Racconti Orfani-Mike e il sogno americano

Chiara Mezzetti

Le voci di paese, parlare, sparlare, guardare e giudicare. Poi c’è Mike: il sogno, l’immaginazione, la sfida. Passo dopo passo, Chiara Mezzetti ci accompagna dove la mente va oltre, dove il sogno si perde con l’immaginario e la realtà si confonde nelle pieghe di luci e sapori. Buona lettura 

“In paese starnutisci e dicono che ti sei cagato addosso”

Di cazzate ne spara tante Mike. Questa, però, mi è rimasta impressa. Lo capisco qualche secondo prima, che sta per accadere qualcosa di importante. Allora mi concentro e focalizzo i dettagli, perché il ricordo non sia il solito frammento, ma un quadro ben definito, con profumi, colori e tutto il resto.

Che Mike stava per dire qualcosa di memorabile, l’ho capito da come ha preso aria. Il respiro è stato un po’ più lungo del solito, quanto basta per organizzare un’intuizione. Quando è stato bocciato alle selezioni per l’esercito non mi ha spiegato perché. E comunque io non gliel’avrei chiesto. I piazzaroli, invece, loro lo tartassavano di domande. Fingevano di stizzirsi davanti al suo silenzio, ma in realtà questo dava il via libera a ogni tipo di congettura più o meno fantasiosa, cioè il massimo divertimento. Allora Mike è diventato uno con la protesi al braccio, il cazzo piccolo, cieco da un occhio, coi piedi palmati, psicopatico, delinquente, militare in borghese lasciato qui, in questo buco di culo di cinquemila abitanti, per spiarli.

La voce è arrivata anche ai paesi vicini, chissà quanto e come modificata, e alcune ragazze un po’ perverse hanno iniziato a fare a gara per andarci. Volevano essere le prime a svelare l’arcano, quale fosse il pezzo disgustoso del suo corpo.

Secondo me, però, la frase non si riferiva a questo.

Avevano sempre fatto un po’ chiacchierare la sua mania per i cappellini da baseball, il suo atteggiamento americaneggiato e, più di tutti, il suo intollerabile sognare di continuo.

Quando la madre se l’è portata via un albero reciso da un fulmine, che l’ha decapitata seduta stante, Mike non me l’ha detto. Non gli piace dare brutte notizie, e tantomeno riceverle. Dice che rovinano la festa, anche quando la festa non c’è.

Al funerale, primo banco della chiesa, suo padre e i suoi due fratelli che piangevano, torturando lo stesso clinex logoro per tutta la funzione. Io ero quasi fuori, ultima fila in piedi, attaccato alla porta. Ho esaminato tutta la chiesa da cima a fondo, ma niente, Mike non c’era. Questo ha fatto incazzare di brutto le vecchie della parrocchia, che snocciolavano i rosari come cinture di proiettili. “Figlio disgraziato” “demonio bastardo”.

Così Mike, oltre alla perdita della madre, doveva ora sopportare la stigmatizzazione sociale nel ruolo di mostro e figlio degenere. Lui peggiorava questa situazione sfilando tra la gente con il sorriso allargato sulle guance, innervosente, quasi immorale.

Ecco, credo che si riferisse a questo episodio più che agli altri, perché, subito dopo aver pronunciato la frase, ha fissato per qualche istante l’orizzonte. Lo fa quando si tratta di qualcosa di importante, su cui valga la pena ragionare ancora un secondo dopo aver parlato. Ha preso questa abitudine da The Great Gatsby, in cui il personaggio del signor Gatsby fissa sempre una luce verde aldilà dell’orizzonte, che, secondo Mike, rappresenterebbe la speranza, il sogno americano.

“Per te che odore ha New York?”

“Ma che cazzo di domanda è?”

“Pensaci, tu hai sentito l’odore della campagna, dell’erba bagnata, dei sanpietrini affumicati dal sole al corso, della piazza a carnevale. Però non hai mai sentito il profumo di milioni di passi che si affollano sul cemento, delle metropolitane che sfrecciano nei sotterranei, dell’accento americano che si piega lungo il fiato”

Ai campetti del prete giocavamo a pallone, e invece lui voleva fare il cestista come Michael Jordan. Lo affascinavano quei salti altissimi, ma noi, che avevamo la testa piantata a terra per non perdere di vista il pallone e i piedi, non potevamo capirlo. Da lì abbiamo iniziato a chiamarlo Mike, da lì e dalla sua fissa per New York.

Alle superiori, uno di quelli più grandi gli ha dato della checca perché leggeva Walt Whitman. In paese si sa che la poesia, come ogni cosa che non implichi l’utilizzo del pene o del bicipite, è roba da effeminati. Allora Mike gli si è avvicinato all’orecchio e, con un sorriso più grosso della faccia, gli ha risposto: “Secondo te, trombo di più io con le frasi di Walt Whitman o tu con quelle di Er Monnezza?” poi gli ha lanciato un bacio con la mano e se n’è andato.

A volte mi annoia con questa storia dell’America. È capace di andare avanti ore con le menate sulla“società perfetta, un miscuglio di quanto c’è di più bello e più schifoso da tutto il mondo.”

Mike tifa i cow boys. Testosterone e pistole, no gli indiani con le piume in testa e i gilettini a frange. Gli piace il western, gli sguardi lunghi, altrove. Vuole partire. Farebbe la strada a nuoto se solo non fosse sicuro di affogare a pochi metri dalla riva.

Ho il dubbio che gonfi le vele di questo immaginario lontano per nascondere le sue fragilità ed evitare tutti gli argomenti scomodi che, prima o poi, con un amico finirebbe per affrontare. Insomma, capisco la noia, il senso di soffocamento. Perché in questo buco di culo ci vivo pure io e dal suo stesso tempo. Ma non riesco a spiegarmi come la cosa possa disturbarlo a tal punto da voler fuggire così lontano.

Ho provato a chiederglielo, una volta, e lui è partito con la solita menata: “Cinquemila anime, stipate in uno spazio ristretto, che si consumano l’aria a vicenda. Si rubano l’ossigeno appesantendolo di parole accalcate una sopra l’altra. Non è sicurezza, è noia asfissiante che aizza l’odio. Dovrei chiederlo io a te perché questa ossessione non ce l’hai.” Quella volta, lo sguardo oltre l’orizzonte l’ho piantato io.

Mike passa i pomeriggi a immaginare come se ne andrà, chi saluterà. Arriva anche a dieci scenari diversi nello stesso giorno. Quando siamo insieme, per non annoiarmi, mi infila nella storia, anche se lo sa che io non partirei per davvero: a volte lo accompagno nel viaggio, lo sostengo nei momenti di difficoltà e ripensamento con scossoni e ceffoni. Altre abbiamo una cinquantina d’anni e viviamo a New York già da trenta, siamo brokers e fumiamo sigari pregiati. Quando è brutto tempo, si lascia ispirare, e descrive la nostra prematura morte tra i flutti dell’oceano mentre tentiamo la fortuna. Gli piace parecchio, perché dà un senso eroico, ci rende martiri per una causa.

“Perché no?”

“Mike, a me piace la cosa dell’America. È divertente. Però, New York…”

“In paese starnutisci e dicono che ti sei cagato addosso”

“E la mia famiglia, i miei amici, le mie cose…?”

“New York può diventare il tuo posto”

“Appunto. Dapertutto finisce che hai i tuoi posti”

“La verità è che non hai le palle di partire”

“E tu non hai le palle di rimanere”

È un anno che Mike non si vede in giro. Alla fine ci è entrato nell’esercito. Si è suicidato.  È diventato un tossico, il padre l’ha fatto ricoverare. Si è trasferito, ha iniziato l’università. L’hanno preso a lavorare alle ferrovie. Qualsiasi cosa gli sia capitata, se l’è meritata tutta “disgraziato.”  È stato ammazzato, rapito, assoldato nel circo itinerante. E c’è pure chi dice che si sia sposato su al nord con una conosciuta in vacanza.

Io l’ho visto in America, a fumare sigari di lusso.

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