Senza Mani

Chiara Mezzetti

Basta poco perché una vita cambi. Ci può essere attesa, come paura e angoscia. Il ricordo a volte consola, altre punge e penetra come una lama affinata: un nuovo racconto di  Chiara Mezzetti per scandagliare l’attesa di un verdetto. Buona lettura

Tre minuti.

Ho pisciato nel bagno della stazione.

Sono seduta sulle lamine metalliche della panchina, con le cosce rigate e congelate. Questo affare mi fa un po’ schifo.

Ho deciso di venirlo a fare qui il test, perché tutto inizi dove tutto è finito.

180 179 178…

Quando venivamo qui con Briciola, prendevamo la bici, perché, anche se è vicino alle nostre case, e ci si arriva a piedi senza problema, anzi, fare il discesone senza mani è meglio del Natale, meglio dell’ultimo giorno di scuola.

Al ritorno maledicevamo sempre la salita, sudando e spaccandoci i muscoli per pedalare un metro più in là. L’emozione più forte mai esplosa nella campagna immobile, dove ci sentivamo come capitati.

L’ho chiamato Briciola perché era più basso di me. Un ragnetto tutto testa con le ginocchia sbucciate e i capelli sugli occhi.

Un giorno, non credo ci fosse un motivo per farlo, abbiamo sfondato il vetro della biglietteria abbandonata e siamo entrati.

Briciola, che ormai mi superava in altezza di cinque centimetri e i capelli li drizzava in aria come un punk, ha preso un sasso e l’ha scaraventato contro il vetro della porta finestra. Quello è caduto in mille pezzi e lui, aprendosi un varco tra le scaglie polverose che sembravano lingue di lava incandescente, ha scavalcato. Nel farlo, ha lasciato appeso su una punta un pezzo dei suoi jeans già logori. Io l’ho raccolto di nascosto e me lo sono infilato nel calzino.

Dentro c’era solo qualche panchina e mucchi sparsi di polvere e ragnatele. Briciola si è accostato al muro con una gamba tesa e l’altra appoggiata, imitando l’attore di un film, chissà quale, e si è sfilato dalla tasca un pacchetto sgualcito di Merit blu.

Mi ha immobilizzato con le sue pupille gialle dritte come frecce, e senza dire nulla mi ha avvicinato una sigaretta alle labbra, sfiorando quello inferiore con l’indice. Non sapevo se anche questo fosse preso da un film o se l’avesse fatto per sbaglio, e non me lo sono chiesto. Era la prima volta che qualcuno mi toccava la bocca. In quel modo intendo.

120 119 118…

Quando Briciola è passato dallo Scientifico all’Industriale, si è fatto una serie di nuove compagnie e il nostro posto è diventato la sede fissa dei loro festini privati. Tutto ciò che rimaneva dopo erano cocci di bottiglia sparsi a terra e sensazioni lampeggianti troppo deboli per dirsi ricordi.

Non mi andava giù la violazione di quei barbari di città che, annoiati dall’elettricità urbana, venivano a sballarsi alla stazione. Al nostro posto.

Una mattina abbiamo fatto sega.

Briciola mi è passato a prendere sotto scuola e ce ne siamo andati via, a correre per le strade del paese su quello Scarabeo che ci pareva un’Harley. Mi perdevo nel profumo forte del cuoio del suo giubbotto, mi ci aggrappavo. Al profumo e a lui. Sognavo il mare.

E invece mi aveva portato ancora lì alla stazione. Già sentivo i rutti dei Vichinghi dell’Industriale, accampati come bestie, ubriachi alle nove di mattina.

Ma eravamo solo noi due stavolta. Briciola ha steso una coperta a terra, ha stappato due birre con i denti e me ne ha passata una.

«Alla nostra»

«E al discesone senza mani»

Abbiamo fumato una o due Merit, con il sottofondo di “I’m waiting for the man” dei Velvet Underground messa sul cellulare.

I’m just lookin’ for a dear-dear friend of mine. I’m waiting for my man …

Briciola mi stampa un bacio in bocca che è meglio del discesone senza mani.

E rimaniamo lì a farci l’amore, come solo noi che siamo figli della stessa confusione possiamo fare.

60 59 58…

Dieci giorni di ritardo e i miei sedici anni in bilico.

Briciola non s’è fatto più sentire né vedere. È rimasto solo un brivido a tenermi compagnia.

30 29 28…

I’m just lookin’ for a dear-dear friend of mine. I’m waiting for my man

10 9 8…

Non tremo. Non provo niente.

3 2 1…

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