Riapertura Ferrovia Civitavecchia Orte: ottantacinque chilometri di speranza

Ottantacinque chilometri di speranza. Quelli che collegano Civitavecchia ad Orte, linea ferrata “temporaneamente sospesa” o “chiusa al traffico” che pure vorrebbe/dovrebbe essere una certezza per il futuro economico, culturale, sociale, ambientale della Tuscia, se non dell’intero Lazio Settentrionale. La speranza si trasforma in certezza, appunto, allorché ti trovi a seguire un convegno sul tema al museo Marco Scacchi di Gallese. Organizza il Comitato per la Riapertura della Ferrovia. Tutto esaurito in sala e per fortuna che molti degli invitati (roba da elenco telefonico) hanno disertato. “Determinazione” è la parola d’ordine, una sorta di linea del Piave dalla quale non si arretra. I politici (Valentini, Panunzi, Mazzoli, ecc.) si impegnano a portare avanti la riapertura della linea; gli amministratori garantiscono pieno appoggio; i tecnici spiegano che “si può e si deve fare”; il presidente del Censis De Rita sostiene che quei binari sono necessari per evitare la paralisi del Centro Italia; l’ambientalista Pratesi sottolinea l’esigenza di preservare l’ecosistema dallo tsunami di cemento. Insomma, tutti ma proprio tutti, elmetto in testa e baionetta innestata, per battagliare con l’obiettivo di veder riattivata in tempi relativamente brevi quella linea che fu aperta nel 1928, chiusa parzialmente ne ’61 e definitivamente nel ’94.
Il meeting di Orte diventa una sorta di tavola rotonda in cui tutti si impegnano formalmente “a fornire il proprio impegno, attivandosi presso tutte le competenti autorità statali e regionali, promuovendo inoltre ogni utile iniziativa al fine di conseguire la riapertura della tratta Civitavecchia-Capranica-Orte, ferrovia da destinare non solo a fini turistici, ma anche il servizio passeggeri”. Il testo del “giuramento” è chiaro. L’obiettivo pure. C’è la benedizione dello Stato (il via libera della legge Iacono per le ferrovie turistiche): ci sono i soldi (2 milioni di euro, stanziati da Ue, Regione, Autorità portuale di Civitavecchia e Interporto di Orte); c’è la consapevolezza generale di dover decongestionare il traffico su gomma; c’è addirittura un suggestivo progetto per trasformare la linea in una Ferrovia Circumcimina. In altre parole, ci sono i presupposti per risalire tutti in carrozza. Si attende solo il primo via libera del capostazione, cioè della politica in generale, che spesso finisce sul binario morto del “non fare”, colà trascinato dai più disparati interessi e/o dalle più ataviche paure. Un esempio tra tutti: l’elettrificazione della tratta, con cospicuo esborso di denaro pubblico, appena un anno prima della chiusura della stessa. Fu un errore? Fu sperpero di denaro pubblico? Fu una decisione presa chissà da chi e chissà perché? Non c’è stata mai risposta. Il dubbio sulla realizzazione del progetto di riapertura lella linea non è di natura tecnica. Gli interrogativi sorgono nel momento in cui si vanno a rileggere avvenimenti del passato anche recente e che sono assurti alla categoria del mito. Leggasi aeroporto di Viterbo di cui comunque nessuno ha mai sentito il bisogno se non quello di far volare i sogni.

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