Simona Tartaglia: io, Giorgio e Viterbo amore a prima vista

Luciano Costantini

Dal terrazzo di casa in via santa Rosa si vede emergere, a non più di cento metri, la guglia più alta della “Macchina”, in attesa di essere smontata. Un pennacchio candido come un fiocco di neve. Quasi un ninnolo, un omaggio speciale, per Giorgio Capitani che del sodalizio della “Pulzella viterbese” è stato ambasciatore e che dalla sua Viterbo ha ricevuto la cittadinanza onoraria. In occasione dell’ultimo trasporto di “Gloria” anche una “girata” in piazza del Comune. Nella casa di via santa Rosa che fu del grande regista, oggi abita Simona Tartaglia, compagna di una vita e vedova recente del cineasta, indimenticato e indimenticabile padre della figura del “Maresciallo Rocca”. Autore di tante altre opere della cinematografia italiana. A rallegrare la dimora sobria ed elegante, stamane illuminata da un tiepido sole, un cane e sei gatti. “Fino a qualche tempo fa c’era anche Pierre, un simpatico pappagallino…poi, un giorno, ha deciso di scappare”, sospira allargando le braccia la signora Tartaglia. Ovvio, la piacevole conversazione ruota in gran parte attorno alla figura di quel marito “conosciuto nel 1981”. “Era inafferrabile, tante le donne che gli ruotavano attorno. Galeotto, si fa per dire, fu il campo di golf che insieme cominciammo a frequentare dopo che un comune amico si era un po’ stancato di farci da imbarazzato accompagnatore. Giorgio mi propose di fare l’aiuto regista. Io già lavoravo nel settore casting: mi piaceva scoprire cosa c’è dentro un attore, magari spogliarlo e aiutarlo a trasformarsi. Giorgio era ed è stato sempre una persona umile, dolcissima. Tranne che con me: sul set mi maltrattava, nel senso che pretendeva più impegno di quanto ne chiedesse alla intera troupe”. E come è nato il “Maresciallo Rocca”?. Una domanda inevitabile per una risposta inattesa: “Per caso, anzi per necessità perché la produzione doveva fare economie. A quel tempo era possibile risparmiare sulla diaria del personale nel caso in cui gli esterni delle riprese potessero avvenire entro 100 chilometri da Roma. Fu utilizzato un compasso: Viterbo rientrava nella circonferenza”. Insomma, il miracolo del compasso. “Sì, vista Viterbo, ci fermammo. Cosa potevamo trovare di meglio? E fu vero amore. Oggi non lascerei più questa città dove ho un mare di amici. A Roma non tornerei neppure se mi pagassero. E poi qui continua ad aleggiare la figura di mio marito che mi trasmette positività, equilibrio ed entusiasmo. Anche se, ovviamente, la mia vita sta cambiando, perché la vita va avanti”. Già, una vita nuova, comunque ancorata saldamente al passato. “Lo scorso anno ho diretto una scuola cinematografica per ragazzi in via Garbini. Quest’anno vorrei fare qualcosa di più allargando l’attività agli adulti. Magari potrebbe essere interessante entrare in sinergia con Caffeina o con la programmazione del cinema Lux. Certo il sogno sarebbe di realizzare la scuola all’interno del teatro Unione, per il quale mio marito era stato designato a fare il direttore artistico. Vedremo”. Intanto, nell’immediato, Simona Tartaglia, ha un altro progetto: “Giorgio mi ha lasciato la sceneggiatura di un testo “Maestro-uno sporco egoista”, che è un po’ la sua biografia. Vorrei trasformarlo in un romanzo”.

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