Chewingum

Chiara Mezzetti

Il chewingum fa pensare all’infanzia, al mondo dei dolciumi, alla voglia di coccole e dolcezza. Ma le parole di Chiara Mezzetti ci portano lontano dai giochi dei piccoli, dalle ricompense da masticare con gusto. Quella gomma da masticare ci si appiccica agli occhi dell’immaginazione e ci incolla alla lettura di un altro racconto che trafigge come una  lama affilata… Buona lettura

Masticava il chewingum come uno stronzo.

Sembrava un coccodrillo con quella bocca spalancata.

Potrei giurare che avesse più denti di un normale essere umano, ed erano tutti impegnati nella tortura di quello che sembrava un etto di colla.

Igor Lewski. Tutto ciò che aveva erano i suoi quindici anni e quel chewingum di merda.

La prima volta che l’ho visto nel dormitorio, aveva una ferita da taglio che gli apriva la fronte in diagonale, e la sua espressione strafottente ti faceva desiderare di andar lì ad allargare un po’ con le dita quella fessura mezza cicatrizzata. L’unico rumore che gli usciva dalla bocca era un continuo ciancicare, come se tenesse sulla lingua una busta di plastica.

58 Kg di carne fresca, il Nonno di certo non se lo sarebbe fatto scappare.

Il Nonno aveva grossomodo una ventina d’anni, ed era lì da almeno dieci. Dicevano che avesse ammazzato il patrigno. Una revolverata in pieno petto. Mai dire di no al Nonno, mai negargli la sua fottuta pappa.

Igor  si modellava i capelli davanti allo specchio, impiastricciandoli di gelatina viscosa. Stava di schiena, a torso nudo.

I due gorilla del Nonno gli si erano avvicinati da dietro e Igor li spiava attraverso il riflesso dello specchio. Non si era mosso di un millimetro.

“Il Nonno desidera che gli venga fatto il letto, principessa”

“Il nonno non è monco di braccia, mi pare”

“Non farcelo andare a chiamare, fai la brava”

“Il letto se lo fa da solo”

“L’hai voluto tu”

I due gorilla erano ripartiti alla ricerca del Nonno, avvolti da sghignazzi e risa. Già se lo sentivano scrosciare tra le dita il sangue di quel secco tutto spavaldo. E già se lo sentivano supplicare e inginocchiarsi e pregare cogli occhi viola dalle botte, aperti giusto il minimo per far uscire rivoli di lacrime finissime.

Dal fondo del corridoio, ora il Nonno si avvicinava a passo deciso verso Igor, che ancora non si era mai girato dallo specchio e aveva continuato a sistemarsi il ciuffo con le dita imbrattate da chili di gelatina. Non si era girato nemmeno quando aveva sentito il rumore sordo degli scarponi arrestarsi dieci centimetri dietro di lui. Il Nonno si accarezzava la barba tra pollice e indice, quasi a voler placare un prurito che gli saliva su per il palmo e i polpastrelli. E osservava con il mento di poco inclinato e gli occhi ripiegati da una unica, gonfia ruga sulla fronte, il riflesso di Igor. Questo si delineava scintillante nel rettangolino di specchio visibile poco oltre la sua spalla appuntita.

“Mi dicono che c’è un eroe qui…”

Igor in silenzio.

“…Un eroe che non vuole farmi il letto. Questo eroe forse non lo sa che io qui sono il Nonno…Eh no…Non lo sa…perché se lo sapesse non mi avrebbe fatto scomodare…”

“Il letto lo fai da solo” e aveva incastrato il ciuffo tra i palmi delle mani, piegandolo bene tutto a sinistra. Aveva aperto il suo sorriso coi denti da coccodrillo e dato altre due masticate al chewingum.

I gorilla avevano fatto uno scatto in avanti, ma il Nonno con un cenno del mento li aveva bloccati. “È roba mia” e aveva caricato il destro da dietro le spalle.

Igor si era girato di scatto, agile come solo quelli con le spalle così piccole possono essere. Con una mano aveva bloccato il polso del Nonno, e con l’altra aveva estratto un piccolo cacciavite arruginito dalla tasca dei pantaloni e ora glielo puntava dritto al pomo d’adamo. Di certo non era roba sua, al riformatorio prima di entrare ti perquisiscono pure di dietro, e comunque quello, di dietro, non ci entrava proprio. Doveva averlo rubato a idraulica. E questo perché se lo aspettava che sarebbe arrivato qualche rompipalle a dargli fastidio, era dell’ambiente, o qualcuno l’aveva istruito prima, ma era più probabile che fosse dell’ambiente. Dico questo perché aveva le pupille riempite di una consapevolezza compatta, densa che quasi potevi metterci un dito dentro e rischiare di non tirarlo più fuori. Una consapevolezza che non c’era nemmeno negli occhi del Nonno, che lì in pratica aveva passato metà della sua vita.

I gorilla avevano fatto un altro balzo in avanti. Il Nonno, senza scomporsi, ripeteva “Nessun problema. È ancora roba mia”. Si era tuffato negli occhi solidi di Igor, e con pacatezza isterica gli ringhiava “Pensaci bene principessa. Pensaci bene”

Igor, con uno scatto del gomito, aveva alzato il cacciavite, e lo conficcava nelle narici del nonno, dritto in mezzo, inondato dal sangue che scrosciava dai capillari rotti. Il Nonno aveva portato d’istinto le mani al naso, e Igor, dopo aver dato un’ultima succhiata e un’ultima masticata al chewingum, l’aveva estratto dalla bocca pizzicandolo tra due dita. La gomma era diventata tutta giallastra, e Igor la tirava in una lunga striscia elastica tra gli incisivi e le dita. La arrotolava un po’ tra i polpastrelli, e una volta liscia, la premeva forte sulla fronte del Nonno, al centro della ruga gonfia.

“Pensaci bene…” e si era diretto verso la sua branda, con il ciuffo ancora dritto.

Aveva firmato la sua condanna, e lo sapeva. Il chewingum era la ceralacca su un contratto di morte, che lui aveva sottoscritto con se stesso nel preciso momento in cui aveva iniziato a pettinarsi allo specchio. C’era davvero qualcuno che faceva l’eroe, qualcuno che era un eroe. Igor Lewski era il mio eroe. Ma non dovevo affezionarmici troppo, perché come tutti gli eroi, sarebbe finito male e avrebbe trascinato con sé nel vortice tutti quelli che ci stavano insieme. Igor Lewski era ufficialmente solo, e a tenergli compagnia da lì alla fine della condanna ci sarebbero state solo la stima omertosa dei compagni che gli avrebbero però girato alla larga, e la soddisfazione di aver umiliato il Nonno e messo in fuga i gorilla. Da quel momento in poi camminava su un campo minato.

Una volta seduto sulla sua branda, aveva estratto una scatoletta schiacciata di chewingum da sotto il cuscino. Ne aveva scelto uno, se l’era ficcato in bocca e aveva nascosto la scatoletta, stavolta nelle mutande. Era la prima volta che cambiava chewingum da quando era entrato. E non lo cambiò per il successivo anno e mezzo.

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