Sei secondi. Il racconto breve di Chiara Mezzetti

Chiara Mezzetti, la nostra scrittrice ci consegna il suo ottavo racconto che si srotola in una manciata di secondi, sempre coinvolgenti. Buona lettura.

Non ci ho mai perso due minuti. A pensare al brodino fatto col dado, con la pastina dentro. A quanto è buono e caldo, che sa di casa e di domenica sera. Che ti fa sentire il fuoco acceso pure se è spento e ti fa sperare che piova un po’ solo per stare riparato. E appoggi le mani fredde da fuori sul fumo denso che sale.
Ci metto sempre il formaggino. Morbido e bianco, si scioglie da solo nel liquido e basta appoggiarci il dorso del cucchiaio per aiutarlo un po’. Non mi si apre per bene, quindi metà rimane nella carta. Non ci ho mai perso due minuti e ora invece ci penso da quasi un quarto d’ora.
Tredici minuti e trentasette secondi.
Sono stata stupida a non apprezzarlo mai, a mangiarmelo di corsa, a bruciarmi la gola e la lingua, a non aspettare con pazienza di aprire per bene il formaggino. A non prevedere che un giorno questa sensazione mi sarebbe potuta mancare.
«Se i pirati ti rapiscono, e ti dicono cosa vuoi come ultimo pasto, tu che scegli?»
«La lasagna»
Perdona la mia bugia, Giorgia. Lo pensavo davvero che in punto di morte avrei voluto la lasagna. O al massimo una margherita del Monastero. E invece, adesso che sto per morire, chiudo gli occhi e sento solo il brodino scendermi giù per la gola come magma incandescente.
Tredici minuti e trentotto secondi.
Devo morire in tre metri quadrati di un cesso. Devo morire senza un motivo. Devo morire, lo so, l’ho capito.
Il deodorante spray, la crema depilatoria per pelli delicate e i dischetti struccanti quelli che lasciano un po’ di olietto sulle occhiaie. Che poi, nemmeno mi servivano. Dieci euro nel portafogli, accartocciati in mezzo agli spicci. Le scarpe comode, che tanto ci metti dieci minuti a far tutto. I pantaloni della tuta e i capelli sporchi.
Morirò con i peli sulle gambe. E quando il becchino mi spoglierà riderà di me. E mi chiamerà scimmia, guarda questa, manco i peli, che schifo.
Ho parcheggiato vicino all’entrata, al coperto. Ho lasciato la radio accesa, che tanto per dieci minuti non mi metto a spegnerla. Ho aspettato che finisse Ti fa stare bene di Caparezza. Ché lui mi è sempre stato sul cazzo e invece con ‘sta canzone l’ho rivalutato. E allora ogni volta che mi passa mi fermo e la ascolto fino alla fine, come se fosse una cosa tra me e lui. Chissà che canzone starà passando adesso. Spero una di quelle rockettare italiane, che ti fanno cantare anche se non ti va. Magari Voglio molto di più dei Negramaro. Ché mi gasa sempre tanto.
Tredici minuti e trentanove secondi.
Ho fatto le scale mobili camminando. Ho appoggiato il palmo sul corrimano per sentirlo scorrere e me lo sono sporcato di polvere. Ho preso il caffè al bancone. Non l’ho macchiato, che la ma’ dice sempre che il latte fa ingrassare. Che non è vero che a colazione puoi sgarrare. Niente burro nella pasta, solo olio. Però il sabato a pranzo amatriciana. Ci sta, dice.
Me la vedo la ma’, che guarda su Tusciauebb cogli occhiali calati sul naso e la parannanza sporca di sugo. Seduta a capotavola che scorre col dito e sporca lo schermo. E legge ad alta voce Attentato terroristico a Viterbo: Ipercoop sotto assedio.
E il ba’ che non risponde, che sembra che non ascolta ma sente tutto. Me lo vedo il momento appena prima. Prima di sapere che sono morta. La televisione alta sul Tg1, e il ba’ che tamburella il tavolo con la forchetta perché ha fame.
E vorrei fermare tutto. Bloccare le lancette degli orologi, afferrare la terra a due mani per non farla girare più, calpestare il flusso, ingoiare i momenti, e nasconderli lì, al centro dello stomaco, a bagno nel brodino col dado. Congelare ogni cosa al secondo prima, e lasciarli incazzati per sempre perché ho fatto tardi e lo schermo sempre sporco e il Tg1 con il giornalista a bocca aperta prima che finisca la parola. E prendermi i secoli e le distanze abissali, e vivere sette vite a parlare di tutto, sputare le parole che non ho detto. Elencare a Giorgia tutti i piatti che vorrei mangiare, dare un bacio al ba’ e pure uno alla ma’, che a lei gliene ho dati un po’ di meno. Fare l’amore un miliardo di volte, chiedere scusa e dire ho ragione. Gustarmi la noia, leccare la neve, pettinarmi i capelli, ridare l’esame, arrabbiarmi per una cazzata.
Tredici minuti e quaranta secondi.
Ho pisciato e non mi sono lavata le mani. Mi troveranno l’urina sulle nocche e diranno che salutavo sempre. Che ero una brava persona. E piangeranno e mi dimenticheranno e io sarò un’eroina di niente, una che è morta per caso in un attentato senza capire perché. Una che è morta mentre andava a pisciare. Entreranno, mi troveranno. Urleranno una preghiera. Io invece ne dirò una sottovoce. Che sottovoce si sa, arriva prima a chi deve arrivare perché è più vicina. Ma loro che ne sanno. Loro che hanno fame.
Tredici minuti e quarantuno secondi.
Non sparano più. C’è silenzio. Ma io lo sento che hanno ancora fame. Lo percepisco dalla condensa dell’aria. Dall’inquinamento di odio e paura. Dalla staticità delle particelle. È come se anche l’ossigeno fosse terrorizzato, e tutti gli atomi si fossero stretti in un abbraccio per proteggersi.
Girano per i negozi. Perlustrano. Lo fiutano. E quando arriveranno al bagno fiuteranno anche me, in mezzo alla puzza di varechina e merda. Mi fiuteranno e mi ficcheranno la canna in gola. Mi esploderà la testa in brandelli. Alcuni cadranno nel cesso, altri per terra. Diranno «la madre l’ha riconosciuta dalle scarpe». E invece mi riconoscerà dall’orologio. Perché è digitale e io non so leggere le lancette. Mi riconoscerà per una cosa che non so fare. Come alla recita di Natale. Perché non riuscivo a leggere bene come gli altri. «Disturbo dell’apprendimento» e la ma’ pensava «ritardo mentale».
Tredici minuti e quarantadue secondi. Sento i passi.
Tredici minuti e quarantatré secondi. Ma’ ti voglio bene.

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