Racconti Orfani- Ti volevamo chiedere come stai

Chiara Mezzetti

Sempre di giovedi ma da oggi con I Racconti Orfani.

I miei racconti sono orfani perché mutili. Ogni personaggio è reciso, ferito, solo. Ognuno è orfano a modo suo, che a mancargli sia un genitore o un’emozione cambia poco. I miei racconti sono orfani perché hanno una madre, una radice, ma questa non si lascia conoscere, solo sbirciare“.

Ti volevamo chiedere come stai
Si passa il bicchiere di whisky da una mano all’altra. Lo palleggia veloce, come se scottasse, gioca a non farlo cadere. Il liquido oscilla dentro il vetro, senza mai superare i bordi. Arriva sempre lì lì, ma alla fine non esce. Damiano intinge la lingua nel liquido, e tira su qualche goccia da mandare giù per la gola. Brucia, ma in modo diverso. Il sapore non è lo stesso. Non più.
Nessuno lo ha avvertito. Nessuno gli ha detto che sarebbe cambiato il gusto del whisky, che la sua lingua si sarebbe appassita ed essiccata. Che da un giorno all’altro non avrebbe più potuto leccare niente senza sentire quella lieve punta di acido intossicargli la gola. Se l’avesse saputo avrebbe assaggiato tutto, e si sarebbe soffermato un attimo in più sul sapore della carne di Ada. L’avrebbe fatta rosolare nella saliva e l’avrebbe succhiata come un gamberetto.
Damiano fissa il pallino rosso all’angolo della TV. La scritta Sony scintilla vicino alla lucina. “Schermo piatto 4k, fullHD, televisore smart, top di gamma. Questo è una bomba” gli ha detto il ragazzotto dell’Unieuro. E lui si è lasciato convincere. Solo per stargli simpatico. Per non deluderlo. Per fargli credere che lui è un tipo da “top di gamma”. Ha speso due mesi di stipendio per tenersi questa bestia tra le palle e all’Unieuro non ci andrà più. Un televisore grosso come metà parete. Damiano rimane lì, seduto sul divano a scorrere sul cellulare i profili Facebook, le notizie ANSA, le offerte Amazon. E la TV si dimentica di accenderla.
Suona il citofono.
Damiano appoggia il bicchiere sul tavolinetto da caffè. Infila un occhio nello spioncino. La lente riflette un Simone in miniatura, deformato dalle curve del vetrino. La sua testa da questa prospettiva sembra lunghissima.
Damiano apre.
Simone si lancia su di lui in un abbraccio fraterno, e lo ingloba dentro il piumino gelido. Gli dà una pacca sulla spalla e si sistema sul divano.
“Caffè?”
“Ce l’hai il deca?”
“No”
“Allora caffè. Però se la Lucilla ti chiede qualcosa dille che era deca. Le donne, tutte fissate con ‘sto salutismo poi…” Simone continua a parlare in modo nervoso, cercando di riempire gli spazi, i silenzi, il buio della sala. Deve essere questo l’effetto che i separati fanno alle persone. Questo senso di vuoto incolmabile, di pena, di riguardo per la situazione. E che in particolare fanno a quelli come Simone. Damiano riflette su questi punti mentre preme col dorso del cucchiaio la polvere dentro la moka per compattarla bene. Appoggia la tazzina fumante sul tavolinetto, accanto al bicchiere mezzo vuoto. Simone osserva il bicchiere, ma non dice niente.
“Non lo bevi il caffè?”
“Sì sì, aspetto che si freddi. Comunque…Sono venuto a farti gli auguri, anche da parte di Lucilla che non è potuta venire perché…”
“Certo, immagino. Ricambia ovviamente”
“Sì…Già…Oh, qui non sembra nemmeno Natale. Un addobbo potevi pure metterlo” Simone cerca di concludere con un sorriso. Gli è uscita che sembra un rimprovero. Ma Damiano non si offende, e punta il dito verso il davanzale. All’angolo un piccolo abete di plastica, decorato di palline blu e argentate.
“Quello è un albero di Natale”
“Sembra più un ramoscello”
Damiano rimane in silenzio, con entrambi i palmi stretti intorno alla tazzina.
“Già che ci sono…Oltre agli auguri…Ti volevo chiedere…Ti volevamo chiedere come stai. Abbiamo saputo e ci dispiace”
“Sto bene”
“Me ne puoi parlare eh. Io non ci sono passato ma ho tanti amici che…Vedi per esempio Tosoni. Lui ha preso una bella botta”
Damiano annuisce.
“E Morandi. Anche quello…come si chiama…Santini, Santoni…Il nome di un santo comunque…”
“Non c’è bisogno che mi fai la lista, Simo’, ho capito”
