Racconti Orfani-Organza e pregiudizio

Una voragine sui sentimenti, il sogno di una sigaretta, un Labrador desiderato e mai avuto … con I racconti del Giovedì, Chiara Mezzetti ci porta tra la panna della torta e i confetti nuziali, tra la speranza e l’angoscia di un sì che ti abbaglia e ti ingabbia. Buona Lettura

Ho scelto i sacchettini in organza. Un fiocchetto rosa a stringere il pezzo di stoffa alla fine, per non far uscire i confetti alla mandorla. Un bigliettino con scritto “Sara e Luigi sposi”. Senza data. La commessa diceva “il top del top, un classico senza tempo”. Sembrava convinta.
È leggero al tatto, facile da maneggiare.

Ho digitato “addobbi floerali nozze” su Google e mi è uscito “bouquet di gigli”. E allora ho riempito la chiesa di gigli e rose. E di gente. Amici, parenti e gente. Per scaldare l’abitacolo freddo, per fare bella figura. I posti assegnati, il prete della comunione. La mamma elettrizzata per il vestito e lo scialle, eh lo scialle per coprire le spalle ci vuole.
E l’organo e le sue note profonde, i tasti che ti strimpellano l’anima e ti suonano i nervi. La torta a tre piani con la panna tutta rosa e oro, le statuette buffe dello sposo aggrappato alla gonna della sposa. La nipotina che spande i fiori dal cestino di vimini, la giarrettiera in pizzo.
Tutto regolare.
“Sara e Luigi sposi”. Il bigliettino è ruvido, font Freestyle Script. Più me lo passo tra le mani più sento i nomi erodersi tra le pieghe dell’impronta digitale. E perdersi nelle curve concentriche, penetrare dentro l’epidermide. I significati smarriti, il polpastrello sporco, le lettere sbavate sulla carta.
Tiro con un gesto leggero il nastro che chiude il fiocco. Il sacchetto si apre. Prendo un confetto. Lo sento liscio tra le dita, levigato, ovale.

Domani mi sposo.
Mi sposo, io. Domani vado e dico “Sì lo voglio”. Lo dico. E tutti giù a soffiarsi il naso, un cellulare che squilla, che tanto c’è sempre. E la mamma che accarezza lo scialle. E prometto che Luigi lo amerò sempre “In salute e in malattia, in ricchezza e in povertà”. E lo giuro davanti a Dio, ai testimoni, alla legge. Io. Ma, io chi? Un nome sbavato sul biglietto, ecco chi.
“Si chiama panico da matrimonio, è tutto normale, anche a me con Fulvio uguale uguale prima. Ma poi…” Ma poi…Poi?
“Eh ma lo ami Luigi sì?”
“Sì”
“E allora! Sposati e basta”

Mangio il confetto. Lo mando giù intero. Senza masticare.

Vorrei accendermi una sigaretta, ma non posso, ho smesso. E se magari adesso mollo tutto, e scappo, e corro via, e vado in un’isola calda, dove c’è il mare più azzurro di questo e il sole più giallo, e lì mi compro una camicia hawaiana e mi faccio il Labrador che mi è sempre piaciuto, e mi bevo un cocktail con l’ombrellino…Magari…A quel punto, magari, mi viene voglia di accendermi una sigaretta. E allora lo faccio, cedo. Perchè tanto non devo rendere conto a nessuno, chè al Labrador non gliene può fregare di meno. E allora ricomincio e me la godo, e poi muoio di tosse e da sola. E magari penso che era meglio rimanere con Luigi, e sposarmi e masticare i confetti e buttare la sigaretta che fa pure puzzare l’alito.

Prendo un altro confetto.

Se faccio una cosa del genere, che mi tiro indietro all’ultimo, che dico “Non lo so se lo voglio, si può fare una via di mezzo? Ah, solo sì o no? Allora no”, a mia madre cade lo scialle per terra sicuro. E il prete si incazza di brutto perché ha paura di perdere la caparra. E una vecchia a caso sviene e la gente mi chiama puttana e a Luigi coglione, cornuto. Luigi, che è bravo, è deciso, Luigi che lo sa quello che vuole.

Ti vorrei seduto sulla poltrona della camera in questo momento, a quattordici ore dal matrimonio, a girarti un confetto tra indice e pollice.
Anche tu aperto da una voragine spalancata sui sentimenti, anche tu alla ricerca, a sognare una sigaretta e un Labrador.
A domandarti se io sono giusta, se mi puoi sopportare, se puoi sopravvivere alla vista del mio corpo che si gonfia e si affloscia e il viso che si arrotola nelle rughe e i capelli che si sfibrano e si spengono.
Ai rumori del bagno, alla mia faccia piena di dentifricio, alle puzze e ai fluidi, a tutto ciò che di orribile un essere umano porta con sé.
Ai miei segreti e alle mie fragilità, ai miei sbalzi e rimbalzi, ai miei limiti e alle mie sviste.
E ti vorrei vedere dondolare in apnea. Sentirti mentre ti manca il fiato perché mi ami e mi vuoi bene e non capisci la differenza, ma sai che c’è.

Così potrei raggiungerti e toccarti senza offenderti, senza ferire e infierire sui tuoi sentimenti, e non essere maleducata e non mancare di rispetto.

Potremmo toccarci e confessarci. E dirci che ci amiamo ma non siamo sicuri, che non sappiamo stare senza, ma non possiamo promettere l’insieme. E ridere tutti e due sul “per sempre” e abbracciarci perché siamo piccoli, perché non abbiamo l’asso in mano, ma solo biglietti sbavati.

Sarebbe bello. Ma tu Luigi, tu sei grande. Tu lo sai quello che vuoi, tu ami e vuoi bene e conosci le differenze e le sai elaborare, incanalare. Tu porti avanti gli impegni, tu dici “per sempre” e mantieni la promessa.

Mangio il confetto.

Non sta bene dopo tutti questi anni di fidanzamento. E dopo tutta l’organizzazione. Gli invitati hanno fatto il bonifico, come richiesto. E tu ora ti sposi, come richiesto. E Luigi, che bravo figliolo, bello, alto, con una posizione. Che poi hai trent’anni. No, dico, trenta. Mica ventidue. Trenta. Che vuoi trovare. Che poi ti lasci e un figlio non lo puoi più fare. Che lo vai a prendere all’asilo e sembri la mamma delle mamme. Adesso ti sembra, adesso. Che vuoi la tua libertà, che devi ancora girare, fare, rimbalzare. Poi a cinquanta, a cinquanta ti penti e finisci come l’amica della ‘ma. L’amica che colleziona i borsellini con la chiusura a calamita e mette il cappottino al gatto.

Prendo l’ultimo confetto della confezione.

Ma non si potrebbe continuare a stare insieme così, sulla fiducia? Che poi quando finisce finisce e magari proprio per questo non finisce. Mettere un attimo in pausa. Fermare ‘sti trenta. E invece di farli durare trecentosessantacinque giorni, trecentosessantacinque anni. Così da avere il tempo. Il tempo di amarsi e lasciarsi e provare e riprovare. Odiarsi e riscoprirsi, viaggiare e non volersi. Tradirsi perdonarsi, decidersi.
E magari conoscersi, e fare una mappa dei nei, uno schema dei pro e dei contro.

E invece io devo scegliere adesso. Avrei dovuto farlo prima, anzi.

Ho deciso. Domani vado e lo dico, davanti a tutti. E poi sarà quel che sarà, come dice la canzone.

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