Con questo secondo contributo, l’autore intende offrire un’analisi il più possibile rigorosa e fondata dei fenomeni che riguardano le giovani generazioni. E si chiede: la sociologia ha progressivamente rinunciato al proprio ruolo nell’interpretazione della condizione giovanile? Lo studio e la spiegazione dei comportamenti, delle aspirazioni e delle fragilità dei giovani sembrano oggi affidati prevalentemente alla pedagogia, alla filosofia e, soprattutto, alla psicologia dell’età evolutiva. Ma quale spazio resta alla prospettiva sociologica nella comprensione delle trasformazioni che attraversano le nuove generazioni?
Formare e educare i giovani. Che fastidio!
Caro collega Massimo Ammaniti, leggendo un report giornalistico riguardo al tuo autorevole intervento sui giovani, nel corso degli “Incontri del caminetto” sul disagio giovanile promosso dalla ASL , mi sono imbattuto in una tua supposta affermazione che mi ha fatto saltare sulla sedia. “Bisogna proibire gli smartphone ai ragazzi fino a 13 anni”. Un affermazione che stona con il resto delle tue riflessioni, che invitano gli adulti, gli educatori e i genitori ad una costante attenzione al processo di crescita e di socializzazione dei giovani. Probabilmente non c’è un limite anagrafico preciso – visto che esistono in commercio telecomandi anche per bambini di due anni- ma certo converrai con me che la formazione non prevede “divieti”, che molto spesso nelle giovani generazioni si trasformano in stimoli e in sfide. Peraltro il paradossale motto sessantottino “vietato vietare” aveva un risvolto pedagogico non secondario. Vietare significa solo tentare di fermare il vento, rinunciare ad usarlo, ad indirizzarlo, cioé ad educare, che è formare, ma anche persuadere, accompagnare, controllare; tutti verbi che oggi sembrano creare ansia da prestazione nei genitori e negli insegnanti.
Sociologia della giovinezza
“Sociologia della giovinezza” è la denominazione di un insegnamento all’Università di Bologna, uno dei pochissimi in Italia che riguarda esplicitamente la condizione giovanile da un punto di vista sociologico. Forse la sociologia ha abdicato al suo ruolo fondamentale nello studio dei vari fenomeni connessi alla condizione delle giovani generazioni, demandando alla pedagogia (e in certa misura alla filosofia) e soprattutto alla psicologia dell’età evolutiva il compito di “spiegare” i giovani?
Non è così, ovviamente. La pedagogia (lo dice l’etimologia del termine) si dedica al problema dell’educazione e della formazione intellettuale e sociale delle giovani generazioni secondo modelli sostanzialmente etici, dall’infanzia alla tarda adolescenza; mentre la psicologia è attenta soprattutto al complesso sistema di crescita dei giovani, che è sia legato a variabili di natura psicofisica – ad esempio ai processi mentali dell’apprendimento e alle turbe ormonali della sessualità – sia a variabili di carattere micro-relazionale.
Il processo di socializzazione: roba per sociologi
La sociologia affronta il problema generazionale trattando soprattutto della cosiddetta “Socializzazione Primaria,” che riguarda il processo generazionale di apprendimento e di interiorizzazione delle regole della convivenza sociale, e che interpella una parte ragguardevole di almeno tre specifiche discipline: la sociologia della famiglia, la sociologia dell’educazione e la sociologia dei gruppi. La socializzazione, come apprendimento e condivisione di nozioni e valori comuni che consentono all’individuo di convivere in una società organizzata, è un processo che dura tutta la vita, ed è per questo che si parla in tal caso di “Socializzazione Secondaria”. Vi intervengono il mondo del lavoro, le forme della partecipazione sociale, le reti amicali, i media dell’informazione. La Socializzazione Primaria riguarda nello specifico il periodo in cui l’individuo si apre progressivamente, tra infanzia e adolescenza, ad una vita di relazione apprendendo l’abc della convivenza umana, i modelli di comportamento dettati dall’appartenenza etnoantropologica con i suoi valori di base e quindi sostanzialmente il che fare, il come fare e il perché fare nel consorzio civile. E’ qui che le nuove generazioni si confrontano con il potere gerarchico degli adulti, stabilendo con essi – che si tratti di genitori, di formatori, o di altre forme di autorità – un rapporto più o meno caratterizzato da alcune inevitabili criticità.
Giovani e adulti: un difficile rapporto generazionale
Nel passato, soprattutto nella società preindustriale, il rapporto gerarchico adulti /giovani era fortemente influenzato da un disciplinare molto autoritario e spesso violento che lasciava ben poco spazio ad uno sviluppo autonomo dell’individuo. Eppure, i giovani erano inevitabilmente portati ad avere un visione meno adattiva, tradizionalista della società, non essendone ancora coinvolti appieno; lo constatavano già i maggiori filosofi greci, preoccupati dell’insofferenza giovanile alle regole, ma anche portati a riconoscere la capacità visionaria dei giovani nel guardare oltre.
