Terremoto: noi volontari, da Viterbo ad Amatrice, tra pietre e lacrime

Andrea? Ci senti, Andrea?”. Il vigile del fuoco si sporge sopra la voragine, tra blocchi di cemento armato e lastre strappate di eternit. Intorno abbiamo fatto silenzio, ma dal cumulo indicibile di macerie non proviene alcuna risposta. Andrea ha ottant’anni, ma è ancora vispo come un ragazzino. Lunedì ha dovuto accompagnare la moglie in ospedale a Rieti. Si è rotta l’anca, e l’hanno dovuta ricoverare. Così Andrea ha dormito solo, in quel lettone improvvisamente troppo grande, nella loro graziosa villetta nei dintorni di Amatrice. Qui l’aria è buona, dai monti circostanti scende il fresco che mitiga l’afa di questa estate troppo lunga e troppo calda. E poi qui vivono i loro parenti. È il nipote che ora indica un punto, tra una trave di cemento e un mucchio di tegole disintegrate.

“La camera da letto dovrebbe essere lì “. Andrea continua a non rispondere ai richiami, ma dopotutto è anziano, magari non ne ha la forza. Sotto i colpi di piccone spunta un armadio. Sotto i gesti frenetici dei soccorritori volano camicie ben stirate, cravatte e un baule, pieno di biancheria ricamata della moglie di Andrea. Che forse non sa ancora quanto possa essere beffardo il destino. La terra trema ancora sotto i piedi, come un immane mostro che si rivolta nella sua tana sotterranea. Piovono calcinacci, vengono giù pareti e ringhiere, si sollevano nubi di polvere, ma si scava, si spostano massi a mani nude, si prova a spaccare a mazzate quel maledetto armadio che copre il letto di Andrea. Intanto, in strada, una donna anziana cammina come una sonnambula stringendo due piantine in vaso. Chi si è accorto di quello che stava accadendo ha afferrato e portato al sicuro quello a cui era più affezionato. Le crepe sulle case sono come oscene fratture di femore. Le macerie sembrano vomitare fuori da pareti ancora ornate da terrazzini rossi di gerani. Porte e finestre sbattono ottusamente. Dal porticato di una casa ondeggiano fioriere, corolle vivaci di fiori destinati ad appassire e poi a morire anche loro. Nessuno qui può più innaffiarle. Nel vento teso volano bestemmie e preghiere, i due estremi dello stesso dolore.

Hanno trovato Andrea, sotto l’armadio che lo copriva come un sudario. C’è di nuovo il silenzio. Il soccorritore si passa la mano sulla fronte madida di sudore. Fissa davanti a sé, e scuote la testa.
Intanto, cominciano ad arrivare i primi aiuti. Ragazzi de L’Aquila che hanno caricato furgoni interi di generi di prima necessità: fratelli di una stessa sciagura. Si spacchettano i cartoni arrivati: omogeneizzati, latte, detersivi, scatolame. E barattoli di verdure sott’olio fatte in casa, marmellate con etichette scritte a penna. Viene in mente un verso del nostro inno nazionale, “l’Italia chiamò”. In circostanze come queste l’animo grande degli italiani risponde senza esitare. Italiani di nascita e italiani di cuore: un sikh dal turbante e dai baffoni rivolti all’insù cammina per la strada con due casse d’acqua minerale tra le braccia. Si ferma presso i gruppetti di sopravvissuti e distribuisce le bottigliette, poi torna alla sua macchina e ritorna con dell’altra acqua. I superstiti si stringono in abbracci muti. Non ci sono più parole, solo lacrime silenziose.
C’è una famiglia che malgrado tutto, non vuole lasciare la propria casa. Metà è già venuta giù, e loro si sono asserragliati nelle stanze rimanenti. Cerchiamo di convincerli ad andare via, e a trovare rifugio nei campi degli sfollati. Ci fissano senza parlare, con gli occhi lucidi, con una dignità immensa. Non trovano il coraggio di lasciarsi alle spalle i ricordi di una vita, ed affrontare un presente e un futuro incerti, fatti di tendopoli, di disagio, di promesse difficili da mantenere. Sono contadini, sono allevatori. Chi baderà all’orto? Chi si occuperà dei loro animali?

La notte scende sopra il campetto allestito dai volontari della Protezione Civile viterbese: uomini, donne e ragazzi che alla prima scossa hanno preso il borsone e sono partiti. Per aiutare le forze dell’ordine, per dare una mano ai sopravvissuti. Una tenda è già ricolma dei generi alimentari e dei capi di vestiario che sono arrivati incessantemente tutto il giorno.
Stanotte i volontari dormiranno nelle tende o nelle macchine, avvolti da coperte: in un certo senso, sfollati anche loro. Un cagnolone bianco, dagli occhi terrorizzati, si avvicina timoroso al campo. È affamato e impolverato. Il suo padrone è morto sotto il crollo della sua casa, e lui è rimasto solo al mondo. Troviamo delle crocchette e gli diamo da mangiare: anche nel suo sguardo pieno di gratitudine, c’è la risposta che stiamo cercando.
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