RACCONTI BREVI/Turno di notte

Lavoro in fabbrica

Il capoturno è più incazzato del solito. Dice che non raggiungo quasi mai la soglia minima di pezzi. Vuole che mi impegni, che collabori. I miei colleghi sono un branco di stronzi. L’altro giorno a uno gli hanno ricoperto la macchina di carta igienica e calce perché non aveva pagato il caffè al collega del turno prima. Ora viene a lavoro in autobus.

È un calcio su una qualsiasi parte sensibile del corpo, il turno di notte. Mi tocca tre giorni su cinque. Le palpebre, appesantite dalla polvere che respiro, e le dita delle mani sembrano avere crisi epilettiche quando stacco. Oggi, Guido, il ragazzo che lavora con me al reparto 4, durante un caffè, telefono in mano e sguardo sullo schermo, ha detto: «Due morti sparati». Il cucchiaino di plastica mi è scivolato dalle labbra: «Ma dove?!» gli ho chiesto dopo aver mandato giù un po’ di saliva macchiata dal caffè: «Giù al mio paese». Non riusciva a staccarsi dallo schermo, poi a bassa voce gli sono partite un paio di preghiere e abbiamo ripreso a lavorare. Ha la fissa per la fede, Guido, il rosario che porta legato al polso non se lo toglie manco per lavorare. Ci ha confidato che se lo tiene perfino quando deve andare con una, per far andare tutto liscio. Ieri, motivo due minuti di ritardo, il capoturno ha deciso che turno intero, ma paga dimezzata, potessero instaurare quella partecipazione complessiva che auspica tanto. Cominci il turno che un essere umano quasi lo sei, esci e ti ritrovi ossa e animo rasenti al marciapiede. 

Nello spogliatoio ognuno si fa gli affari suoi, negli armadietti non ci sono foto appese di nessuna persona a noi cara. Odio questo posto perché sottobraccio siamo costretti a sopportarci fino alle sei del mattino. Fuori la fabbrica dove lavoro,  l’alba è sempre la stessa, tutta la plastica che respiriamo ci ha tolto i colori vivi. Nello spogliatoio, alla fine del turno, sto riempiendo lo zaino per poi andarmene a casa e Guido, faccia apatica fissa sul cellulare, dice: «Sono diventati tre, i morti sparati». A me Guido sta simpatico, la vita gli scivola addosso, non cova odio verso nessuno, neanche con se stesso. Io mi odio, mi odio eccome. 

LEGGI I RACCONTI PRECEDENTI 

 

COMMENTA SU FACEBOOK
CONDIVIDI