Via Cesare Battisti. Le suore, le orecchie e l’angolo della vergogna

Maria Letizia Casciani

I racconti del giovedì di Maria Letizia Casciani con Le case della Vita ci portano nella semplicità del quotidiano e nel fare dei bambini, a volte inconsapevolmente spietato. Buona lettura

Intorno agli anni Sessanta in paese c’erano molte famiglie povere.

Anche la mia, tutto sommato, lo era. Ma non troppo.

Essere poveri voleva dire, nel concreto, non avere soldi che per le cose essenziali, non potere mai avvicinarsi, se non con il pensiero, a quelli che allora venivano chiamati semplicemente ”svaghi”.

I ricchi, i benestanti, almeno in paese, erano davvero pochi.

Vivevano in una sorta di empireo che noi non prendevamo nemmeno in considerazione, tanto esso era lontano dalla nostra quotidianità.

Tutti gli altri si suddividevano, chi più, chi meno, lungo un asse abbastanza lungo che andava dai “non tanto poveri” ai quasi poveri, a quelli che vivevano nella miseria nera.

Nei floridi anni Sessanta, quelli del “boom economico”, il nostro paese aveva contezza del boom solo dalla televisione, o dalla radio. Si trattava di una realtà che era ben lontana da noi, come è lontano un miraggio per chi è in pieno deserto.

La mia famiglia era situata in un punto “X” di questa scala, un punto che si spostava, a volte un po’ più in alto, a volte più in basso, a seconda delle stagioni e delle contingenze.

Essere poveri, per la maggior parte di noi, significava dunque condurre una vita spartana, senza che la chiamassimo in questo modo, senza che noi riuscissimo a considerare un valore, in modo consapevole, questo stile di vita.

Era, in realtà, tutto il contrario, forse perché non era una scelta, ma un’imposizione del destino.

Provavamo vergogna per i vestiti indossati, che quasi sempre passavano da sorella a sorella, per le scarpe che dovevano durare e restare integre per tutta una stagione. I sandali estivi spesso erano tagliati sulla punta, per tamponare un piedino in espansione e risparmiare una spesa in più.

Persino andare a comprare un pacchetto di gomme americane o prendersi un gelato, rientrava, a volte, nella fantasmagorica categoria “eventi”.

Per la mia famiglia andare in edicola ad acquistare un numero di “Topolino” non era sempre possibile. A volte la mamma riusciva ad ottenere, a metà prezzo, i numeri della settimana precedente, ma senza la copertina, tagliata via dall’edicolante. Mi vergognavo un po’ di quella menomazione che diceva, anzi, urlava ai quattro venti tante cose, ma era meglio di niente!

Quella pagina iniziale tagliata via mi sembrava un po’ un marchio, il segno tangibile che non riuscivamo a permetterci nemmeno l’acquisto di un giornale a fumetti.

L’unica consolazione consisteva nel fatto che nel nostro paese quasi tutti quelli che conoscevo avevano a che fare con problemi simili ai miei e questo mi faceva sopportare meglio o con meno vergogna – perché erano uguali per tutti – le difficoltà economiche.

C’erano, infatti, in paese famiglie ben più povere della mia.

Le case in cui esse abitavano erano fatiscenti, molto sporche. Quelle persone erano povere sul serio. Più della media generale del nostro piccolo paese, che era già povero.

Passando davanti a quelle case, gettando occhiate furtive, provavo terrore, perché temevo che, prima o poi, sarebbe toccato anche a noi vivere ammassati in una sola stanza o avere una mamma sdentata che inveiva con parole tremende contro i figli mezzi nudi, a zonzo nel vicoletto.

Poi mi consolavo: non saremmo mai arrivati a quel punto! Il mio babbo lavorava, la mia mamma lavorava: tutto sarebbe andato bene. La mia realtà non contemplava quelle situazioni terribili. Così mi consolavo di quelle che credevo sfortune ed erano solo piccoli disagi.

Tutti i bambini, poveri o ricchi che fossero, frequentavano l’asilo.

Quello del paese era gestito dalle suore, che si occupavano per tutto il giorno di noi bambini, che tornavamo a casa solo a metà pomeriggio.

Passavamo la giornata a giocare, a mangiare, a dormire. Niente male. Si creavano le prime amicizie, i primi gruppi, a volte in accesa rivalità tra loro.

Ogni mattina, già al nostro arrivo, poco dopo aver percorso velocemente la pedana che immetteva nel corridoio, si percepiva l’odore del pranzo che la cuoca stava preparando, quasi sempre minestra.

Noi arrivavamo con i nostri “canestrini” in mano: dentro questi cestini c’era la merenda che avremmo consumato più tardi e quella per il pomeriggio.

Ogni santa mattina, subito dopo essere entrati, eravamo accolti da suor Maria Giuseppina, una donna dal carattere di ferro, celato dietro un soave sorriso.

Aveva di certo una sua idea dell’igiene personale e voleva essere certa di trasmetterla a tutti i bambini.

Ogni mattina dava ad uno di noi un compito preciso: passare in rassegna tutti i compagni e guardare bene le orecchie di tutti, alla ricerca di sporco o cerume visibili.

I colpevoli di scarsa cura per l’igiene personale venivano inviati in un angolo della stanza, esposti al pubblico ludibrio, affinché la punizione li portasse a rettificare un comportamento disdicevole e dannoso per l’intera comunità dei bambini.

Senza alcuna paura di ferire la sensibilità di bambini così piccoli, la suora esprimeva a voce alta la sua disapprovazione e la conclusione del piccolo rito quotidiano terminava con l’esortazione alla cura della pulizia personale.

Coloro che si fossero distinti nella pulizia personale in modo lodevole, potevano ambire ad un premio desiderato da tutti: una stringa di liquirizia arrotolata su se stessa, all’interno della quale si trovava un confettino di zucchero colorato.

Vittime di questa vera e propria persecuzione – quale era il rituale quotidiano dell’ispezione delle orecchie – erano – nemmeno a dirlo – i figli delle famiglie più povere del paese, quelle che avevano un gran numero (cinque, sei) di figli, ai quali, evidentemente, non riuscivano a dedicare troppo tempo, anche perché quasi sempre si trattava di famiglie di pescatori, troppo occupate a cercare di trovare i mezzi per sopravvivere che il decoro per i propri figli.

Le loro case spesso erano prive di servizi igienici. Come avrebbero potuto garantire una maggiore pulizia in quelle condizioni? Spesso, poi, erano i figli più grandicelli ad avere la responsabilità dei fratelli piccoli.

Una di queste famiglie, in particolare, era per me l’emblema vivente di una situazione che si potrebbe definire: “piove sul bagnato”.

Il nucleo era costituito da una decina di persone, che vivevano ammassate in un vicolo abbandonato pure dal sole. Un classico della povertà.

I genitori pescavano e vendevano pesce. Non erano quasi mai in casa. Le due figlie più grandi – ma in realtà piccolissime – erano responsabili della nutritissima schiera dei fratelli, con il risultato, scontato, che tutti quanti erano quasi sempre sporchi, maleodoranti, spettinati.

Un disastro!

Le orecchie di tutti i fratelli erano e risultavano regolarmente sporche all’ispezione mattutina voluta dalla suora.

Dunque, l’angolo della vergogna era quasi sempre un loro appannaggio.

Tutta questa drammatica situazione non faceva scattare in noi bambini un atteggiamento di solidarietà, anzi.

Il nostro malvagio istinto di conservazione ci portava ad isolare e trattare male quei poveretti, forse perché avevamo paura di un effetto “contagio”: eravamo forse terrorizzati dall’idea che, avvicinandoci, o toccandoli, la loro miseria, quasi per osmosi, potesse transitare in qualche modo su di noi.

Come dimostrano anche celebri romanzi, a livello sociale, la solidarietà non è affatto istintiva nell’essere umano. Meno che meno nel bambino.

Per chi non avesse letto le parti precedenti: Quella volta in cui sono scappata 

 

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