“L’Ada è sempre stata un po’ squinternata. Io glielo dico pure alla Lucilla eh: tua sorella è una matta. Che si fa così? Da un giorno all’altro, si prende i figli, fa valige e valigette e se ne va. Poi così, proprio vicino alle feste, non sta bene. Anche Damiano ha i suoi diritti, io così le dico…”
Damiano continua ad annuire. Manda giù il caffè. Acido. Pure questo. E gli viene in mente quando Ada aveva definito Lucilla una “stronza patentata”. Gli aveva fatto una gran tenerezza. Quello era il tipico insulto che si può dare solo a una sorella, solo a qualcuno con cui s’è condiviso l’utero e il sangue.
“…Che poi io conosco pure un avvocato bravo, Biagini…Biagetti…vabbè ho il biglietto da visita…-Simone palpa le tasche del piumino appoggiato al divano- ora non lo trovo ma te lo faccio avere…”
Damiano osserva la calotta pelata di Simone, che risplende sotto il lampadario. Cerca di immaginarselo con i capelli, di ricordare com’era dieci anni fa. Prima che Lucilla diventasse noi.
“…Che poi io dico, pure lei, quarantacinque anni. Mo’ vabbè che le nonne si vestono come le nipoti, e che sono tempi diversi, ma comunque sempre una donna grande è. Chi se la prende con due figli a carico? Che le avrà detto la testa? Poi tu mi dirai: e che ne so io? E certo che ne sai tu, tu sei una vittima di questa situazione…” Damiano ascolta le parole uscire dalla bocca di Simone, e può quasi sentirle pronunciate nel tono baritonale di Lucilla, vederle che fisicamente escono dalle sue labbra laccate di rosso.
“…Ma poi avesse pensato un minuto anche a noi, no? Cioè, ok i problemi, il dialogo. Però insomma tu non le hai mai mosso un dito, sei un tipo tranquillo, avete due bambini. ‘Sta baraonda mica ha investito solo te sai? Eh, pure me. Magari questa mi mette uno nuovo in casa. Me lo trovo per le feste, nelle foto, ai compleanni. Uno senza arte né parte. Io per carità rimango un buon cognato, però lei con noi non è stata brava…Che poi, si può sapere ‘sto motivo? Perché? Non per farmi gli affari tuoi eh, però penso che anche noi come familiari dovremmo sapere…”
“Siamo innamorati di persone diverse”
“Ma come? No no. Non dire stupidaggini. Lei non ha nessuno, questo te lo assicuro. Ci siamo informati bene, siamo certi. Poi se ora mi esci che tu avevi un’altra. No, solo sesso ci poteva essere. Ma amore non credo. Non ti lasci per una puttana dai non ti lasci…”
“Siamo innamorati di noi, ma di noi diversi”
“Non ti seguo Damia’”
“Io sono innamorato ancora di lei e lei di me”
“Eh e allora dici che è una cosa passeggera, una bizza sua…Quindi posso dire alla Lucilla che comunque per il pranzo del 25…”
“No. Ascolta. Io mi sono innamorato di una Ada. E lei di un Damiano. Con il tempo, entrambi siamo cambiati, fino a che ognuno si è dimenticato com’era prima. Un po’ come se fossimo due malati di Alzheimer. Ecco, questo succede a tutti col tempo. Quelli che si lasciano, come me e Ada, sono quelli che si dimenticano chi sono, ma continuano a ricordare com’era l’altro. E vorrebbero con ogni forza tornare ad avere ciò che avevano prima. Ma non possono, perché allo stesso tempo hanno dimenticato l’unica cosa necessaria a far sì che questo accada: loro stessi” È tutto così semplice, lineare, sensato. È la prima volta che lo dice ad alta voce. Perché proprio a Simone, questo non lo sa.
“A me sembra un motivo stupido”
Damiano sorride e indica la tazzina del caffè vicino a Simone, ancora piena e ormai fredda.
“Ah nono ci ho ripensato. Che poi la Lucilla se ne accorge, non lo so come fa ma se ne accorge che non era deca. Ha i superpoteri quella”
Damiano annuisce.
“Comunque, noi ci siamo sempre per te. Ora il pranzo del 25 ormai è rovinato così, e penso che verrà lei. Però se la sera del 24 non vuoi stare da solo qui, ed evitare di –Simone indica con gli occhi il bicchiere schizzato di whisky sul tavolo- vieni. Ci divertiamo. Tombola, rubamazzo. I bambini stanno insieme e anche tu stai in compagnia. Ok? Mi fai sapere? La porta è aperta”
“Ti faccio sapere”
“Bene, per me rimani mio cognato. Noi siamo la tua famiglia”
Simone si trascina dietro la porta. Damiano si versa un altro bicchiere di whisky. Certi addii non hanno bisogno di essere pronunciati. Te li senti addosso come una sensazione, un agente atmosferico. Questo è uno di quelli. Lo sa lui, e forse lo sa anche Simone, anzi, loro.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI