Un’opera di Luigi Ontani a Viterbo. Proviamo a capirci qualcosa…

Pietro Boschi

Luigi Ontani è arrivato con clamoroso ritardo, ma è arrivato. Venerdì scorso l’hanno aspettato in molti, compreso chi scrive. Tutti in Sala Regia ad attendere un artista della cui importanza è facile sapere: nome e cognome da digitare nella barra di ricerca di Wikipedia et voilà.
Con Ontani, anzi qualche ora prima di lui, è giunta a Viterbo per essere immediatamente collocata sull’altare della cappella di Palazzo dei Priori anche una sua ceramica intitolata SanSebastianElettromeo. Il pezzo è quello “forte” di un programma espositivo di cui TusciaUp ha già pubblicato le notizie fondamentali (www.tusciaup.com/quartieri-dellarte-lopera-luigi-ontani/87768).

Di quella serata resta ora soltanto ciò che più conta, vale a dire l’opera, quell’enigmatico SanSebastianElettromeo che il pubblico viterbese potrà vedere fino al 5 di novembre. Proviamo allora a capire di cosa si tratta, magari azzardandone un’interpretazione plausibile.

Dunque, l’oggetto – un Sebastiano Martire – è innanzitutto una ceramica policroma realizzata dall’artista grazie al supporto tecnico della nota Bottega Gatti di Faenza. Tale oggetto, anche perché posizionato su un altare, rimanda alla forma tipica dei moltissimi busti-reliquiario di epoca rinascimentale. Ma se quelli dovevano necessariamente realizzarsi con una lega metallica che ne rendesse agevole il trasporto processionale pur garantendo la massima tenuta agli urti, questo è fatto di tutt’altro. Siamo cioè di fronte a qualcosa di paradossale: un oggetto che sembra alludere all’idea d’imperitura conservazione di resti umani è fatto di ceramica, quindi per nulla rassicurante circa la sua possibilità di durare integro nel tempo.

A ben vedere l’opera non dà corpo a un ideale volto di  san Sebastiano, essendo essa stessa l’autoritratto dell’artista. Così si scopre che l’oggetto in questione è in grado di far funzionare un meccanismo concettuale di perpetuazione nonché (auto-)celebrazione della propria identità, pur nel segno di un materiale che per sua stessa natura può rimandare al concetto di Vanitas. Il paradosso non è dunque soltanto ribadito, bensì traslato su di un piano che chiama in causa la persona fisica di Ontani. Immortalitas e Vanitas, l’una e l’altra conciliate ed espresse mediante la medesima immagine-simbolo; un’immagine che non passa  se non attraverso la fisionomia concreta del suo artefice.

Un altro indizio interessante è offerto dal titolo enigmatico dell’opera: SanSebastianElettromeo. Qui il nome di Sebastiano è riproposto attraverso il vocativo latino SebastianE, ma è quasi l’intera dicitura ad evocare giocosamente la lingua latina. Inoltre, in un “tutt’attaccato” dove le lettere maiuscole e minuscole perdono il loro senso strettamente ortografico, e dove non importa se la “E” finale di una parola coincide con l’iniziale di quella successiva, si può leggere anche «Elettro». Ora, per i greci, “elektron” denotava l’ambra, ovvero la sostanza dentro cui innumerevoli corpi d’insetti vissuti milioni di anni fa si sono perfettamente conservati (perciò sarebbe lecito ripensare all’idea di custodia eterna, di “reliquiario”). Quanto al latino di «SebastianE» e «meo», si può scoprire ancora qualcosa. Nel maggio 2002, infatti, la Galleria Narciso di Torino ospitò la mostra Sebastiane in collaborazione con la Fondazione Sandro Penna: una collettiva di oltre settanta opere prodotte da artisti quali, tra gli altri, Galliani, Kostabi, Lodola, Rotella. Alla mostra partecipò pure Ontani. Nell’introduzione al catalogo, Gianni Farinetti faceva un riferimento esplicito al lungometraggio Sebastiane, il primo del noto regista e pittore britannico Derek Jarman. Il film, proiettato per la prima volta nel 1976,  non solo colpì l’opinione pubblica per i contenuti fortemente scandalistici (almeno per quell’epoca); fatto ben più curioso è che i personaggi del film comunicano in latino. Dal latino colloquiale di Sebastiane si passa a quello fantasioso e giocoso di SanSebastianElettromeo. Ontani, più volte e con diverse tecniche alle prese col tema iconografico di Sebastiano Martire, potrebbe quindi aver voluto omaggiare Jarman (morto nel 1994). Ma se il protagonista del film si fece da subito moderna icona gay, la figura plasmata nella ceramica alluderebbe, con ironia e leggerezza, a un desiderio d’eternità: qualcosa di simile ad un «Oh Sebastiano, ambra mia!».

Su di un piano puramente formale, si può invece notare come il dardo del martirio formi quell’elemento plastico-scultoreo in grado di stabilire una sorta di legame tra il volume chiuso e pulito del busto e lo spazio circostante. A violare la fronte di Sebastiano non è semplicemente una freccia, bensì una linea di forza che pone l’opera in rapporto dinamico, teso e diretto con lo spazio che l’ospita. Quasi un parafulmine, la freccia dà l’impressione di convogliare le forze latenti dello spazio in un’unica e precisa direzione. Imprevedibilmente si è tornati ad “elektron”, stavolta da intendere come etimologico antenato della parola elettricità. E qui il cerchio si chiude, forse.

Pietro Boschi storico e critico d’arte laureato in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali presso l’Università della Tuscia. Svolge attività di consulenza storico-artistica per il Consorzio delle Biblioteche di Viterbo. Insegna discipline storico-artistiche all’ABAV – Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo.

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