L’asinella di ferraccio

Chiara Mezzetti

Un nuovo racconto della nostra autrice Chiara Mezzetti. Questa volta siamo in campagna, con i sapori genuini della terra e Serafina, in un sabato sera tra piatti, bicchieri e fettuccine al ragù, dove tutto può accadere e le parole dipingono scenari esplosivi… Buona lettura

«È la tua prima volta?»

«No, l’ho già fatto…tre o quattro…»

«Ma sei brava, sveglia e tutto? No perché io quelle immobili, addormentate, non le reggo. Stasera devi dare tutto, pago bene, ma pretendo anche»

Serafina l’hanno chiamata così perché è il nome della nonna. Il fatto che sia già un diminutivo di suo, lo trova un po’ straniante, visto che nessuno può mostrarle affetto esclusivo con un nomignolo. Questa è una pretesa bella e buona di confidenza a prescindere, di una tenerezza che vale per tutti e quindi per nessuno.

Vorrebbe tanto un soprannome. Una corsia linguistica preferenziale in cui infilare i favoriti, come un cassetto speciale dell’armadio dove riporre i maglioncini più belli.

Serafina la chiamano tutti Serafina. Tranne all’agriturismo.

L’ha saputo da un’amica, due anni fa. «Cercano». È bastato il verbo per farla precipitare dentro “L’asinella”.

«Pagate a cottimo o a ore?»

«Cinque euro all’ora»

«Buono»

Lì la chiamano “ragazza”, “scusa”, “oh”.

Mani che portano i piatti, bocca per dare informazioni, orecchie per registrare gli ordini, e nient’altro. Smembrata in parti anatomiche scollegate, procede tra i tavoli veloce, inseguendo i passi che sono già davanti, sempre gli stessi.

È asciutta. Perché i pensieri bagnano e impregnano, appesantiscono. E invece lei deve zompettare, come una scheggia rimbalzare da un cliente all’altro, leggera e agile.

Ha sete. Perché i pensieri inzuppano ma idratano, ingrassano ma saziano. È convinta che prima o poi si accartoccerà, come una foglia stremata dall’arsura. Morirà durante un pranzo qualsiasi, e percepirà netto il momento del trapasso. Magari mentre tiene in mano un vassoio o un piatto da lavare, una bottiglia di vino buono o una coppa di gelato. La tensione che parte dai talloni e sale in un attimo fino alle narici. E nulla più.

I sabati si accatastano uno dietro l’altro, scene clonate, ammassate in cumuli che Serafina guarda dall’alto. Antipasto, primo, secondo, dolce, caffè. Antipasto, primo, secondo, dolce, caffè. Antipasto, primo, secondo, dolce, caffè.

Tripadvisor

“L’asinella” si ubica nel cuore più solido e verde della campagna maremmana. Un luogo dalle incantevoli armonie vegetali, vi sembrerà di pranzare in una fiaba. Il cibo è rigorosamente creazione dell’agriturismo stesso, solo prodotti bio, ecosostenibili, casarecci, coltivati da noi. Mangiare qui sarà come assaporare la Maremma e tuffarsi nei campi di grano, cullati dal nostro corposo vino della casa.

Quarantadue coperti. Ogni posto comprende un piatto, tre forchette, due coltelli e tre bicchieri. Nove per quarantadue uguale trecentosettantotto. Parte già con trecentosettantotto cose da lavare. Dovrebbe fare il conto con tutte le portate, perché a ogni portata cambia il piatto, più quelli che ne prendono anche due o tre per il buffet, inserire la variante forchetta caduta a terra, «me la cambi?», il cucchiaio «me lo porti? Sai per il bambino».

“Cena della Protezione Civile” il cartello, scritto a mano con un pennarello ripassato solo due volte, è appoggiato fuori dalla porta dell’agriturismo, proprio vicino al sedere dell’asinella di ferraccio arrugginito. Quarantadue volontari della Protezione Civile, compresi i bambini. Arrivano alle 20:00.

Serafina apre le mozzarelle Conad, passa la lama del coltello nel punto esatto di collegamento tra i due fogli di plastica che compognono la busta.  E le scola nel lavandino.  Il cibo è rigorosamente creazione dell’agriturismo stesso, solo prodotti bio, ecosostenibili, casarecci, coltivati da noi.

Prepara per bene il tavolo del buffet. Salumi, formaggi, un maiale intero con la mela in bocca, fagioli, insalata russa, fritti, hot dogs e bruschette. Accende tre candele ai lati del tavolo, «che fanno sempre atmosfera».

