Racconti Orfani – Il tailleur di Maddie’s

di Chiara Mezzetti*

L’ha visto qualche mese fa. Era addosso a un manichino senza volto. Abbinato a una sciarpa di cachemire e una borsa a bauletto con i manici in pelle. Il manichino era scalzo, senza faccia e senza capelli. Aveva una posizione dinoccolata, con il ginocchio in avanti e le braccia dritte lungo i fianchi.
Il negozio era ancora chiuso. Ci è passata per caso davanti mentre andava al lavoro. Il tailleur era lì. L’ha intravisto oltre le sbarre della saracinesca abbassata. Intervallato da una rete di ferro. Giacca dal taglio liscio, impreziosita sui polsi da due perle minuscole, attraversata da un gessato finissimo. Lo stesso motivo ripetuto sui pantaloni a sigaretta, con la vita alta e il taglio capri. Ha appoggiato i palmi sulle grate e ha infilato gli occhi tra i rombi. Perfetto per l’ufficio. Ed è andata al lavoro.
A casa, Gianluca la aspettava seduto sul divano, con gli occhiali calati a metà naso e i piedi allungati fin dentro il camino. Lei è entrata con una spallata alla porta, carica di buste della spesa, e le ha lasciate sul tavolo. È corsa al lavandino a sciacquare i piatti del pranzo. Gianluca si è alzato e ha iniziato a riporre tutti i prodotti al loro posto. Rossana sfregava di lena con la spugna una padella incrostata.
«Oggi Aurora ha preso sette al compito di italiano» le ha detto Gianluca con tono distratto, mentre si rigirava il cartoncino di panna da cucina tra i palmi per capire se andasse in frigo o meno.
«Ah, bene. Non va in frigo quella se è chiusa»
«Io invece ho parlato con l’avvocato»
«E che ha detto?»
«Che ci sono buone prospettive»
Rossana non ha risposto, sistemava le stoviglie nello scolapiatti.
«Non te ne frega un cazzo eh?»
«Ma perché dici così? Sto ascoltando. Buone prospettive non significa niente. Tu hai bisogno di un lavoro non di prospettive»
Avrebbe voluto dirgli del tailleur, ma non le è sembrato il caso.

Ci è passata davanti anche il giorno dopo. E quello dopo ancora. Per una settimana ha alitato dentro i rombi, ci ha appoggiato le mani, che si sono gelate e impuzzolite di ferro. Un tailleur perfetto per l’ufficio e non solo. Metti che la invitano a una cena. Metti che si fa risentire la Paola, che non si vedono più dai tempi dell’università. Metti insomma che le capita l’occasione. Le capita e lui è pronto lì nell’armadio. Lo mette con le décolleté in vernice, quelle che le fanno un po’ male sulle dita.

L’ufficio sembrava più grande da quando Antonella se n’era andata in maternità.
«Quando viene la ragazzetta nuova?» ha chiesto Rossana a Sandra.
«Non ne ho idea» ha risposto lei, mentre si dondolava all’indietro sullo schienale della sedia girevole.
«Ho visto un tailleur, perfetto per l’ufficio» ha detto Rossana, quasi che quella notizia le fosse esplosa nella bocca. Era la prima volta che parlava a qualcuno del tailleur.
«Prendilo, no?»
«L’ho visto da Maddie’s»
«Ah…Lì ti ammazzano…Quanto costa?»
«Non lo so»