La società industriale, avversaria dell’ancient règime e di millenarie tradizioni, portatrice di immense novità nel vivere associativo, aperta alle prime istanze di una liberalizzazione sociale (si pensi ai contenuti della Dichiarazione d’indipendenza americana e alla Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino in Francia) comincia a delineare in modo più esplicito il rapporto dialettico tra i giovani e la società adulta. I movimenti irredentisti dell’Ottocento vedono una presenza diffusa e decisiva delle giovani generazioni (Mameli scrisse il suo famoso Inno a vent’anni, Garibaldi inizia la sua esperienza politica a ventisette anni), ma anche fenomeni culturali di natura artistica e intellettuale (dall’impressionismo alla scapigliatura). E non va dimenticata anche la forte mobilitazione giovanile nelle nuove forme politiche, sia di estrema destra che di estrema sinistra, comunque a loro modo rivoluzionarie, dei primi decenni del ‘900.
Più recentemente, vanno ricordati gli atteggiamenti delle bande giovanili degli anni ’50 (blouson noirs e teddy boys), allergiche ad ogni regola, il profondo messaggio antiautoritario del Sessantotto (celebre il motto “siamo realisti, vogliamo l’impossibile) e ancora le esperienze hippy, rock, punk, new wave, metal e hip hop, tutte subculture giovanili che hanno predicato a vario titolo il diritto alla diversità. Fino ad arrivare ai giorni nostri, a quella modernità liquida dove ogni soggetto sociale, di ogni età e ruolo politico-sociale, prova a definire e a consolidare una propria identità con cui ritrovare se non certezze, sicuramente condizioni di vita consone alle proprie aspettative. E questo, cercando appartenenze e sostegno sia nei gruppi reali che in quelli virtuali dei social.
Non giochiamo con le lettere dell’alfabeto…
Quello che sembra chiaro è che la corrente differenziazione delle nuove generazioni (Boomer, Generazione X, Millennial, Y, Z, Alpha, ecc.) è più un giochino di società utile al marketing che un criterio analitico per spiegare le varie e diverse forme dei rapporti generazionali negli ultimi ottant’anni. Si pensi alla generazione boomer, ad esempio, che prende nome dal boom procreativo ed economico del secondo dopoguerra, ma che è anche quella che ha fatto il Sessantotto e che raccoglierebbe i nati dal 1945 al 1964. Come racchiudere in una unica categoria sociale chi nel ’68 aveva vent’anni e viveva il tema dell’antiautoritarismo in prima persona all’università, a scuola e nel mondo del lavoro, e chi allora non andava neppure alle elementari e semmai si è espresso negli anni ’70 e ‘80, in quello che sembrerebbe il teatro delle imprese della Generazione X? E lo stesso vale per le generazioni successive: ché a forza di esercitarsi con le lettere dell’alfabeto, oggi si farebbe distinzione tra un nativo digitale nato nel 2010, Generazione zeta, (quindi un sedicenne) e uno nato nel 2013, Generazione Alpha (quindi un tredicenne) nell’uso dei nuovi social media e nel loro problema di confusione tra vero, verosimile, probabile, possibile, giusto e ingiusto.
Guardare meglio ai giovani
Considerando che oggi un quattordicenne guida una vettura che ha più o meno le stesse prestazioni di una Fiat 500 degli anni ’60, o che un sedicenne gira normalmente tra i locali nelle ore notturne senza che molti se ne meraviglino, si comprende che le difficoltà dell’interpretazione della vita, dei bisogni, delle forme di maturazione delle giovani generazioni sono il prodotto della complessità, della confusione, della sovrapposizione di modelli di riferimento tipiche dei nostri tempi. Le generazioni adulte si sono sempre lamentate dei comportamenti giovanili; è accaduto anche all’epoca del Sessantotto, per i movimenti dei diritti civili, per l’ambientalismo, e accade oggi. Ma l’idea di una modernità liquida che in questo XXI secolo appare di difficile lettura e che disorienta le nuove generazioni non è il solito giudizio da laudatores temporis acti, è l’osservazione di un sociologo, Zygmunt Bauman, tra i più autorevoli studiosi della società attuale.
C’è la necessità di adottare nuove categorie interpretative degli atteggiamenti e dei comportamenti, sia sul piano delle dinamiche formativo/educative, sia sul piano dell’attribuzione di responsabilità legale e sia, e forse soprattutto, sulla necessità di rivedere i rapporti complessivi tra le varie componenti della società sul piano generazionale, su quello delle differenze di genere, su quello della partecipazione sociale. Va detto senza moralismi, ma con la schiettezza che proviene dalla ricerca sul campo, che oggi alla base di molte problematiche giovanili non ci sono tanto i social: c’è la crisi – o meglio la trasformazione – della famiglia.