Aspetta a braccia conserte, in piedi, appoggiata all’asinella di ferraccio. E se fosse proprio oggi, il giorno in cui prende e si trasforma in una statua di sale, anzi di ferraccio pure lei. E rimane qui per sempre a fare compagnia all’asinella. Magari anche lei una volta era un animale in carne ed ossa, e poi, a forza di stare sulla porta s’è cementificata, arrugginita, asciugata. E se fosse proprio oggi, Serafina non ha ancora trovato un soprannome, un diminutivo. Eh allora non lo troverebbe mai più. Ma se fosse proprio oggi, almeno, potrebbe smetterla di preoccuparsi, e liberarsi halleluja da tutto ‘sto malloppo che le ingolfa il cervello e glielo rallenta e sgocciola e fa ruggine.

Si sistema il colletto della camicia, stende i palmi sul grembiule nero, strizza la coda e la fa salire un po’ più in alto, dalla nuca alla cima della testa.

«Arrivano arrivano» grida il capo, agitato come un pirata su una scialuppa che avvista i vascelli nemici per la prima volta.

I volontari della Protezione Civile, che Serafina si era immaginata con il giubbotto catarifrangente e il walkie talkie aggrappato alla cinta, arrivano invece vestiti a festa, tutti tirati a lucido. Le donne hanno riesumato i tacchi dal fondo della scarpiera, scamosciatini marroni e blu, comprati quando ancora c’era un motivo per indossarli, qualcuno ha azzardato una cravatta, testimonianza ormai sfatta di un vecchio tentativo di vendita porta a porta per tirar su qualche soldo.

Sorpassano Serafina senza accorgersi di lei, di lei e dell’asinella di ferraccio, loro non esistono. Si dirigono timidi e spaesati verso il tavolo illuminato dalle candele, imbandito della manna sacra e della bestia, quel maiale con la mela in bocca che sembra un dono divino, nutrito dell’erba verde dell’Eden. Il cibo è rigorosamente creazione dell’agriturismo stesso, solo prodotti bio, ecosostenibili, casarecci, coltivati da noi. Chissà se l’erba dell’Eden è ecosostenibile?!

I bambini scorrazzano già urlando, iniziano a tirare trottole sotto i tavoli. Esistono ancora le trottole? Ma non si rincoglionivano davanti ai tablet con Peppa Pig adesso? Ma l’infanzia triste solo fuori da “L’asinella”?

Serafina schizza facendosi spazio tra la gente, striscia come un ninja tra i gomiti secchi e le braccette mollicce, tra le ascelle umide e i capelli increspati dal caldo. Arriva dietro il grande tavolo delle meraviglie. Tira un sospiro e si prepara all’assalto.

Le mani si accatastano una sull’altra e prendono tutto, fanno razzia di ogni cosa. Qualcuno fa cadere la mela dalla bocca del maiale, col favore della calca un avambraccio si porta via quattro piatti, anche di più di qualsiasi variante che Serafina potesse calcolare. Quattro piatti il bastardo.

Alcuni si allungano e frugano con le dita tra le cose, ficcandosele in bocca per poter mantenere libero il piatto. Almeno la bocca non la devo lavare, almeno quello. Incantevoli armonie vegetali.

Le forchette tintinnano sul bordo dei piattini del buffet. I cocci cozzano l’uno contro l’altro, in un concerto sordo di miseria e avidità. Un vecchio, con la giacca di velluto a costine anche se fanno trenta gradi, si è fatto largo grazie al bastone da passeggio, che ha finto di piazzare per sbaglio ben bene sulla tibia di quello che stava cercando di superarlo, e ora infila i carciofi fritti in tasca a piene mani.

Serafina è lì, immobile. Spettatrice inerme di quel balletto infernale, e immagina di essere Caronte, e traghettarli uno per uno a fanculo. A fanculo nelle loro miserie, in un orto pieno di carciofi e farglieli ingoiare interi, e farli tuffare in un campo di grano, e lasciarceli affogare, soffocati dalle spighe.

Morirà oggi, se lo sente. Sente già il brividino ramificarsi sulla caviglia.

Primo. Tagliatelle al ragù. Serafina posiziona un piatto sull’avambraccio e due sui palmi, e schizza tra le borse plastificate appese ai bordi delle sedie, schivando le trottole accasciate sul pavimento, lasciate lì da bambini annoiati. Si allunga sulle teste dei convitati per appoggiare il piatto sul tavolino. E nota tutte le attaccature dei capelli, la piccola forfora depositata nello spacco tra un ciuffo e l’altro, la ricrescita della tinta, la pelle lucida tirata a tamburo sulla calotta, il ricciolo spostato.

