La poetessa afroamericana, Amanda Gorman all’insediamento del nuovo Presidente

Questa poesia l’ha scritta la ventitreenne poetessa afroamericana, Amanda Gorman che abbiamo visto con il suo splendido cappottino giallo, folgorante come la luce declamarla in prima persona durante la cerimonia di insediamento alla presidenza di Joe Biden in cui questa giovane dalla pelle nera ha incantato il mondo con una ode poetica che declinava il NOI ad una grande fetta di umanità, per come l’ha fatto e per come si presentava.

E’ stata scelta dallo staff di Presidenza in quanto Giovane poetessa laureata americana, la prima a ricevere la carica, nel 2017. I poeti laureati sono nominati dal bibliotecario del Congresso degli Stati Uniti e sono considerati i poeti ufficiali della nazione; ricevono un piccolo salario e devono presenziare ad alcune cerimonie ufficiali.

Amanda Gorman-“The Hill We Climb”

Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra infinita?

La perdita che portiamo sulle spalle è un mare che dobbiamo guadare.
Noi abbiamo sfidato la pancia della bestia.
Noi abbiamo imparato che la quiete non sempre è pace, e norme e nozioni di quel che «semplicemente» è non sempre sono giustizia.

Eppure, l’alba è nostra, prima ancora che possiamo accorgercene. In qualche modo, ce l’abbiamo fatta.
In qualche modo, abbiamo resistito e siamo stati testimoni di come questa nazione non sia spezzata, ma, semplicemente, incompiuta.

Noi, gli eredi d’un Paese e di un’epoca in cui una magra ragazza afroamericana, discendente da schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro. 

Certo, siamo lontani dall’essere raffinati, puri, 
ma ciò non significa che il nostro impegno sia teso a formare un’unione perfetta.

Noi ci stiamo sforzando di plasmare un’unione che abbia uno scopo. Di dare vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, caratteristica e condizione sociale.

E così alziamo il nostro sguardo non per cercare quel che ci divide, ma per catturare quel che abbiamo davanti.

Colmiamo il divario, perché sappiamo che, per poter mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze.
Abbandoniamo le braccia ai fianchi così da poterci sfiorare l’uno con l’altro.
Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma cerchiamo un’armonia che sia per tutti.

Lasciamo che il mondo, se non altri, ci dica che è vero: 
Che anche nel lutto, possiamo crescere.
Che nel dolore, possiamo trovare speranza.
Che nella stanchezza, avremo la consapevolezza di averci provato.
Che saremo legati per l’eternità, l’uno all’altro, vittoriosi.
Non perché ci saremo liberati della sconfitta, ma perché non dovremo più essere testimoni di divisioni.

Le Scritture ci dicono di immaginare che ciascuno possa sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico e lì non avere paura.
Se vorremo essere all’altezza del nostro tempo, non dovremo cercare la vittoria nella lama di un’arma, ma nei ponti che avremo costruito.
Questa è la promessa con la quale arrivare in una radura, questa è la collina da scalare, se avremo il coraggio di farlo.

Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo. 
È il passato in cui entriamo ed è il modo in cui lo ripariamo.
Abbiamo visto una forza che avrebbe potuto scuotere il nostro Paese anziché tenerlo insieme. Lo avrebbe distrutto, se avesse rinviato la democrazia. Questo sforzo è quasi riuscito.

Ma se può essere periodicamente rinviata, 
la democrazia non può mai essere distrutta per sempre.

In questa verità, in questa fede noi crediamo,
Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi. 
Questa è l’era della redenzione.
Ne abbiamo avuto paura, ne abbiamo temuto l’inizio.
Non eravamo pronti ad essere gli eredi di un lascito tanto orribile.
Ma, dentro quest’orrore, abbiamo trovato la forza di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e risate a noi stessi.

Una volta ci siamo chiesti: “Come possiamo avere la meglio sulla catastrofe?”. Oggi ci chiediamo: “Come può la catastrofe avere la meglio su di noi?”.

Non marceremo indietro per ritrovare quel che è stato, ma marceremo verso quello che dovrebbe essere: un Paese ferito, ma intero, caritatevole, ma coraggioso, fiero e libero.

Non saremo capovolti o interrotti da alcuna intimidazione, perché noi sappiamo che la nostra immobilità, la nostra inerzia andrebbero in lascito alla prossima generazione. I nostri errori diventerebbero i loro errori.

E una cosa è certa:

Se useremo la misericordia assieme al potere, e il potere assieme al diritto, allora l’amore sarà il nostro solo lascito e il cambiamento, un diritto di nascita per i nostri figli. Perciò, fateci vivere in un Paese che sia migliore di quello che abbiamo lasciato.

Con ogni respiro di cui il mio petto martellato in bronzo sia capace, trasformeremo questo mondo ferito in un luogo meraviglioso.
Risorgeremo dalle colline dorate dell’Ovest.
Risorgeremo dal Nord-Est spazzato dal vento, in cui i nostri antenati, per primi, fecero la rivoluzione.
Risorgeremo dalle città circondate dai laghi, negli stati del Midwest.
Risorgeremo dal Sud baciato dal sole.
Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo.
In ogni nicchia nota della nostra nazione, in ogni angolo chiamato Paese,

La nostra gente, diversa e bella, si farà avanti, malconcia eppure stupenda. 
Quando il giorno arriverà, faremo un passo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura.

Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera.

Perché ci sarà sempre luce,
Finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla.
Finché saremo coraggiosi abbastanza da essere noi stessi luce.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI