Stregati dai social e intrappolati dai like: l’altra faccia del Web

di Diego Galli

Stregati, rapiti e ormai affetti da una sindrome di Stoccolma futuristica. E’ questo il nostro status: la tecnologia e i social media, dal loro arrivo, non hanno mai smesso di evolversi per catturare la nostra attenzione. Facebook e Instagram non sono altro che alcuni dei tanti, troppi, ultimi arrivati. Tutto è cominciato non tanti anni fa, con il periodo delle chat, di MSN e di quel tipo di intrattenimento sociale che andava diffondendosi nel mondo peggio di un virus. La rete, fitta e senza possibilità di fuga alcuna, ci ha velocemente catturato non appena abbiamo cominciato a mettere il naso in quel mare senza confini che prende il nome di web.
Surfavamo, un tempo, ora, invece, annaspiamo. Tentiamo di districarci dalla marea infinita di contenuti che ogni giorno giungono per convincerci a restare connessi per un altro minuto. La privacy, conseguentemente a questa necessità di convincere l’uomo a restare davanti al display, è andata a farsi friggere.
Tutto sembra ormai virtualmente vivere per darci possibilità di farci i fatti degli altri. Dai classici post alle più moderne “storie”, siamo assuefatti dalla necessità di interessarci alla vita degli altri e di condividere ogni singolo evento della nostra esistenza.
“Tizio è felice con Caio – presso Discoteca di Vattelapesca”. Ottimo, grazie della comunicazione di servizio. Ti metto un like per stavolta. Ti faccio contento, anche se non me ne frega davvero nulla. Spero che la prossima volta ricambierai mettendo un mi piace a uno dei miei stereotipati selfie dove mostro il mio bel viso, tralasciando tutto il contesto.
Sembra quasi un balletto. Una danza che ogni giorno, dal risveglio, ci accingiamo a intraprendere per restare al passo coi tempi, mentre il mondo, quello vero, scivola via. Per esprimere il nostro stato d’animo, preferiamo condividere una canzone, magari aggiungendo una bella didascalia malinconica, anziché alzare il telefono e parlare con un amico e magari organizzarci per vederci.
Chissà se lo scrittore e inventore Arthur C. Clarke si era già immaginato a che cosa avrebbe portato la sua teoria dei satelliti geostazionari. A giudicare dalle sue brillanti ma pessimistiche opere di fantascienza (“2001: Odissea nello Spazio”, “Incontro con Rama”, “Le guide del tramonto” e chi più ne ha più ne metta) qualcosa doveva aver già intuito.
La comunicazione ha continuato a evolversi abbracciando sempre di più la tecnologia e rinnovandosi in ogni sua forma. Messaggi vocali, gif, storytelling, post, videochiamate… eppure qualcosa deve esserci sfuggito. Qualcosa deve essere andato drammaticamente storto se ci siam lasciati contaminare così esageratamente da tutto questo.
Anziché utilizzare tutti questi innovativi mezzi per parlare con tutti e diffondere conoscenza e saggezza, abbiamo preferito lasciarci soggiogare e drogare dalla facilità con la quale è ora possibile dire la nostra senza freni. Ogni pensiero è ormai pesante come la condanna di un giudice e ogni condivisione sembra essere guidata da un grido interiore di aiuto.
Sembra ormai passata un’era da quando si comunicava per il piacere di condividere un’opinione, per avere uno scambio di idee e per accrescere il nostro bagaglio culturale. Siamo adesso alla deriva in un mare in tempesta, ognuno di noi bloccato sulla sua minuscola zattera… eppure, tale angusto spazio ci rassicura e ci conforta, come se il “non sapere” fosse ormai divenuto l’unica certezza sulla quale poter contare.

COMMENTA SU FACEBOOK
CONDIVIDI