famoso, proprio all’apice della personale grandezza riceve però uno schiaffo sonoro dall’infanta Margherita di Savoia, terziaria francescana, ospite di un convento di Tor de’Specchi a Roma. Donna Olimpia gioca carte false per farsi ricevere dalla principessa che però respinge puntualmente le raccomandazioni lamentando una presunta sordità. Alla fine, grazie ai favori della Curia, l’incontro è concordato, ma dura pochissimo. Di fronte agli argomenti della Papessa, l’Infanta si toglie dall’orecchio il cornetto acustico e lo consegna a una damigella. Fine dell’udienza.

Nella foto. Il ritratto di Olimpia Maidalchini Pamphilj realizzato da Diego Velázquez  all’asta da Sotheby’s, a Londra. Il pittore immortalò Donna Olimpia durante uno dei suoi soggiorni romani nel corso del Seicento.

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