Nella Viterbo medioevale studenti e preti non pagavano le tasse

di Luciano Costantini

Nel Medioevo l’insegnamento della scrittura e della lettura era appannaggio quasi esclusivo della Chiesa e di chi la rappresentava. A costruire la cultura erano, monaci, preti, religiosi, prelati in generale che avevano preso il posto dei precettori greci e latini, scomparsi con la caduta dell’impero romano. Ovvio che i Comuni e le Signorie che si andavano formando tenessero in massima considerazione il clero e chi all’ombra del clero cresceva. Cioè istitutori in tonaca e studenti che godevano di guarentigie, ovvero tutele, che quasi mai venivano riconosciute alle altre classi sociali. Lo Statuto di Viterbo del 1251 all’articolo 126 recita in latino, magari approssimativo, che . Tradotto in italiano, chi amministra la cosa pubblica e i cittadini sono tenuti ad assicurare i beni, i diritti e la vita stessa di frati, predicatori e religiosi. La norma era di carattere generale anche se il riferimento specifico era per i Frati di San Francesco e i Domenicani di Santa Maria in Gradi che formavano le congregazioni cristiane di maggiore rilevanza in città. Ai discepoli del poverello di Assisi il Comune assegnava anche 100 lire ciascuno, che verosimilmente finivano nelle povere casse conventuali. Una speciale guarentigia riguardava la tutela dell’ordine pubblico: quaranta soldi di ammenda per chi pronunciava parole blasfeme in prossimità di una qualunque chiesa e nei confronti di un qualunque sacerdote durante la celebrazione della messa. Particolarmente rigidi i controlli intorno al monastero di Santa Rosa dove era addirittura fatto divieto non soltanto di formare assembramenti, ma semplicemente di alzare la voce. Nessuna meraviglia che il clero fosse esentato dal pagamento delle tasse e dal fornire qualsiasi contributo in uomini e natura al Comune. La Chiesa cioè rivestiva addirittura un ruolo istituzionale, soprattutto dopo la rovinosa caduta e la morte di Federico II che qualche anno prima aveva attentato alla libertà e alla vita stessa di Viterbo. La stesura dello Statuto del 1251, infatti, non poteva non essere stata influenzata, persino ispirata, dal risentimento verso l’imperatore. L’impianto normativo era stato costruito ad personam, più precisamente contra persona: il germanico. Leggere per credere. Religione e istruzione comunque binomio inscindibile, confermato anche nella gamma di tutele a favore della scuola. Tutti gli studenti fuori sede e anche i loro accompagnatori (per esempio, fratelli e genitori) che decidevano di prendere residenza in città non dovevano pagare le tasse ed erano esentati dal servizio militare, a meno che non fossero stati dichiarati nemici di Viterbo o da Viterbo fossero stati precedentemente allontanati. Coloro che fossero stati coinvolti in processi civili venivano giudicati dai loro maestri e non dai magistrati del tribunale. Niente tasse e niente servizio militare (angariis et parangariis) neppure per gli insegnanti che decidevano di aprire una loro cattedra a Viterbo. Un trattamento privilegiato che sta a dimostrare come la nostra fosse diventata con gli anni anche una autentica città degli studi. Tre secoli più tardi, per decisione di Papa Paolo III Farnese, diventerà addirittura sede di una Università di Studi che tuttavia andrà progressivamente perdendo di importanza per la concorrenza di Roma, Siena e Perugia. L’ateneo della Tuscia è storia relativamente recente, ma evidentemente naturale prosecuzione di una luminosa tradizione.

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