Pelle di carta

Chiara Mezzetti

Lasciarsi andare come un rifiuto, trasportati dalla corrente, sino al mare… Un nuovo toccante racconto della nostra scrittrice Chiara Mezzetti. … Buona lettura

Viterbo, 2:00 am

Claudia è fatta di carta. Ha le ossa, i muscoli, i peli, tutto di carta.

Una carta velina, che se la metti controluce e chiudi un occhio ci vedi attraverso un mondo appannato, opaco.

Talmente fragile che se ci appoggi un dito e premi appena, si forma la piega. E poi hai voglia a stendere coi palmi, a tirare gli angoli, la piega rimane. E basta un’unghia a fare il buco, una spinta poco più forte per passarci attraverso e sentire lo spiffero d’aria fredda.

Claudia sente tutto, ha la pelle di cellulosa e quando ci piove sopra si sgretola un po’.

Le parole sono punte affilate di penna che sbucano il foglio e imbrattano i quadretti d’inchiostro denso.

Al centro della pagina, oltre i margini, esplode un unico graffito in maiuscolo:

GRASSA.

Claudia è grassa, fa schifo. E mangia ancora. E ancora. E non basta e ci affoga dentro. Prende un cucchiaio di Nutella, lo fa bello pieno. Lo butta giù come una medicina. E poi un altro. Un altro. Fino ad appannare il graffito, fino a non sentirlo più inciso nella pelle, ma solo accarezzato.

Controllo, ci vuole controllo. Prende il pancarrè, ci spalma la marmellata di ciliegie. Uno strato di ricotta. Uno di Nutella. Sopra i biscotti alla nocciola e una barretta di cioccolato bianco. Chiude con un’altra fetta di pane. Manda giù senza masticare. Sciacqua il cucchiaio e lo rimette a posto.

Apre la Coca Cola nel frigo. Si attacca alla bottiglia. Sente le bollicine eroderle la laringe, ma continua. Finisce la bottiglia. La accartoccia e mette nella tasca della vestaglia insieme alla carta dei biscotti. Le sale un rigurgito, lo reprime. Controllo. Continua.

Apre la credenza. Prende i cracker. Tre pacchetti. Se li infila in bocca. Piega la carta e la mette in tasca.

Apre il freezer. Tira fuori i wurstel ancora congelati. Li infila a forza in mezzo ai cracker. Mastica. I denti incollati dalla poltiglia di ghiaccio e briciole. La lingua impiastrata nel catrame di sapori confusi.

Prende una mela, la sciacqua. La taglia a spicchi e la mette al centro di un foglio di Scottex. Ci versa l’aceto balsamico. Non lo sente andare giù.

Si attacca al tubetto di maionese e se lo spreme dritto nella gola. Tossisce. Controllo. Mette il tubetto vuoto nella tasca.

Apre una scatoletta di tonno. Si taglia il pollice. Succhia via il sangue veloce e continua. Si versa il tonno in bocca e poi mette il barattolo in tasca.

Va in camera. Apre l’armadio. In mezzo ai vestiti dell’estate un bustone nero. Lo prende. Escono due tre formiche. Ci svuota dentro le tasche e lo rimette a posto.

Si stende sul letto.

Claudia non riesce a dormire. Le fa male lo stomaco. Proprio lì, al centro, dove è impressa la parola.

Un crampo le contorce le budella, gliele stritola forte ché sembra che le stiano per uscire dai bulbi oculari. Se le sente salire su per la gola, intasano le orecchie, serpeggiano fino al cervello. Controllo ci vuole.

Claudia si alza e tiene una mano sull’ombelico. Struscia le cosce grasse fino al bagno. Lascia la porta accostata. Si piazza davanti allo specchio.

Si afferra il rotolo sotto l’ombelico. A due mani. Talmente forte che ci stampa le dita in rosso. Lo stringe per farlo sparire.

Pizzica le cosce all’indietro ma non basta. Le tiene. Ci affonda le unghie. Fa male. Ma non sente. E allora più giù più forte. Per vedere dove riesce ad arrivare. Per vedere quanto è profondo il grasso. Ancora. Fino al sangue. Graffia la carne e piange. Nasconde la bocca nella manica del pigiama e tira due sospiri grossi. Allarga i polmoni. Si inginocchia. Guarda il fondo della tazza. E vorrebbe infilarci la testa e tirare lo sciacquone. Affogare a spirale nel mulinello del cesso. Scivolare via tra i tubi della fogna. Insieme agli altri scarti, ai rifiuti. Lasciarsi spingere dalla corrente fino al mare. E lì confondersi tra il cielo e l’acqua, galleggiare tra le onde, con il liquido che filtra nelle trame della carta e scioglie i quadretti in una macchia nera. Farsi inghiottire dal flusso e sparire.

Lega i capelli. Unisce indice e medio. Se li punta alla tempia come la canna di una pistola. Poi infila le due dita nella gola. Giù su giù su. Sente la spinta partire da sotto. Prima piccola poi inarrestabile. E vomita. A tre mandate. La trachea a fuoco. Gli occhi quasi si stroncano. Si pulisce la bocca con il polsino del pigiama. Guarda le dita sporche. Tira lo sciacquone. Lava le mani e la faccia. Sale sulla bilancia. 36,650 kg. La strada è ancora lunga.

 

 

 

 

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