Ci sono voluti altri tre giorni perché Rossana trovasse il coraggio di passare da Maddie’s dopo il lavoro. Ha parcheggiato ed è entrata. Subito, all’ingresso, è stata investita da una zaffata di cocco e vaniglia. In sottofondo la voce limpida di una cantante americana che lei non è riuscita a riconoscere. La commessa, che non avrà avuto più di venticinque anni, tutta vestita Maddie’s, con i capelli liscissimi, lunghissimi, castanissimi, insomma con i capelli ai massimi livelli di tutte le qualità organolettiche che un capello possa avere, le si è avvicinata con le mani dietro la schiena.
«Posso aiutarla?»
«Do uno sguardo, grazie»
Rossana camminava tra gli abiti e le grucce. Sfiorava con le mani i tessuti, se li sentiva scivolare sulla pelle. Ascoltava il cigolio dei suoi passi diffondersi per il negozio, e osservava le fantasie scintillare sotto i fari bianchissimi appesi al soffitto. Non c’era mai entrata da Maddie’s. Ma voleva apparire disinvolta. Sembrare una per cui Maddie’s non era niente di speciale, ordinaria amministrazione. Le targhette erano ficcate tutte bene dentro i colletti e i passanti, con il prezzo rivolto all’interno. Ha provato a infilarci l’occhio dentro senza spostarle con la mano, per non farsi beccare dalla ragazzetta Maddie’s. Ma non ci è riuscita.
«Cercava qualcosa in particolare?» l’ha incalzata la commessa con un sorriso isterico.
Presa alla sprovvista, Rossana ha esploso un’altra volta la stessa frase: «Ho visto un tailleur, perfetto per l’ufficio»
«Ah, intende quello della vetrina? Va tantissimo quest’anno il gessato. –Ha chiuso un occhio per avere più mira e ha osservato bene Rossana- Lei su per giù dovrebbe essere una 42. Gliela prendo in magazzino» e si è allontanata trotterellando con tutti i capelli “issimi” che le ballonzolavano sulla schiena.
Ormai era tardi. Quella era sparita nei locali sotterranei del negozio, nei mitologici depositi pieni di abiti incellofanati, targhette girate dal verso giusto e polvere. Sarebbe emersa e le avrebbe dato il tailleur. E lei avrebbe dovuto trovare una scusa per non comprarlo. Un dettaglio insignificante per schifare l’oggetto del desiderio che la aggrappava a quella vetrina da giorni. Rossana guardava fissa la porta. Poteva andarsene. Tanto da Maddie’s non ci sarebbe più entrata. E allora forse tanto valeva provarselo prima di rinunciarci per sempre. Sentirselo addosso almeno una volta.
«Gliel’ho sistemato in camerino, in fondo a destra»
Rossana si era spogliata sotto la lampadina bianca. Era in mutande davanti allo specchio a figura intera. La luce metteva in risalto tutti i minimi inestetismi della pelle, ogni infinitesimale ruga che le attraversava la faccia. Ora c’erano anche peli del suo corpo che non aveva mai visto e delle piccole smagliature che si ramificavano all’altezza dei fianchi. Non si era mai sentita così brutta. E così sola. Le era venuta voglia di un abbraccio. Di quelli caldi e avvolgenti che le dava Gianluca prima. Prima di perdere il lavoro, prima che il tavolo fosse sommerso dalle parcelle dell’avvocato. Prima delle telefonate, delle sigarette fumate a tarda notte, dello scroscio dei rubinetti aperti per coprire le urla, per non farsi sentire da Aurora.
Ha immaginato di raccontarglielo. Tornare a casa e dirgli del camerino, del tailleur. Delle mattine passate ad alitare sulla vetrina. Ma che le era passato per la mente? E farsi prendere in giro, farsi chiamare vanitosa. Sentirsi dire che è bella sempre. Ridere della commessa, e discutere insieme sulla possibilità di lasciarsi crescere i capelli.
Rossana ha infilato i pantaloni. Poi la giacca. Ha allisciato le tasche a mani aperte. Si è girata per guardare i pantaloni da dietro. Ha pensato: un tailleur perfetto per l’ufficio. Il tessuto addosso era comodo, spesso. Le perline sui polsini luccicavano sotto la luce. Ha assunto la stessa posa del manichino senza volto. Braccia lungo i fianchi, ginocchio in avanti. Si è sistemata i capelli dietro le orecchie e ha fatto un paio di giravolte. Ora che ce l’aveva addosso, sentiva che era stato cucito per lei. Era un suo diritto. Le dava un’aria signorile, austera. Di donna in carriera. Una di quelle che corrono sulle scale della metro. Un tipo da Maddie’s, da borsa a bauletto con i manici in pelle.
Ha buttato un occhio sui vestiti di prima. Sul maglioncino spiegazzato gettato sullo sgabello. Scolorito e impeluccato. I pantaloni, con una gamba al rovescio e una al dritto, erano caduti per terra. Adesso che l’interno era esposto sotto la luce bianca si vedeva bene una leggera usura che percorreva l’interno coscia. Ora le sembravano i vestiti di un’estranea. Una crisalide posticcia e ormai morta. E l’idea di sentirsi pizzicare la pelle da quei tessuti sintetici, stretti dai lavaggi, le faceva rabbia.
«Come andava?» era la voce scattante della ragazzetta Maddie’s.
Nell’infilare la giacca, la targhetta si era staccata. Rossana se n’era accorta solo adesso che la vedeva a terra. L’ha raccolta e ha letto il prezzo: giacca € 750,00, pantalone € 825,00.
«Un po’ stretto, c’è la taglia più grande?»
«Gliela prendo subito»
Rossana ha infilato la testa fuori dal camerino. I capelli della commessa stavano fluttuando giù per le scale del magazzino.
Ha dato un ultimo sguardo ai vestiti sgualciti sullo sgabello. Non erano più suoi ormai. Con uno scatto leggero è uscita dalla porta del negozio con indosso il tailleur. L’allarme ha suonato. Rossana non si è voltata, e ha continuato a passo deciso. A cosa dire a Gianluca ci avrebbe pensato strada facendo, mentre correva sugli scalini della metro.

*Chiara Mezzetti ha cominciato a scrivere da piccola, con i temi sulle sue avventure insieme a Spike (il suo cagnolino) e una poesia che le è valsa il primo posto ad un concorso scolastico. Con una storia sulla pallavolo ha vinto un concorso nazionale. Con l’Università è arrivato il tempo dei primi articoli e recensioni, su Tropismi, TusciaUp e Il Messaggero. Da un anno a questa parte tiene su TusciaUp  la rubrica
I racconti orfani“.Pillole di quotidianità, scorci di personaggi sempre monchi di qualcosa, echi di parole mai dette. Escono il giovedì due volte al mese.

Prossimo appuntamento il 24 gennaio.

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