Simon Picone: il rugby la mia vita, la Tuscia una “meta” possibile

Cristiano Politini

“A rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma in particolare con la testa e con il cuore”. In questa citazione c’è la vita e l’essenza del rubgy secondo Simon Picone, ex mediano di mischia della Nazionale Italiana Rugby e campione d’Italia con la Benetton Treviso. Romano di nascita, ma viterbese di adozione, Simon Picone muove i suoi primi passi nel mondo del rugby proprio nella Tuscia, crescendo come atleta e come ragazzo a Viterbo, per poi vincere cinque scudetti con la Benetton Treviso e consacrarsi con l’Italia a livelli internazionali.

Come ha iniziato a giocare a rugby?
Iniziò tutto durante una vacanza estiva al Circeo, dove mio nonno aveva una casa. Lì abitava un allenatore che mi ha invitato a provare a giocare ed è stata subito passione per la palla ovale. Ho giocato il primo anno con l’under 7 a Roma poi, per motivi di lavoro, mio padre si è trasferito a Viterbo e qui ho seguito tutto il percorso giovanile. Il mio excursus mi ha visto protagonista a Viterbo, poi però sono tornato a giocare a Roma nella “RDS”. Facevo avanti e indietro da Viterbo a Roma, ma i sacrifici sono stati ripagati, infatti, ho esordito in seria A proprio con la Roma a Livorno.

Un’esordio faticoso ma molto bello?
Ero molto emozionato ma l’esordio è stato bellissimo, uno step importante per cui avevo lavorato per più di undici anni. Inoltre, giocavo secondo centro in coppia con Nanni Raineri e non dimenticherò mai la vicinanza di tutti i compagni che mi incitavano e sostenevano.

Cosa ha rappresentato entrare in una grande squadra come la Benetton Treviso?
In Benetton ho trovato una famiglia, ho molti amici ancora lì e vincere cinque scudetti è stato memorabile. Il primo scudetto vinto a Padova è un ricordo indelebile: giocavo come centro ed è stato un punto di arrivo incredibile per la mia carriera. Successivamente siamo cresciuti e abbiamo vinto altri quattro scudetti: sono state sensazioni particolari che porterò sempre con me, ma il ricordo del primo è quello dal sapore più dolce.

Cosa invece ha significato la convocazione in Nazionale?
La convocazione in nazionale è stata il coronamento di un sogno, specialmente perché ho avuto al mio fianco un allenatore come John Kirwan che ha creduto subito in me e mi ha portato all’esordio in Irlanda. L’emozione di indossare per la prima volta la maglia azzurra è stata unica e quando sono sceso in campo l’emozione si è trasformata in voglia di giocare.

Il ricordo più bello?
Sicuramente la meta allo stadio Flaminio di fronte al pubblico di casa: fu un momento unico perché uscivo da un intervento e la meta ha rappresentato una rivincita verso chi pensava che non ce la potessi fare.

Cos’è una partita di rugby?
Un momento di aggregazione, in fondo è la mia vita.

Cos’è il terzo tempo?
Un modo di trovarsi insieme dopo aver lottato ed essersi affrontati sportivamente sul campo.

Come si svolge la sua vita oggi? Ci sono progetti nella Tuscia?
Sono tornato a vivere a Viterbo con la mia famiglia e lo scorso anno ho allenato l’under 8, dove gioca anche mio figlio. Il panorama rugbistico viterbese può sicuramente crescere e il rugby può diventare uno sport leader per i bambini. Per attirare i ragazzini al campo di allenamento si deve lavorare molto con le scuole, promuovendo e facendo conoscere i valori di questo sport ai bambini e alle famiglie. È un periodo sociale difficile per i giovani e ormai lo sport è sempre più in secondo piano, ma con il rugby si possono promuovere dei valori sani che formano i ragazzi, non solo a livello sportivo, ma anche a livello umano. Mi piacerebbe contribuire alla crescita del rugby a Viterbo partendo dal vivaio, per crescere dei campioni dentro e fuori dal campo.

Che cosa differenzia il rugby dagli altri sport?
Il rugby è una vera e propria filosofia di vita e i suoi valori sono unici: rispetto per le regole, per l’avversario e per le persone. È uno sport che insegna ad andare avanti, a non indietreggiare mai, sul campo come nella vita. Lo sport è aggregazione e sono fermamente convinto che il rugby ne sia l’espressione migliore.

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