La famiglia oggi, per tanti e spesso rispettabilissimi motivi, non è più in grado di costituirsi come agente centrale nell’educazione degli adolescenti. Inoltre molto spesso invece di lavorare in piena sintonia con le altre istituzioni formative si pone verso di esse come cliente che reclama servizi piuttosto che come partner. Tutto ciò consegna inevitabilmente molta parte della formazione dei giovani non solo ai gruppi amicali – cosa che è sempre avvenuta ed è parte integrante della socializzazione primaria – ma ai social che, avendo una dimensione globale, presentano una ricchezza e eterogeneità di risposte, ma anche una loro pericolosa incontrollabilità, che possono risultare altamente problematiche.
Di fronte a queste criticità, sono le indagini psicosociologiche, e quindi le verifiche empiriche di taglio scientifico, ad esempio quelle dell’Istituto Toniolo, e non le impressioni e le sentenze intellettualistiche o meramente moralistiche e ideologiche sulla condizione giovanile, a descrivere e interpretare le cause di certe forti contraddizioni, la compresenza di sottoculture giovanili differenti, la necessità di rivedere le strategie formative alla luce delle nuove espressioni del sapere, delle tecnologie disponibili, ma soprattutto di valori che stanno cambiando nelle loro gerarchie e nelle loro espressioni correnti. Improvvisare strategie che saltano facilmente, in uno stesso formatore, dall’idea di essere più rigidi nella disciplina, a quella di essere più comprensivi e flessibili nel rispondere alle esigenze giovanili (purtroppo accade anche questo quando il formatore si fa prendere dalla logica della captatio benevolentiae a seconda del pubblico, adulto o giovane, a cui si rivolge…) non aiuta. Come non aiutano la demonizzazione degli strumenti formativi, quasi fossero strumenti dotati di una intenzionalità diabolica e autoritaria. Il problema delle nuove generazioni, in senso ampio, è quello delle incertezze di questo nostro secolo, troppo veloce e contraddittorio.
Diseguaglianze, complessità e incertezza: il labirinto giovanile
I giovani son uno specchio della società adulta: non crescono nel vuoto, ma assorbono le contraddizioni della società che li educa. C’è tra i giovani una diseguaglianza drammatica di formazione, prospettive, fonti esperienziali, che produce forme di marginalità perfino socialmente trasversali; ci sono evidenti segnali di una crisi identitaria determinata da una fluidità sociale che non esprime una logica lineare facilmente padroneggiabile.
Tutto ciò crea disorientamento, disaffezione politica, ansia da prestazione, tendenza ad un cieco movimentismo, ma anche un furore che talvolta si esprime con cieca violenza: portarsi un coltello appresso, scatenare liti di strada per il gusto di poter prevalere, partecipare o indurre ai challenges sui social, picchiare docenti, sono tutti disperati tentativi di esistere, di “esserci”, di “stare nel branco”, di uscire dal grigio indistinto di un deserto identitario. D’altronde è tuttora evidente un mismatch formativo tra sapere e saper fare che spesso disorienta i giovani quando si avvicinano al mondo del lavoro.
Così, la giovinezza non è più una semplice transizione all’età adulta, ma un labirinto di cui non si vede l’uscita e si cerca di fuggirlo in un altrove autoreferenziale.
Quel che è necessario fare, per incontrare le nuove generazioni piuttosto che giudicarle, è conoscere meglio, con gli strumenti scientifici adatti, quali siano i loro bisogni, le loro criticità, avendo semmai la cura di creare condizioni non contraddittorie di transizione dalla condizione giovanile a quella adulta.
Si consideri che oggi, per vari motivi, anche un trentenne – forse perfino un quarantenne – è un “giovane”. Lo è perché si fa genitore più tardi; lo è perché sconta un più lungo periodo di inserimento in un mondo del lavoro continuamente in evoluzione e contrassegnato da arcaici corporativismi; lo è perché le vecchie generazioni, anche in virtù di una maggiore durata della vita attiva, sono preponderanti e poco o nulla disposte a cedere precocemente il passo; lo è perché glielo chiede una cultura che vede nell’anticonformismo giovanile un garanzia di libertà e di autonomia individuale, seppur autoreferenziale; lo è perché il mondo corre e c’è bisogno di essere psicologicamente sempre all’altezza del cambiamento; lo è perché sono cambiate le valutazioni del conformismo e delle responsabilità tradizionalmente proprie dell’età adulta, sempre meno legate ai doveri e sempre più inclini a reclamare diritti, fino a trasformare in mera e transeunte licenza la stessa cura civile della libertà.
Ma queste cose non si possono valutare a orecchio. Vanno studiate. Per davvero.
L’Autore

*già Professore Ordinario di Sociologia
nella Sapienza Università di Roma
Foto cover convegno sulle Fragilità Giovanili promosso da Asl Viterbo


























