Racconti Orfani-Bang Bang! L’indiano è morto

di Chiara Mezzetti

Il nuovo racconto di Chiara Mezzetti così come il precedente ci restituisce una nuova vivacità. Un racconto poetico e tormentato  dove la tensione sorprende e appassiona chi legge. Buona lettura.

È una villetta a schiera di 100 mq. Cortile esterno, pratino all’inglese. Due piani. Cucina, soggiorno, tre camere, due bagni, garage. Zona residenziale, di gente per bene. Di gente che imbianca una volta all’anno, cura le aiuole per hobby e non litiga per le spese di manutenzione degli spazi comuni. Il quartiere è nuovo, le case sono state costruite una quindicina di anni fa. I Russo si sono trasferiti subito, appena è nato Vincenzo. Serviva più spazio per la creatura, per farla crescere bene. Quando è arrivato Valentino, otto anni dopo, la sig.ra Russo ha ridipinto la cameretta color carta da zucchero. Ha tappezzato l’ingresso con le foto di famiglia. Nel ritratto al centro, sopra la tv, i Russo sono tutti vestiti di bianco. Vincenzo è piccolo e ha il broncio. Tira la gonna della mamma. Valentino si incastra preciso nell’avambraccio della sig.ra Russo, ha gli occhi chiusi. Il sig. Russo tiene le braccia conserte e guarda l’obiettivo fisso, come a sfidarlo, come a dire “E adesso?” Una macchiolina impercettibile si incastra all’angolo della cornice.
La paura più grande della sig.ra Russo era che le due creature non legassero. Che, vista la differenza d’età, Vincenzo si sarebbe fatto una vita, e Valentino avrebbe passato la sua a rincorrerlo. Che sarebbero stati due magneti, attratti dall’odore dello stesso sangue e respinti dall’eco di una solitudine troppo diversa. Si accarezzava la pancia e pensava ai rimbombi, li sentiva esplodere nell’utero. Non l’ha detto al sig. Russo. Non gliel’ ha confessato mai. Una specie di scaramanzia.

“Bang Bang! L’indiano è morto”
Vincenzo e Valentino si rincorrono per tutto il piano. Valentino impugna la pistola di plastica con precisione. Gliel’ha insegnato Vincenzo come si tiene. “Facciamo che è vera, Vale. Facciamo che mi devi sparare per davvero” ripete Vincenzo mentre con le dita gli stringe le mani intorno alla pistola.
“Bang Bang! L’indiano è morto”
Valentino ha le gambe divaricate. La mano debole sopra quella forte.
“La mano forte impugna la pistola, ma è la debole quella che dà stabilità. Vedila come se le mani siamo noi”
Valentino preme il grilletto. Il pallino giallo schizza dritto e colpisce Vincenzo sulla fronte. Vincenzo si butta a terra. Fa finta di essere morto.
“Bang Bang! L’indiano è morto”
Valentino soffia sulla canna della pistola. L’ha visto fare in tv. La rimette nella fondina. Vincenzo sta fermo da due minuti. Valentino lo osserva ancora in piedi. Si avvicina a passo lento, quasi a non volerlo svegliare. “Vinc…?” Vincenzo, ancora supino, lo afferra per un braccio e lo trascina giù. Gli fa il solletico. Le risate si sentono fino alla cucina. “Hai visto? Mi rialzo sempre io. L’indiano è vivo! È vivo!”
Vincenzo è vivo. È grande. Vincenzo è tutto.

Le scale non scricchiolano più. Era l’unico difetto della villetta a schiera di 100 mq. Il sig. Russo ha benedetto quello scalino sbilenco, che si riparava con niente e abbassava il prezzo di parecchio. Quando gli gira male, ci ripensa. Gliel’ha fatta sotto al naso a quello. Ha premuto la pianta del piede sul gradino e ha detto “Qui scricchiola è pericolante. Non si può comprare”. E subito il tizio scemo ha abbassato, ritrattato. Se solo quello scalino non l’avesse riparato. Se l’avesse lasciato scricchiolare, forse, ora non sarebbe in un lago di sangue. E forse i brandelli del suo cervello sarebbero ancora tutti attaccati al cranio.

“La vuoi vedere una pistola vera?”
“Una vera vera?”
“Vera vera, sennò come? Vera finta?”
“E tu dove l’hai trovata la pistola vera?”
“L’indiano è vivo”
Vincenzo si passa la semi-automatica tra i palmi. Percepisce l’acciaio gelato. Lo sente paralizzargli i polpastrelli. Raschiargli via le impronte digitali. Congelargli le vene una per una, farne rami, fronde, rovi spinati. Una rete di fibra dura, un muro di stalattiti secolari.
“La vuoi toccare?”
Valentino annuisce. Prende in mano l’oggetto mitologico.
“Spara per davvero?”
“Spara per davvero. Però lo sai come funziona, no? Tu spari, l’indiano sta fermo due minuti e poi si rialza”
“Anche con questa si rialza?”
“Solo se prima dici la formula magica. Te la ricordi?”
“Bang Bang! L’indiano è morto”

Non si perde una puntata. Sogna da sempre, anche se non lo confesserebbe mai al sig. Russo -eh no, lui la prenderebbe per stupida- sogna da sempre di incontrarlo qualcuno. E finalmente chiamare e dire “Io l’ho visto! Stavo facendo spesa al supermercato. Dalla foto che vi ho mandato non si vede bene, ma vi assicuro che dal vivo…” e immagina già le forze dell’ordine mobilitarsi, e la Sciarelli che annuncia “Pubblico di Chi l’ha visto, vi invitiamo a segnalarci tutto ciò che può sembrarvi sospetto. Non è mai inutile. Ad esempio, è grazie alla sig.ra Russo che abbiamo ritrovato…”
Una volta ha anche chiamato. Ha digitato le cifre sulla cornetta. Ma al secondo squillo ha riattaccato.
Arriverà il momento, lo incontro di sicuro qualcuno
Alza il volume a 35. La sigla si sente fin dentro le camere, fa tremare le pareti carta da zucchero. Si siede vicino al sig. Russo, attaccata al bracciolo. Lei a sinistra, lui a destra. Non si tengono la mano, ma le spalle si toccano. Dallo schienale del divano sporgono solo le nuche. Davanti lo schermo piatto 45 pollici full HD. La luce si concentra tutta lì, in quel rettangolo bianco al centro della stanza, sotto il ritratto dei Russo incorniciato.
Lo scalino non scricchiola. Valentino scende le scale con la semiautomatica in mano. Vuole giocare con mamma e papà. Gliel’ha detto Vincenzo che sarebbe stato divertente. Che loro lo vogliono tanto, che lui è un bravo bambino, e però gioca sempre con Vincenzo. Come ci possono rimanere loro.
Gliel’ha detto Vincenzo, che è vivo. È grande. È tutto.

“Bang Bang! L’indiano è morto”

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