Racconti Orfani-La strada da fare per tornare indietro

di Chiara Mezzetti*

La destra stretta intorno al cambio. La sinistra a metà volante che è ancora freddo, ma meno rispetto a stamattina presto. Il piede destro sull’acceleratore. Il sinistro vigile vicino al freno. Pronto a scattare. Stefano ha messo gli scarponcini. Fa freddo d’inverno lì dove deve arrivare. Almeno due gradi sotto rispetto a casa. Fa freddo lì anche d’estate. Quando superi il benzinai è il momento che entri. Entri e senti già l’atmosfera cambiare, compattarsi in una cupola di gelo e morte.
Ogni tanto butta un occhio sul contachilometri. Bisogna andare piano. Pericolo gelo. Pericolo smottamento. Pericolo.
«Hai visto i fiocchi?» Martina appoggia l’indice sul vetro, lasciando impresso un piccolo cerchietto. C’è anche lei in macchina. A volte Stefano se la dimentica. Quando fa mente locale, e si rende conto che lei esiste, è lì, proprio al suo fianco, che è fisica e lascia prove organiche di sé come le impronte sul vetro, i capelli neri e spessi sparsi sui tappetini, allora pensa che prima o poi lei se ne accorgerà che lui non ci fa nemmeno caso, che lui se la dimentica. Sempre che non se ne sia già accorta. Se te ne sei accorta, piccola, perché rimani seduta lì? Perché non scendi e non mi mandi a fanculo?
«Sì li vedo»
«Dicono che siano ognuno diverso dall’altro -Martina continua a parlare con la testa rivolta verso il finestrino e lo picchietta con il dito come se volesse toccare tutti i cristalli di neve. Ha gli occhi pieni Martina. Sempre pieni di qualcosa. Stefano ora non li vede, nascosti dietro il caschetto nero che le scivola sulle spalle. Ma lo sa. – dico ognuno diverso dall’altro. È una cosa più grande di te se ci pensi»
Stefano non risponde. Gira la manopola della radio in senso orario. Da zero a venticinque.
Allerta Meteo. Come annunciato nei giorni precedenti, continuano le forti precipitazioni nevose nel Centro e Nord Italia. Si prega di guidare prudentemente. Consigliamo comunque ai nostri ascoltatori di andare a casa al più presto. Molte strade sono già bloccate. L’emergenza sta coinvolgendo anche le linee ferroviarie. Cancellate le tratte Firenze-Ancona, Roma-Napoli, Bologna-Pisa…
Stefano gira di nuovo la manopola. Senso antiorario. Da venticinque a zero.
«Torniamo indietro?» chiede, senza staccare gli occhi dalla strada.
«Ci siamo ormai. Male che vada ci fermiamo lì. È più la strada da fare per tornare indietro che per arrivare» È più la strada da fare per tornare indietro che per arrivare. Quanti chilometri ha fatto Stefano? E se avesse percorso solo una manciata di metri e si fosse perso tra le ombre e i rami e le liane? È rimasto incastrato. Pochi passi e s’è impigliato nei rovi. E ora, ora per tornare indietro, al punto di partenza, per ritornare alla casa che casa non è più e forse è stata ma chissà quando e come, ora deve fare chilometri e attraversare la bufera. Stiamo tornando indietro ora, Martina. Ora.

