Margherita, la Milano della fase2: “La luce non filtra più solo dalla finestra, ma comincia a cambiare il colore della pelle di ognuno di noi”

di Margherita Cafagna,

Il secondo appuntamento con Margherita Cafagna, studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Brera, domiciliata a Milano legata alla Tuscia.

Questa volta, scriverò di una città illuminata da un sole accattivante, ma avvolta da una nebbia di ingenuità e di ignoranza. Il cielo inganna in questa seconda fase di precauzioni, le strade prima vuote e fredde, si popolano nuovamente da un’incoscienza pericolosa. Come in ogni storia dove l’individuo viene costretto in una realtà limitata, nel momento in cui riacquisisce diritto di scelta, tende ad abusarne. Come se la guerra fosse giunta al termine, e l’invasore fosse stato eliminato, c’è chi scende nelle vie, con precauzioni insufficienti, e danza alla libertà. Chi ha determinato per se stesso, condannando chi ha avuto la fortuna di non conoscerlo, che la parola “congiunti” comprendesse qualsiasi essere vivente nel raggio di dieci km. Chi stanzia in beatitudine sulle rive dei Navigli, che dopo due mesi di isolamento forzato, appaiono facilmente confondibili con le spiagge della riviera romagnola. Ma d’altro canto, ogni moneta ha due lati a cui porgere attenzione. Una Milano che tenta di riprendere velocità, ritmo, colore. Una città che prova a convivere con l’imprevisto per acquisire una nuova forma. Forse è proprio questo l’ago che scioglie il nodo, coesistere con il proprio male, attraversarlo senza paura ma con coscienza della sua esistenza. Imparare a conoscerlo e considerarlo vivo e presente, per potersi costruire una nuova realtà interiore ed esteriore a sé. Il tempo finalmente comincia a stringersi, a scorrere più consistente. Dopotutto, la vita non è questo? Dover considerare costantemente, reagire di fronte a ciò che non si conosce per poter cambiare punto di vista, angolazione, ampliare il proprio sguardo. Adattarsi a ciò che non si può eliminare del tutto, per acquisire nuovi punti di forza. Nel mio piccolo, ad un quarto d’ora circa di strada da casa mia, sono andata a trovare mio fratello e la sua dolce metà, impegnati a capire come dilazionare i propri risparmi, frutto di sacrifici lavorativi, per potersi assicurare un domani più o meno stabile, condizione innegabilmente comune a tutti. Ma è proprio qui che soffermo qualche parola in più, qui dove si può evincere ciò in cui ho sempre creduto. “Ci si ammala di solitudine nell’unicità della contingenza, ma si trova rassicurazione nella circostanza comune.” L’unione consola, fortifica, risolve, da speranza e sicurezza. E’ ciò che rimane nel caos e nella perdizione, quello di cui hai saputo prenderti cura. La crepa c’è, ma ora, in questa realtà da considerare giornalmente, posso dire che la luce non filtra più solo dalla finestra, ma comincia a cambiare il colore della pelle di ognuno di noi.

 

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