Fatma e quel sentimento liquido

Chiara Mezzetti

Un nuovo racconto della nostra scrittrice Chiara Mezzetti. Attesa, desiderio, forza e paura: tutto scivola come l’acqua placida del lago… Buona lettura

Fatma appoggiava sempre gli occhiali sul tavolo con le lenti verso il legno.

E io dietro dietro ad aggiustare i suoi guai e girare gli occhiali dal verso giusto. La rincorrevo per le stanze della casa, recitando il mio mantra sull’ordine e la logica.

Ma lei niente. Galleggiava sulla sua nuvola, mentre io annaspavo tra i precetti.

Era lontana. Sempre. Da sempre. Tra noi c’era qualcosa di simile all’amore, ma non identico. Un sentimento liquido, come lei.

Fatma ci metteva due ore a prepararsi e un secondo a condannarti a morte. Aveva l’estro di un personaggio letterario, ma a tratti era tanto vera da far paura.

L’ho incontrata così, come si inciampa in una pozzanghera. E così l’ho persa. Di martedì. Alle sette di sera. Ho aperto la porta, strusciato i piedi sullo zerbino, e sono entrato. Non ho trovato gli occhiali sul tavolo. Mi sono seduto e ho fatto il the nero come piace a lei. Ho brindato alla sua. Ho costruito una mappa sinottica dei ricordi, dando un’annusata veloce ai profumi e un morso ai sapori, giusto il tempo di sciacquare la tazza e rimetterla a posto.

Tutti i lunedì mattina vado a correre. Una cosa senza impegno. Niente cardiofrequenzimetro o marsupio. Solo un mp3 sgangherato con le stesse cinque hits della dance Anni Novanta. Vado giù al lago.

Un lunedì di novembre la sabbia mi è entrata nelle scarpe. Mi sono fermato e ho proseguito camminando. Ho tirato due sassi sul pelo dell’acqua. Il giochino non mi è riuscito.

Lungo il lido c’erano solo un vecchio bianco e una ragazzina intirizzita dal freddo. La testa mi pulsava forte al livello delle tempie, i talloni si punteggiavano di brividi sempre più densi. Mi sentivo ostaggio di un campo magnetico, non riuscivo ad andare avanti né indietro. «Ventisette anni. Ven-ti-set-te», l’unica cosa che pensavo.

La ragazzina correva verso di me con aria stralunata. Io aumentavo il passo per non farmi raggiungere.

«Ciao, scusa eh, ma siamo solo in tre qui e credo che lui – indicando l’uomo anziano – non sia molto sveglio»

Mi ha spiegato una storia confusa, fatta di buchi nella trama e costruita su incoerenze logiche e temporali. Il discorso scorreva veloce ma non agitato, ritmato sullo spartito tipico di una bugia.

Non mi fidavo. Eppure qualcosa mi teneva lì.

I suoi sedici anni affioravano più che nel lessico, nelle inflessioni della voce, nel gesto con cui si spostava i capelli da dietro l’orecchio, nel trucco esagerato. Diceva di essere scappata di casa.

L’ho accompagnata nel mio appartamento. Non ha fatto in tempo a entrare, che sembrava fosse lì da sempre. E forse era così. Forse stava sepolta tra i libri, accucciata dietro i fornelli o sotto il letto, e io non me ne ero accorto.

Di primo istinto ho provato a convincerla a tornare a casa, con un solido arsenale di luoghi comuni, eredità non troppo gradita della mia famiglia. Lei però non mi ascoltava, e dopo un lungo silenzio se n’è uscita con:

«Ma tu, vivi o ti lasci attraversare?»

Ho pasticciato un balbettio improvvisato e sono soltanto riuscito a chiederle come preferisse il the.

«Nero, grazie»

Dopo due giorni, l’appartamento era disseminato di lei in ogni angolo, su ogni sedia, in ogni piastrella del pavimento.

Lei era negli occhiali girati sul tavolo, nella bustina lasciata vicino al telecomando, nei capelli sulla spazzola, nel profumo di lavanda che invadeva il bagno, nella Gauloise mezza spenta e timbrata di rossetto, nel cucchiaino sporco di Nutella appoggiato in bilico sul lavandino.