La strada si srotola liscia in un rettilineo che sembra infinito. Stefano non cambia marcia da un po’. I fiocchi si sono fatti più insistenti e ha dovuto alzare il tergicristalli alla velocità massima. Martina ora guarda davanti, dentro al vetro grande.
«Quanto tempo è che non vedi tua mamma?» gli fa Martina così, dal nulla. Mentre si porta le ginocchia al petto e calpesta il sedile con le Dr. Martens bordeaux.
«Tira giù i piedi, sporchi il sedile»
Martina li sbatte a terra «Quanto tempo è che non vedi tua mamma?»
«Cambia qualcosa?»
«Cambia sì. È un anno che stiamo insieme e non so niente della tua famiglia. E sembra che andare ti rompa davvero le palle. Sembra che ti ci trovi costretto. Se non mi vuoi presentare a nessuno torniamocene a casa»
Andiamo! A casa. Io nella mia e tu a fluttuarmi intorno. Andiamo adesso.
«L’hai detto tu. Ci vuole di più a tornare indietro che ad arrivare»
«Si può sapere che problema hai oggi?»
Il problema è che non ci voglio andare. Non voglio superare quel benzinaio del cazzo. Non voglio soffocare sotto la cupola di gelo. Non voglio andare a casa, ché quella non è mai stata casa mia, o forse una volta, ma non me lo ricordo. Se non te lo ricordi è come se non fosse successo. Se non ti ricordi un libro che hai letto è come non averlo letto, no? Ecco, io casa mia non me lo ricordo quand’è stata casa, e anche se lo so, me lo sono appuntato a margine del cervello che casa c’è stata, potrei benissimo essermelo immaginato. Aver creato un ricordo che non esiste. Potrei aver fatto di tutto mentre ero impigliato nei rovi. E comunque non conterebbe niente.
La macchina scivola su una pozzanghera di ghiaccio. Stefano porta anche la destra sul volante. Lo afferra a due mani per tenerlo dritto, ma quello gira da solo. I libri appoggiati sul sedile posteriore cadono a terra. Stefano stacca il piede dall’acceleratore. Inserisce la prima. Mai frenare con il ghiaccio. Usa il freno-motore. Metti la prima fai gioco-forza. Gli viene in mente la faccia bonaria dell’istruttore di scuolaguida. Sono passati dieci anni dall’esame per prendere la patente. Eppure ora quella faccia è viva e si proietta sul vetro in tre dimensioni, che Stefano può quasi toccarla. Martina d’istinto stende la gamba sinistra davanti a sé a premere un freno immaginario, e allunga il braccio sulla pancia di Stefano per proteggerlo. Dicono che è nei momenti d’emergenza che esce fuori chi sei, cosa pensi per davvero. E Martina per davvero ama Stefano. Per davvero vuole, deve salvargli la vita. Stefano sente le dita di Martina affondargli nel cappotto. Martina esiste. Martina vuole vivere. La macchina è fuori controllo, scivola a destra e sinistra. Ondeggia sul suolo gelato come un vascello nella tempesta. Segue le onde del ghiaccio e sembra che stia per spiccare il volo. Per librarsi in aria oltre il benzinaio che è lontano chissà dove immerso nella nebbia, avamposto dell’Inferno. E invece rimane a terra, si scaglia con un tonfo a cavallo di una cunetta. Stefano e Martina rimangono agganciati alla cintura di sicurezza. Sentono il sedile mancare sotto e ritornare un secondo dopo.
Adesso la macchina è ferma. In bilico al lato della strada. Stefano si sgancia la cinta. La sgancia anche a Martina, che ora è riversata sul finestrino. Aspetta qualche secondo prima di chiamarla. E se fosse morta, se se ne fosse andata sotto i suoi occhi, non sarebbe giusto.
Morire di fianco a uno che si dimentica che esisti. Ti amo Martina, ti amo a modo mio. Ti amo male, malissimo, poco, in modo sciatto. Però ti amo Martina. Non è colpa tua è che il mio cuore è morto tra i rovi. S’è sgonfiato come un pallone da calcio trafitto da una spina. Una minuscola spina. Il sangue e l’amore e l’aria sono fluiti via a poco a poco, senza rumore senza pressione. E mi sono ritrovato sgonfio Martina.
«Martina?»
Martina ha gli occhi spalancati. Il respiro affannato le si muove tra le vene del collo.
«Dobbiamo scendere»
Martina annuisce. Entrambi escono. Ora sono fuori dall’auto. A qualche metro di distanza. La guardano in piedi. Gli occhi di Martina sono pieni anche adesso. Una pienezza terrificante, scura. Quanto t’invidio, Martina. Che fortuna essere pieni.
«Tutto a posto?» Stefano le appoggia una mano sulla spalla e mentre pronuncia queste parole una nuvoletta di fumo gli fluttua fuori dalla bocca. Martina annuisce.
Il cielo appannato riflette una luce lattiginosa. Stefano guarda le distese bianche. Sembrano un unico campo infinito di nulla. E la strada un serpente d’asfalto che ci striscia in mezzo. Stefano si sente invaso da una strana sensazione. È l’adrenalina. Il rilascio di adrenalina che cambia gli equilibri chimici. Non può essere solo questo. Questa non è chimica, Stefano. Questo è amore.
Martina è ancora immobile. Guarda la macchina e si tiene le braccia al petto per il freddo. Stefano raccoglie al lato della strada una manciata di neve marrone. A mani nude la modella bene tra un palmo e l’altro. Non sente freddo adesso. Fa una bella palla liscia e la lancia contro la spalla di Martina. Lei si gira, con i suoi occhi pieni. Sorride. «Sei proprio stupido». Raccoglie un po’ di neve. Fa un mucchietto meno preciso e lo lancia contro Stefano. Il relitto rimane al lato della strada, mentre Stefano e Martina si rincorrono in mezzo alla neve e le loro risate volano alte, fino al cielo appannato. Stefano butta uno sguardo alla macchina. Un giorno ci tornerà a casa. E ci porterà Martina. È una promessa. Ma non oggi.

*Chiara Mezzetti ha cominciato a scrivere da piccola, con i temi sulle sue avventure insieme a Spike (il suo cagnolino) e una poesia che le è valsa il primo posto ad un concorso scolastico. Con una storia sulla pallavolo ha vinto un concorso nazionale. Con l’Università è arrivato il tempo dei primi articoli e recensioni, su Tropismi, TusciaUp e Il Messaggero. Da un anno a questa parte tiene su TusciaUp la rubrica
“I racconti orfani“.Pillole di quotidianità, scorci di personaggi sempre monchi di qualcosa, echi di parole mai dette. Escono il giovedì due volte al mese.

Prossimo appuntamento il 7 febbraio.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI