Racconti Orfani- Che fai a Capodanno?

di Chiara Mezzetti

Chiara Mezzetti non manca all’appuntamento,stavolta con un racconto che erompe come la schiuma dalla bottiglia dello spumante a Capodanno, tra giochi di luce e di ombre. Un cin cin ricercato  per un brindisi speciale..  “I miei racconti sono orfani perché hanno una madre, una radice, ma questa non si lascia conoscere, solo sbirciare“.

Una décolleté sinistra numero 38, tacco 10, laminata oro, promo 60%. Sta lì, rovesciata col tacco verso l’alto. Camilla l’ha comprata su Zalando, “confortevole, calza largo” c’era scritto sulle recensioni. E invece s’è ritrovata una tagliola agganciata alla pianta del piede, un morso sempre più stretto che le ha tagliato le dita ed eroso il calcagno. Che non l’ha fatta ballare.
Si è mischiata tra gli altri in piedi. Ha mosso un po’ i ricci caldi di ferro con le mani, scosso il sedere cercando di non perdere l’equilibrio. Si è lasciata tirare per un braccio e infilare nel trenino. Ha fatto pochi passi, poi sorridendo si è staccata. Non se n’è accorto nessuno. Si è avvicinata al tavolo del buffet e sorseggiando un bicchiere vuoto ha sollevato i piedi sulle punte. Per fare uscire un po’ il tallone. Per respirare. Ha aperto le labbra e preso una boccata di sudore e puzza di cibo da asporto. L’ha inalata bene, l’ha sentita scorrere e intasare i polmoni. Ha rimesso i talloni nelle décolleté. Ha sentito un pezzetto di carne tagliarsi via. Ha inforcato un sorriso gentile ed è tornata in pista.
Ora con il piede scalzo preme sul dorso della décolleté destra. Sgancia la trappola, la scalcia via con un colpetto e tira un sospiro di sollievo. È finita. Tende le dita dei piedi e le osserva trasparire attraverso il nylon nero. All’altezza del tallone il collant si è consumato fino a diventare finissimo, quasi impercettibile. Si può intravedere sotto la crosta rossa.
“Ciao Cami noi andiamo, grazie di tutto, buon anno”
Camilla non si volta nemmeno a salutare. Lascia scorrere via gli invitati come bagagli sul nastro. Fa un sorriso di circostanza verso il vuoto, e abbozza un cenno con la mano. A terra, briciole e forchette di plastica, qualche bicchiere accartocciato, un po’ di fazzoletti. Il secchio all’angolo, fatto di un cartone da imballaggio con dentro una busta nera dell’immondizia, è stracolmo. Sono caduti fuori alcuni bastoncini con attaccati baffi finti di cartone. In alto, il palloncino 2 di 2019 è sgonfio, mentre l’1 è caduto per terra e ora fluttua con attaccato un capello lungo e liscio.
In sottofondo, la playlist in riproduzione casuale. Ancora Maracaibo. Camilla infila la forchetta di plastica in un pezzo di lasagna ormai gelida e durissima. Il dentino della forchetta si spezza. Camilla getta la forchetta a terra e afferra il mattoncino di besciamella e pasta sfoglia a due mani. Lo mette in bocca intero. Prende un bicchiere di plastica usato da qualcuno. Versa lo spumante che si mischia a un residuo di Coca Cola e lo manda giù.
È finita. Non c’è più nessuno. “Grazie di tutto, buon anno”.

Doveva rispondergli che a Capodanno avrebbe sorriso tutto il tempo. Un sorriso numero 38, laminato oro, promo 60 %. Che avrebbe organizzato una festa, perché la casa fosse comunque vuota ma un po’ più sporca. Che ci avrebbe messo dentro tutto. Le lenticchie che non avrebbe mangiato nessuno, lo spumante, il festone di buon anno, le stelle filanti, la gente. Che ci sarebbero stati proprio tutti, anche i “la mia ragazza può venire?”, i “c’è quest’amica che non sa che fare”. I cugini, i fidanzati, il cane, il vegano, l’intollerante, quello che lavora e viene dopo, i pomicioni sulla sedia in disparte, la coppia che litiga, l’amico ubriaco che vomita. Non sarebbe mancato niente. Che lei si sarebbe seduta per far respirare i piedi, e che non avrebbe nemmeno guardato gli invitati andarsene. Che al conto alla rovescia, il momento della catarsi, il tuffo nel futuro, l’apice del climax, lei avrebbe gridato a pieni polmoni 10…9…8…Avrebbe scandito bene tutte le lettere. S-E-T-T-E. E si sarebbe guardata intorno. Avrebbe cercato un paio d’occhi a cui aggrapparsi. E non avrebbe trovato nessuno. Che da brava padrona di casa avrebbe stappato lo spumante, tra gli applausi e l’entusiasmo di tutti.
Che gli avrebbe scritto un messaggio e l’avrebbe cancellato senza inviarlo. Che non avrebbe pensato a lui tutta la sera, ma le sarebbe venuto in mente solo alla fine. Solo a casa sporcata. Che l’avrebbe pensato mentre sulla sedia si massaggiava le dita dei piedi. Che si sarebbe chiesta dove fosse, se stesse a letto con qualcuna. E che l’idea che stesse a letto con qualcuna non le avrebbe nemmeno dato poi troppo fastidio. A patto che l’avesse pensata anche lui. A patto che avesse continuato a sperarci.
Gli avrebbe dovuto rispondere che avrebbe voluto conoscerlo da piccoli. Farci la scuola insieme. Per avere un argomento, un legame, un motivo per rimanere in contatto. Che le capita di pensarlo quando è in macchina. Quando alla radio passano Cremonini. Perché un po’ si somigliano e perché lo passano spesso. Che immagina di incontrarlo e non dirgli niente. Solo sguardi lunghi. Solo occhi a cui aggrapparsi. Che non avrebbero niente di cui parlare.
Avrebbe dovuto chiedergli “Che fai per riempire? Per sporcare la casa?” “Mi pensi quando passano Cremonini? Perché io ti penso”
E invece lui è entrato al bar senza preavviso. Senza musica in sottofondo. Niente conto alla rovescia. Niente sguardi lunghi, solo un cenno con la mano. Hanno fatto finta di non vedersi, per poi “incontrarsi” qualche minuto dopo. Giusto il tempo di prepararsi un attimo la battuta da dire, la posa da assumere. “Ciao, quanto tempo”. Il bacino dato guancia a guancia, la mano appoggiata sul cappotto.
Lui le ha chiesto “Che fai a Capodanno?”
E lei ha risposto “Festone a casa mia. Tu?”
“Facciamo serata a Roma in piazza”
“Bello”
“Sì, bello”
“Ora devo andare. Mi ha fatto piacere rivederti. Buon anno”
“Anche a me. Buon anno”.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI