Il Museo Civico di Viterbo e quei pezzi “nascosti”

Luciano Costantini

Si favoleggia che ogni castello e ogni museo abbiano sempre un fantasma da vantare oltre che un capolavoro da magnificare. Il Civico di Viterbo non sfugge alla regola: può ostentare una meravigliosa “Pietà” di Sebastiano del Piombo, ma custodisce pure alcuni pezzi pregiati che da tempo sono “nascosti” e non per effetto di fantastici o spettrali sortilegi. E’ il caso – ma non solo – delle “Virtù Profane”, una serie di quattordici affreschi del XV° secolo staccati dal gentilizio palazzo Spreca, ritrovati a Roma sei anni or sono prima di essere battuti all’asta, riportati nel capoluogo della Tuscia grazie ad una operazione congiunta tra Sovrintendenza e Magistratura (Procuratore Alberto Pazienti e Sovrintendente onorario ai Beni Culturali Felice Orlandini). Alla fine del 2012 “Sobrietà, Onestà, Autorità, Perseveranza, Verginità, Giustizia, Speranza, Fede, Carità, Temperanza, Prudenza, Eloquenza, Fedeltà, Obbedienza” furono esposte a palazzo dei Priori. “Abbiamo recuperato un pezzo di storia della città”, sentenziò con orgoglio l’allora sindaco, Giulio Marini.  E allora ci sarebbe stato da credere che quel “pezzo di storia” venisse conservato gelosamente ed invece giace in un locale buio e gonfio di umidità al primo piano del Museo Civico di piazza Crispi. Quattordici teche in compensato sparse in modo disordinato in un ambiente a dir poco desolato e desolante. Alcune teche persino aperte. Così le “Virtù Profane” aspettano che venga definito il contenzioso che le vede al centro di un iter giudiziario certamente importante, ma per loro irrilevante, anzi dannoso in quanto rischiano un progressivo degrado. Difficile condividere la giustificazione di chi spiega lo stato di abbandono degli affreschi con la “mancanza di spazio”. Un “pezzo di storia” cittadina dovrebbe avere sempre la dignità di un sito sicuro se non prestigioso. O no? Così come lo meriterebbero le cento piastrelle della Torre Civica, che sono accatastate in un sotterraneo dello stesso Museo e che incorniciavano l’orologio posto a 44 metri di altezza sopra piazza del Comune. Risalgono al XV° secolo e sono state sostituite da moderne seppur ottime copie. La loro recente storia è breve e solo relativamente nota. Qualche anno addietro la Cassa di Risparmio di Forlì propose uno scambio al Comune di Viterbo: noi vi prestiamo due prestigiosi dipinti in cambio della vostra Pietà di Sebastiano del Piombo. Inoltre, ci impegniamo a far restaurare, in collaborazione con Banca Intesa, le piastrelle della torre. Evidentemente non se ne è fatto nulla e così le terrecotte che ornavano l’orologio sono finite nei sotterranei del Museo in attesa che qualcuno se ne occupi. Anche in questo caso “non c’era e non c’è il posto per conservarle al meglio”. Il rischio è quello dell’inevitabile deterioramento del tempo, a meno che qualche mano pietosa (?) si allunghi per salvarle….
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