Uomini insieme contro la violenza sulle donne: il progetto

“Uomini insieme contro la violenza sulle donne” è il progetto che vede in primo piano l’associazione Viterbo con Amore, creato e rivolto agli uomini contro la violenza sulle donne. Unico e innovativo per il territorio della provincia di Viterbo, è finanziato dai Centri di Servizio per il Volontariato della Regione Lazio, con la collaborazione di Anteas; sono partners Erinna, l’associazione culturale il Funambolo per la comunicazione e la Consulta provinciale studentesca.

L’obiettivo è coinvolgere la componente maschile nell’attenzione ed elaborazione di una sensibilità nuova sul tema della violenza sulle donne; è prevista una prima fase di formazione specifica di almeno 20 uomini e una seconda per l’attivazione del centro documentazione, incontro e ascolto per sensibilizzare a loro volta altri volontari; il tutto in circa dodici mesi. E’ già attiva la pagina facebook Campo di Marte per tutte le notizie sul progetto; il nome dello spazio aperto nel web ricorda il campo di addestramento dei giovani ai combattimenti, ma qui, secondo le finalità previste, l’addestramento è per ben altra causa, a partire dalla condivisione del rispetto dell’uomo verso la donna.

Nel corso della presentazione di partenza del progetto, ci sono stati due importanti e stimolanti contributi per una nuova riflessione e confronto su questo tema finora sempre declinato al femminile. Il primo è stato quello di Stefano Ciccone, presidente dell’Associazione e rete nazionale Maschile plurale, che racconta il senso dell’approccio della rete creata alla riflessione critica sulla violenza maschile contro le donne, intesa però come parte di una considerazione più ampia sulla costruzione sociale dell’identità maschile. Interroga la presunta neutralità e naturalità dell’essere uomini. Stare al mondo da uomini è  socialmente frutto di condizionamenti, aspettative presenti fin dalla nascita che chiedono all’uomo stesso continue dimostrazioni del loro essere uomini. E’ questo un terreno di costruzione sociale, non neutrale, ma di trasformazione, di possibile cambiamento e libertà. Spiega Ciccone come, nel tema della violenza sulle donne e, in generale, della relazione con altri uomini, concetti come rispetto, correttezza, possano correre il rischio di essere recepiti come interventi normativi, come predica politicamente corretta; i comportamenti disordinati e violenti degli uomini vengono ricondotti alla perdita di valori e di riferimenti tradizionali, uno tra tanti quello della legge del padre che regolava i comportamenti maschili. Ne consegue, secondo Ciccone, l’affermazione che la violenza maschile sia frutto di un disordine e non frutto invece di una cultura sedimentata da mettere in discussione. Si afferma una riflessione normativa, legata più alle buone maniere che al rispetto della propria libertà, socialità, emozioni, sessualità, e che parla agli uomini chiedendogli solo di rispettare qualcun altro, e non l’autenticità delle relazioni della propria vita. Il concetto di campo di marte è puro esercizio maschile nell’arena per competere con gli altri, ma invece deve essere un esercizio di autoriflessività, di consapevolezza, un percorso di apprendimento rivolto agli uomini, educati a governare il mondo, a parlare del mondo, ma  troppo spesso invisibili a se stessi, incapaci di parlare delle proprie emozioni, della propria affettività, dei propri sentimenti. Il tema della violenza sulle donne così come viene rappresentato rende invisibili gli uomini, con riferimenti che intrecciano cultura patriarcale, maschilista, con quella xenofoba razzista. C’è un cambiamento da fare, stando alle parole di Ciccone, che parla della miseria sedimentata nella vita degli uomini, originata dal potere che hanno detenuto; la miseria nella sessualità, nella percezione del corpo presentata come arma di dominio; nella cultura che ha portato gli uomini al dominio e alla miseria che ha portato i nostri padri a una grande distanza dai propri figli. Quanta solitudine, quanta miseria su quel potere nella vita degli uomini…e così l’intervento lo chiude  ricordando l’immagine di Ettore che deve togliersi l’armatura per farsi riconoscere dal figlio. Quante armature ci sono nel rapporto con gli uomini e con i propri figli, ma una volta tolte, scoprono e liberano.

Di tutt’altra natura  l’intervento di Sergio Manghi, sociologo dell’Università di Parma, che ci ricorda come il tema violenza sulle donne sia un fenomeno plurimillenario, molto difficile da capire, talmente dentro di noi che ogni volta che si pensa a come si possa cambiare, capiamo in realtà che abbiamo appena iniziato. Parla della consapevolezza del tema come fosse un neonato che non sa parlare. Ogni volta che si pronuncia la parola violenza parte la predica, generalizza gli uomini senza pensare al singolo caso, del qui e ora in cui accade; e non dimentica di sottolineare la presenza quasi sempre di un terzo uomo e della competizione che nasce, anche quando non è un’entità definita. Come si può riuscire a  riconoscere l’alterità di ogni donna negata nell’attimo di violenza, se non si sa riconoscere al contempo l’alterità di ogni altro uomo?  Il desiderio verso un oggetto desiderato e desiderabile: la letteratura è strapiena di esempi di questo genere, a partire dal Canto quinto degli amanti Paolo e Francesca. Conclude Manghi con la distinzione tra bisogno e desiderio: il bisogno è appagabile ed è di tutte le specie viventi, il desiderio è solo umano e si appaga sulla soddisfazione, ma comporta quella libertà e creatività che le altre specie non hanno; dare allora una forma autonoma al desiderio per regolare la relazione in modo da non commettere violenza. Ma soprattutto invita il sociologo a riconoscere l’importanza della conoscenza e consapevolezza dell’alterità degli altri uomini.

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