La storia del Campo Boario e della Fiera del Bestiame a La Quercia di Gianluca Braconcini

di Gianluca Braconcini*

Un tempo in quasi tutti i paesi e città vi era un ampio spiazzo destinato alla Fiera degli animali, il Foro Boario. Tra agosto ed ottobre era tradizione che si tenessero queste compravendite, soprattutto quelle dei bovini utilizzati dai contadini nei lavori agricoli. Mio nonno mi raccontava che con i suoi fratelli partiva di notte col carretto, dal suo casale in Strada Signorino, per arrivare di buon’ora e scegliere così le bestie migliori da comprare. Verso metà mattina iniziavano le contrattazioni sotto l’attenta visione del mediatore o “senzàle”, figura principale del mercato. Egli era il vero ago della bilancia ed il testimone delle compravendite che si basavano sulla parola. Era necessaria una stretta di mano ed una caparra, “prima di eseguire il patto”, affinché l’affare si concludesse; il “senzàle” riceveva il suo compenso quando l’acquirente aveva pagato il venditore. Le fiere erano anche l’occasione per fare festa, permettere incontri e nuove conoscenze; in certi casi la gente e gli animali pervenivano alle fiere anche da grandi distanze ed erano frequenti i pernottamenti sul posto prima o dopo lo svolgimento del mercato. Secondo alcuni documenti la Fiera della Quercia in località “Campo Boario o della Fiera” fu istituita già dalla metà del Duecento e Giulio II nel Cinquecento decretò che fosse libera da ogni tassa. Nel 1516 Leone X concesse ai viterbesi di poter effettuare, in perpetuo ogni anno, due fiere : la prima si teneva per la Pentecoste, la seconda a settembre e questo “privilegio” venne confermato nel 1544 da Paolo III. Nei primi del Seicento Clemente VIII decise che la fiera di maggio doveva iniziare il mercoledì precedente alla Pentecoste e finire otto giorni dopo la festività del Corpus Domini mentre quella di settembre doveva iniziare il 12 e concludersi il 4 ottobre. I venditori di bestiame dovevano attenersi a regole ben precise: dalla strada che dovevano percorre con gli animali, al rispetto del posto assegnato nella zona adibita alla determinata razza. Tali norme venivano fatte rispettare dal Deputato di Fiera, pena la confisca degli animali. In un editto emanato il 17 settembre 1807 si legge che era proibito inoltre qualsiasi tipo di gioco, ballo, suoni e canti “…essi realizzati da saltimbanchi, istrioni, mimmi e ciarlatani…”; per quanto riguardava le “…donne di malaffare non ordiscano bere, mangiare, alloggiare e trattenersi in Taverne, Bettole e osterie alcune…” . Si legge pure che non si poteva vendere “alcunché” sulla scalinata del Santuario; una disposizione precisava che gli Ebrei “…sono tenuti a portare il loro segno e dopo il tocco dell’Ave Maria dovranno essi ritirarsi nelle respettive case, colui che si farà ardito de molestarli, beffarli o fargli altra offesa sarà punito severamente…”. Nella metà dell’Ottocento, per evitare che gli animali fuggissero via, furono realizzati dei robusti recinti in legno che oltre ad essere numerati dovevano rimanere chiusi a chiave. Il grande abbeveratoio ancora esistente, ridotto ultimamente in una discarica a cielo aperto, fu realizzato da Pietro Bertarelli nel 1892. Nei primi decenni del Novecento in questo spazio venne creato un ippodromo per la corsa alla tonda di cavalli con fantino che si svolgeva durante le festività di Santa Rosa mentre intorno alla metà del secolo scorso fu utilizzato anche come pista per gare di moto.

*Cultore del dialetto viterbese, conoscitore della cultura popolare.

Foto cover dal sito www.madonnadellaquercia.it

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