UniPosca rosa fluo

Chiara Mezzetti

Spietati come solo i ragazzi sanno mostrarsi, rancorosi come solo sui banchi di scuola si riesce a essere, indifesi come solo le amicizie possono farti sentire: Chiara Mezzetti ci porta ai tempi delle medie, tra scritte sui diari e vendette sui muri….Buona lettura

Kristina Masini troia

UniPosca rosa fluo.

La scritta campeggia fiera al centro della porta del cesso delle femmine.

Cristina la guarda come si guarda un dio: estasiata, inerme, morta.

Il controllo sui muscoli delle gambe le permette di non toccare la tazza con nessun centimetro del suo corpo. Attenta a non far cadere nemmeno una goccia sulle Adidas nuove comprate scontate da Cisalfa, si ferma in piedi, con le mutande calate, a osservare quella lapide ancora una volta.

Passa i polpastrelli sul rilievo della scritta. È tutto vero. Ne studia i tratti tondeggianti per capire chi possa essere stato, anche se in cuor suo, in fondo, lo sa già.

Rientra in classe. Gli organi interni gelati al centro del petto, il viso esploso in pulsazioni sempre più strette. Quella scritta ce l’ha marchiata a fuoco in fronte. Chissà quanti l’hanno già letta, e quanti la leggeranno ancora. La voce si sparpaglierà come immondizia trascinata dal vento. Bocca dopo bocca, UniPosca dopo UniPosca. La prenderanno per buona, è così che funziona. E lei non troverà mai un ragazzo, e i suoi la cacceranno di casa, e i professori la bocceranno, ma soprattutto, soprattutto, quella stronza si godrà di tutto questo.

“Cri?”

La Giovanna è la sua compagna di banco dalla seconda. E ora scruta Cristina con gli occhi ammosciati verso il basso. Fa quest’espressione ogni volta che è preoccupata. Deve averla imparata da una serie tv, perché ha iniziato a farla da un giorno all’altro, e poi la frequenza è sempre aumentata fino a diventare la sua posa quasi fissa.

“Oh”

“Che c’è?”

“Che hai?”

“Niente, che ho?!”

“Successo qualcosa? Ti senti bene?”

“Tutto a posto”

Occhi ammosciati verso il basso.

Pulmino arancione. Cuffiette. Cristina scorre nella playlist casuale fino a “Nato Sbagliato” degli Articolo 31.

sono nato sbagliato dimmelo tu,

a me non interessa più

sono nato sbagliato, non lo so più

Di sicuro quella stronza della Filippi. Sì sì lei. Per forza. L’UniPosca rosa fluo è proprio una roba da lei. Con quegli occhialetti quadrati. E le Air Max tutte bianche. E il sorrisetto a metà guancia che porca miseria l’ammazzeresti. Che sembra sempre ti stia prendendo per il culo. Una lattina con cattiveria a pressione, pronta a scoppiare da un momento all’altro, ecco cos’è. Ha scritto sulla porta perché è solo una vigliacca. A voce, a voce sarebbe andata diversa. Cristina le avrebbe sfilato gli occhiali pizzicando le stecche ai lati. Li avrebbe lasciati cadere vicino alle Air Max bianche. Anzi sulle Air Max bianche. E poi le avrebbe messo una mano in fronte e le avrebbe detto una frase a effetto tipo “Per oggi ti lascio andare, ma la prossima…” o comunque una frase un po’ meglio che si studierà più avanti.

Ha il movente pure. A gennaio, la sua cotta della seconda, Leonardo, ha detto a Fabio che ha detto alla Filippi, che la Masini gli sapeva carina. Il pettegolezzo s’è diffuso in tutto l’istituto. La Filippi ha giurato vendetta. Solo che sono passati due mesi e ancora non è successo niente, e quindi per tutti la Filippi è una polla, una che parla parla ma alla fine. E alle medie, si sa, la parola è tutto.

Il giorno dopo Cristina passa dalla Fiorina a comprare un bianchetto. Non ne ha mai usato uno, lei è il tipo che cancella con la riga della penna.

Kristina Masini troia sta ancora lì. Al centro della porta del cesso. Non è cambiato niente da ieri. Magari non l’ha letto nessuno.

Cristina ha consumato mezzo tubetto di bianchetto. Ha restituito onore al proprio nome e cognome. È sollevata, galleggia nel cesso un metro per due. Che stupida, ha dato tutta quella importanza a una cosa così piccola, una cosa che bastava 1,99 euro per mandarla a fanculo.

Entra in classe a passo lento ma deciso.

Giovanna è lì. Il disegno di Snoopy fatto a penna sul banco, pure. Tutto come ieri.

Una pallina di carta a quadretti, appallottolata con cura, atterra sul quaderno.