Era un’invasione. Una prepotente, opprimente, meravigliosa invasione.

La mattina uscivo per andare a lezione, invece il mio pensiero rimaneva chiuso tra le pareti di casa, ancorato a lei.

Correvo a perdifiato per tornare appena finito, in modo da guadagnare qualche minuto. Avevo fame di lei, dei suoi pensieri sconclusionati, di quel disordine che mi straripava intorno e che io cercavo di contenere mai fino in fondo.

Mi lasciavo affascinare dai suoi racconti strampalati, interrogandomi su quanto ci fosse di vero nel cumulo di fantasie e suggestioni.

Una sera, sul divano, mi aveva tenuto per due ore incollato alla sua bocca. Diceva che da piccola aveva accarezzato una tigre. Me li faceva sentire addosso, gli occhi di quella bestia incantata, neri e feroci.

Un venerdì la pioggia si accaniva sulla finestra della cucina, facendo da colonna sonora alla narrazione, e forse ne ispirava i dettagli. Mi paralizzava la cremosità della sua voce, mentre si districava nel fogliame tropicale.

A quattro anni era rimasta intrappolata tra i rami di un albero di papaya, spinta sempre più in alto dalla tentazione di quel frutto delizioso. Era calato il buio e lei stava all’impasse. Credeva che le stelle fossero cadute sulla terra per riaccompagnarla a casa, e le aveva rincorse, sedotta dall’idea di essere stata scelta. Aveva scoperto poi che si trattava di semplici lucciole. Ma comunque, a casa, ci era arrivata lo stesso.

Le piacevano gli scenari selvaggi e surreali, parlava di panorami, animali e rumori.

Sorseggiava rosso ma si vedeva che non le piaceva davvero.

Fatma era liquida. Passava da uno stato solido a gassoso nel consumarsi di qualche istante. La sua euforia ondulava in parabole irregolari, si spegneva in nichilismo taciturno per poi arroventarsi all’improvviso di nuova luce ed energia.

Non le telefonava mai nessuno. Anche se lei diceva che le volevano bene tutti. Non sapevo quando se ne sarebbe andata e come.

In una manciata di settimane aveva stravolto la mia vita, diventandone fulcro, ragione e colore.

Ci sentivamo amici, complici, fuggitivi. La sua instabilità era un’ipnosi pericolosa, che mi assediava in un’assuefazione straniante e tremenda.

Ho smesso di andare a lezione.

Ero un investigatore che voleva incastrarla. Un bambino innamorato di quella fiaba picaresca e strabiliante. Uno scettico, un credulone, un padre, un innamorato, un idiota e un dritto.

A fine giugno lei se n’è uscita con: «Andiamo giù al lago! Voglio sentire il rumore dell’acqua»

Ho steso il telo sulla sabbia umida e lei si è seduta a gambe incrociate davanti a me. Baciava il filtro della Gauloise come le labbra di un amante e ha iniziato una nuova storia, l’ultima.

«Agostino, come il filosofo…»

«Sant’ Agostino, quello delle Confessioni

«Sì. È stato il primo»

«Nel panorama della filosofia tardoantica non direi il primo, ma uno dei più importanti sicuro»

«Il primo con cui ho fatto l’amore»

Un colpo di tosse mi aveva annodato le tonsille. Lei proseguiva come niente fosse, ma si capiva che era divertita dalla mia reazione.

«Quattordici anni. Ci pensavo da un po’. Insomma, avevo questa voglia…Come un’esplosione nella testa e nella pancia…»

Sentivo crescere il desiderio che le arrossiva le guance e le stringeva le cosce una contro l’altra.

Mi infastidiva tutto quel movimento per un Agostino senza arte né parte che incombeva improvviso nel nostro rapporto.

Le ho stampato un bacio in bocca. Brutale, come la sua indifferenza. Lei è rimasta impassibile e ha cambiato argomento, come se avesse resettato in un baleno quei dieci secondi della sua vita. Ero confuso.

È rimasta un’altra settimana.

 

 

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