Ancora ventitré primi. Ventitré piatti di tagliatelle al ragù. Ventitrè diviso tre uguale sette virgola sei periodico. Servono sette viaggi virgola sei periodico. Serafina morirà intrappolata in quel sei periodico, e passerà il resto dell’esistenza a girare dentro il cerchietto di quel sei, intorno, ancora e ancora, senza trovare la fine.

Schizza tra le borse plastificate appese ai bordi delle sedie, ancora. Ma stavolta non schiva la trottola. Il piede ci si appoggia deciso, convinto che quello sia un altro pezzo di pavimento, liscio e fermo. E invece scivola sui bordi rotondi e instabili della trottola di merda, fatta di plastica cancerogena bio, ecosostenibile, casareccia, coltivata da noi.

Porta d’istinto la gamba in avanti, i piatti slittano in bilico sull’avambraccio. Uno rotea in aria, riuscendo a tenere ben stretto il nido di fettuccine sugose e calde, fino a precipitare inesorabile sulla testa della volontaria della protezione civile, inzuppandole tutta l’attaccatura storta e forforosa dei capelli, e schizzandole sugo sulle lenti degli occhiali. Il piatto non si rompe, ma calza a pennello, e lascia passeggiare le fettuccine sulla fronte.

Il secondo piatto si spacca diretto a terra, kamikaze annunciato. Serafina sta per morire. Succederà ora, appena cade il terzo piatto io muoio. E vado a fare l’insegna di ferraccio davanti alla porta.

Serafina tenta il tutto per tutto, si allunga per afferrare il piatto, le fettuccine, il parmigiano e tutto. Nel farlo urta la bottiglia di vino della casa comprato dal bangladino vicino ai giardini, che inizia a sgorgare a mandate fortissime sul malcapitato seduto davanti. Fiumi e fiumi di vino, che non è possibile che in una sola bottiglia ce ne sia così tanto. Infiniti ettolitri.

I presenti stanno immobili, non riescono neanche a salvare la bottiglia, a tirarla su. Un bambino sguscia sotto il tavolo, e compiange l’ormai cadavere martoriato della sua amata trottola, stringendone i resti tra le mani.

Serafina, per non cadere, tenta di appoggiare un gomito sul tavolo, ma lo infila al centro di un altro piatto. Il gomito inzuppato di sugo, la camicia da buttare, gli occhi sgranati della cicciona che sta valutando se mangiarselo comunque.

Tutto precipita nel giro di pochi secondi. Serafina, un po’ stordita dall’odore forte di ragù e dal dolore fitto al vertice del gomito, osserva la scena confusa. Esce da se stessa e guarda i convitati litigare e urlare, sporchi di sugo e vino. Mangiare qui sarà come assaporare la Maremma e tuffarsi nei campi di grano, cullati dal nostro corposo vino della casa.

I bambini che piangono in coro, il vecchio incazzato per il ritardo delle fettuccine che tira il bastone sul tavolo spaccando i piatti di quelli davanti. Le fettuccine sul muro. Serafina a terra. Il bambino caduto col ginocchio sbucciato. La signora schifata dagli schizzi di sugo. Il capo con le mani nei capelli, sulla porta della cucina, che guarda Serafina come si guarda un uragano che ha appena spazzato via un intero villaggio. La gente si accalca. Rivogliono i soldi. Vogliono andare a casa. Altro che Maremma, mare di merda mare di merda no Maremma.

Nella calca viene urtata la vetrinetta dei bicchieri, che traballa un po’ fino a spaccarsi a terra. Il pavimento è un oceano di vetri e cocci, i volontari della protezione civile fuggono indignati, rovesciano le sedie, rivogliono i soldi.

Serafina si alza, nella sua bolla di silenzio. Si scioglie i capelli, slaccia il bottone della camicia. Si avvicina al capo che ora sta praticamente in lacrime e borbotta «rovinato rovinato pure i bicchieri la cena a monte la vetrinetta le sedie i cocci». Gli appoggia il grembiule sui palmi.

«Ho dato tutto»

Esce dalla porta dell’agriturismo, fa una carezza all’asinella di ferraccio e se ne va.

Il prossimo appuntamento con Chiara Mezzetti e I racconti del Giovedì il 18 aprile…. non mancate. Leggi l’ultimo racconto  

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