Cristina la sfoglia delicata, strato per strato, petalo per petalo.

Succhiamelo

Solo questo.

Tre fogli protocollo per scrivere solo questo.

“Ma chi è ‘sto stronzo?” cinguetta indignata la Giovanna, che ha allungato bene l’occhio durante tutta l’operazione di spoglio.

Cristina non risponde. Alza lo sguardo in giro per la classe.

Non c’è uno stronzo unico. Ma tanti, tanti stronzi che tutti insieme sentono il bisogno di dire al mondo che lei deve succhiarglielo. E questo perché un UniPosca rosa fluo gliene ha dato il diritto, il dovere quasi.

Cristina si alza in piedi. Appoggia i fogli vuoti sul banco. Prende quello con il messaggio, sorride, e con un gesto del gomito fa canestro nel cestino.

A casa piange tutto il pomeriggio.

La Filippi la deve pagare. Cristina non scrive sul muro, è da cagasotto. Lei le cose le dice in faccia. L’aspetta all’entrata di scuola per sistemarla una volta per tutte, e magari fare anche il gesto degli occhiali.

“Vieni un po’ qua tu” le ordina con lo sguardo più stronzo che riesce a fare.

La Filippi un po’ scocciata “ma che vuoi Masì?”

“Voglio che la fai finita. Complimeti, nemmeno alle elementari le scritte al cesso” Simula un applauso.

“Ma che stai a di’?”

“Lo sai bene”

“Guarda che non mi fai paura eh” La Filippi ha il terrore inciso negli occhi, ma mai e poi mai darebbe una soddisfazione proprio alla sua nemica numero uno da gennaio.

“Dammi l’astuccio”

“Eh?”

“Ho detto dammi l’astuccio

“No, tu sei scema”

Cristina, carica di una ferocia che mai ha provato prima, lesa nell’orgoglio e ormai troppo avanti nei giochi per tirarsi indietro, afferra una delle bretelle dell’Invicta della Filippi e la scaraventa a terra. La Filippi ora, incapace di nascondere il panico, che non le è più solo inciso negli occhi, ma le gronda in lacrime lungo tutte le guance, le allunga l’astuccio pregandola di lasciarla stare.

Cristina lo rovescia a terra. Con le mani fruga convulsa tra le penne colorate e le gomme da cancellare, alla ricerca dell’arma del delitto.

Tanti tanti pastelli acquerellabili, un temperino a forma di mela, sei penne glitterate, due Bic blu. Zero UniPosca.

La Filippi piange rannicchiata all’angolo delle scale. Prega di essere colpita ovunque ma non alla bocca, ché ha l’apparecchio che tira e già fa male di suo.

Cristina stringe l’astuccio svuotato in mano. Vorrebbe chiedere scusa, ma alle medie, come s’è detto, la parola è tutto. Se lo fa, la Filippi poi va in giro a dire che la Masini s’è abbassata. E questo Cristina non se lo può permettere. Così imposta una sicurezza poco credibile, lascia cadere l’astuccio vicino alla Filippi, e fa: “per oggi ti lascio andare, ma la prossima…” La frase non le dà la soddisfazione che provava nell’immaginarla. Si vergogna. Non si gira. Cammina veloce. Sente i singhiozzi più lontani.  Non vuole essere così, ma deve. Spera che un giorno, da più grandi, quando saranno fuori dalla giungla, in un mondo lontano, potranno diventare amiche e perdonarsi. Ora non si può.

In bagno non scrivono più, e le palline di carta si esauriscono al quinto canestro di fila. Certo, la gente ancora parla lungo i corridoi quando passa la Cristina. Dice che ha dato un cazzotto in piena bocca alla Filippi.

“Sanguinava da far schifo, c’ha rimesso pure due denti e piangeva piangeva…”

“E la Cristina?”

“La Cristina le ha detto lasciaci in pace a me e Leonardo, che la prossima sennò ti finisco”

11 giugno. Ultimo giorno della terza media.

Da un banco all’altro volano le Smemoranda e le Comix. E le firme con le stelle alla fine, la spilletta colorata che aggancia la foto di un cantante strappata dal giornale. Le pagine usurate, che non le sfoglierai più, ma servono. Servono a dire che ci sei e illuderti che ci sarai pure dopo, quando le strade si faranno più aperte e più lontane, quando tu ti farai più aperto e più lontano. È la fine di un’epoca. La fine. E anche se lo sai che è la fine per cominciare, lo senti che qualcosa s’è chiuso, che non ti ritorna.

Kristina, sei stata una compagna di banco perfetta. Un baciuz Giovanna

La frase occupa in orizzontale il 10 e l’11 giugno, scritta in UniPosca rosa fluo.

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