Marlboro Light Morbide. 5 euro e 20 cent.

di Chiara Mezzetti

[..Lo zero davanti te lo insegnano già alle elementari che è inutile. Dietro, alla fine dei numeri, lì ha senso. Trasforma le unità in decine, le decine in centinaia, e poi fa i milioni e i miliardi. Davanti non è niente.]
Torna il racconto nello stile graffiante che distingue Chiara Mezzetti, dopo la pausa estiva l’autrice ci consegna un racconto che accende quel pathos, che tiene con il fiato sospeso fino all’ultimo. Buona lettura.

Marlboro Light Morbide. 5 euro e 20 cent.
Non ti fanno pagare il pacchetto, ecco perché.
Teresa lo sa bene quanto costano. 036. Si ricorda pure il numero da digitare sulla macchinetta. Che poi lo zero non ha mai capito a che serve. Dovrebbe essere 36 e punto. Lo zero davanti te lo insegnano già alle elementari che è inutile. Dietro, alla fine dei numeri, lì ha senso. Trasforma le unità in decine, le decine in centinaia, e poi fa i milioni e i miliardi. Davanti non è niente.

Non le compra mai in tabaccheria. Che può pensare quello se la vede entrare ogni santo giorno e “un pacchetto di Marlboro Light Morbide, grazie”. 5 euro e 20 cent. al giorno, la taccagna che non vuole pagarsi il pacchetto duro e resistente. E metà delle sigarette le lascia accartocciarsi e dissiparsi tra le pieghe del giubbotto, morire sul fondo di una tasca e sbriciolare. E potrebbe pensare a quanto è stupida a credere di risparmiare quei 50 cent. con il pacchetto morbido se poi metà delle sigarette se le perde in giro per i sedili, nelle borse, per terra. E dopo tutte queste considerazioni, penserebbe alle briciole di tabacco incastrate sul vetro e tra le pieghe del rossetto, alla sporcizia e alla puzza che deve esserci dentro quella macchinaccia. E alla fine, in ultimo, prima di abbassare la saracinesca, penserebbe a quanto deve essere sola e si rattristerebbe per lei, per quella povera donna che per risparmiare 50 cent. si compra il pacchetto morbido e si fuma le sue sigarette sbriciolate in macchina. Per quella zitellaccia che impregna il telaio di fumo tossico. Che abbassa il finestrino solo di un filo, e si avvolge di nebbia, carbonio e nicotina fino a creparci dentro, fino a tossire, fino a non capire più dove finisce la sigaretta e dove comincia la nuvola. Lei, che torna verso una casa vuota, fatta per uno ma costruita per due per chissà quale illusione o idea.
E allora, per non dargli soddisfazione, a quel tabaccaio che potrebbe pure guardarsi un po’ lui invece di venire a giudicare lei, è meglio uscire alle 22:00. Quando nella via non c’è nessuno. Sgattaiolare fuori dallo sportello, avvolta dal mantello di fumo, strisciare veloce la tessera sanitaria.
“Utente abilitato”. 036. “Inserire importo”. 5 euro in banconota. Due monete da 10 cent. “Erogazione prodotto”. “Arrivederci e grazie”.

E allora Teresa scende, avvolta dal suo bel mantello tossico e mortifero, coccolata dalla densità della puzza stantia e inquinata. Lascia lo sportello aperto, con una mano estrae la tessera sanitaria dal portafogli. Con l’altra prende 5 euro accartocciati e li rulla sul pantalone per allisciarli, ché la macchinetta i soldi li sputa se non sono precisi e stirati. Un tocco leggero per spingere giù i 20 cent. Tra i denti stringe ancora il mozzicone di sigaretta, che ha fatto una cenere lunga e traballante e un fumo nero e grosso. Ma tanto non serve che ci veda bene. I gesti li conosce a memoria, come un cieco che a tastoni si fa strada per le stanze della casa.
L’indice spinge 036.
La voce robotica annuncia “Prodotto esaurito”.
Così, come se fosse una cosa normale. Una cosa di cui non gliene frega un cazzo. Come a dire che “ok, l’abbiamo finito, e allora? Trovati un altro tipo di sigarette, ne abbiamo decine”. Teresa cerca di figurarsela l’immagine di ‘sto donnone biondo che registra al microfono la frase. E che poi si toglie le cuffie e se ne frega. Se ne frega, lei, di quello che può significare per qualcuno.
Teresa sbuffa, e anche l’ultimo residuo di nuvola si disgrega nell’atmosfera. Ora è nuda, lì, al freddo. Il riflesso della sua faccia intervallata da disegni di pacchetti si plasma sul vetro. E lo può vedere chiaro e nitido adesso. Adesso che il suo viso è un mosaico di rettangoli, scritte, prezzi e lucine. Adesso che il disegno delle Diana Rosse le copre il naso e il prezzo delle Chesterfield Blu le illumina l’iride.
Un fascio di luce bianchissimo spazza via il volto di Teresa, e con lui i pacchetti e i prezzi. È una macchina, e ha appena accostato dietro di lei. Teresa lo capisce dai movimenti e dall’intensità della luce che si riflette sul vetrino dei prodotti. La luce ora rimane accesa e fissa. Rumore dello sportello che si apre. I passi si muovono lenti, dentro il cigolio di quelle che devono essere scarpe in vernice. Sul vetrino, dentro gli occhi di Teresa, scuri e spenti sotto le Chesterfield Blu, si apre un sorriso bianco che sovrasta i pacchetti, come se fosse sempre stato lì, tra i prodotti da selezionare.

“Non funziona?” La voce si muove calma tra le labbra impresse sul vetro.
“Oh, no…Funziona, è che hanno finito le Marlboro Light Morbide”
“Oh ecco, capisco…Che rottura!” si apre di nuovo il sorriso, ma stavolta ha un’angolazione diversa, strana.
“Oh le…Le lascio il posto. La macchinetta mi ha preso i soldi, lei potrebbe…Potrebbe darmi 5 euro e 20 e prendersi qui le sue, io così vado a cercare da un’altra parte…Se non le dispiace eh…”
“Oh ma certo…Facciamo che adesso tu non ti giri, mi passi il portafogli e te le vado a prendere io le sigarette, va bene?”
Teresa sente imprimersi al centro della spina dorsale qualcosa di duro e freddo. Una pistola. Deve, potrebbe essere una pistola. O magari è qualcos’altro. Il ghigno sul vetro sembra proprio essere il tipo di espressione che ti viene quando tieni in mano una pistola. Quando tieni in mano la vita di qualcuno.
“Mi dispiace, ho solo i soldi che ho messo nella macchinetta, non ho più niente…Sono uscita al volo”
“Senti, io sono buono. È meglio se li dai a me adesso, fidati. Non far scendere il mio amico”
“Ma io non ho niente!” Grida Teresa sputando sul vetro. E sente le lacrime salirle su per la gola. “Non ho niente”. Non se n’era mai resa conto, mai come in questo momento.
Una mano le afferra la nuca e inizia a sbatterle la testa sul vetro. Teresa sente la sua fronte spingere sui tasti e selezionare numeri a caso. “Prodotto non esistente” “Prodotto non esistente” “Importo non sufficiente” “L’utente deve essere abilitato”. E Teresa invoca la donnona bionda.
Non toglierti le cuffie, vieni a salvarmi. Salvami ora. Io ci muoio qui.
I colpi si susseguono allo stesso ritmo e forza, come se a tenerla fosse un braccio meccanico. “Non ho niente” “Non ho niente”. Teresa ripete le stesse tre parole come una preghiera. In mezzo, tra il verbo e il complemento, sputa sangue, saliva e qualche brandello di anima. Stesso ritmo, stessa forza, stesso tono. Tutto finisce e ricomincia. La mano è ben salda tra i capelli e le palleggia la testa come se la sua fronte fosse gonfia di aria compressa e rimbalzasse sul vetrino di gomma piuma.
Non ho niente

Il vetro è appannato e imbrattato di sangue. Le gocce hanno schizzato tutta la tastiera. Si vede solo 0. Il 3 e il 6 sono affogati sotto le piastrine e i globuli rossi.
Teresa si lascia scivolare a terra. Ha gli occhi chiusi, gonfi e viola. La bocca semiaperta, il labbro inferiore aperto da una ferita larga. Il naso imbevuto di sangue come una spugna, la fronte spaccata. Una ciocca di capelli fluttua nell’aria leggera. Volteggia a spirale e si poggia a terra.

Un fazzoletto pulisce i tasti passando intorno alla circonferenza dei pulsanti con tocco delicato.

“Utente abilitato”. 057. ” “Erogazione prodotto”. “Arrivederci e grazie”.

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