Marco Scolastici, ritratto di un eroe dei tempi moderni

Ventotto anni, una folta barba e una famiglia che affonda le sue radici nelle Marche per poi approdare nella Tuscia. Il profilo di Marco Scolastici sembra quello di un ragazzo qualunque, ma c’è davvero molto di più in lui di quello che può mostrare un semplice sguardo.

La storia della famiglia di Marco, esperti allevatori di bestiame, produttori di latte di prima qualità e formaggi prelibati, comincia nella minuscola frazione di Cupi, un paesino distante appena 8 km da Visso (MC) che diede i natali al bisnonno, Venanzio Scolastici, già figlio di allevatori.
È nei primi anni ’50 che la famiglia acquista la tenuta di Macereto, luogo dove Venanzio era solito praticare la transumanza, antica pratica che portava i pastori e le loro greggi dall’aspro terreno montano fino alle più dolci praterie adiacenti alla costa. Qui la famiglia si espande, accogliendo tre nuovi Scolastici, tra i quali il nonno di Marco, Raimondo.
L’affascinante storia prosegue poi in Toscana, dove tutto il nucleo familiare si trasferisce comprando un’azienda agricola ubicata nella bella zona di Capalbio, vicino al mare e con un terreno che ben si presta all’allevamento di pecore, vacche e asini amiatini; qui trovano spazio anche i cavalli, un’altra passione che Marco e il fratello Raimondo (che ha ripreso il nome del nonno) portano tuttora avanti con molto amore e dedizione.
Ad appena sei anni di età, Marco prosegue però la sua personale transumanza con la famiglia, spostandosi ancora più a sud, giungendo nella città di Tarquinia, oggi una delle due sedi principali dell’azienda; la seconda, infatti, è quella di Macereto, riacquistata nel 1988 da suo padre Roberto e dal nonno Raimondo non appena vennero a conoscenza della sua messa in vendita. In questo modo, il cerchio si chiude, creando un filo conduttore tra Marche e Lazio, una strada che tuttora Marco è solito praticare avanti e indietro per prendersi cura degli affari di famiglia e dei tanti animali posseduti, un poco come i suoi nonni erano soliti praticare con la transumanza.
Oggi abbiamo deciso di contattare Marco per farci raccontare una storia più recente e, purtroppo, a tratti tragica. Il ventottenne è infatti reduce di una particolare esperienza che lo ha trattenuto, suo malgrado, presso la sede della sua azienda marchigiana, nel comune di Visso, questo inverno. Dopo il devastante sciame sismico dello scorso anno, il territorio, le famiglie e tutte le attività, non si sono mai riprese del tutto. I lavori di recupero procedono molto a rilento, ci spiega Marco, tanto che a distanza di quasi un anno si sta ancora svolgendo lo sgombero delle innumerevoli macerie. A rendere tutto ancora più complicato è ovviamente stata la neve invernale, un flagello particolarmente aspro che, come si anticipava, ha obbligato il giovane ma intrepido allevatore a un soggiorno forzato in una yurta; parliamo di una casa “mobile”, una sorta di grande tenda che già veniva utilizzata nell’antica Asia da popolazioni di nomadi particolarmente pratiche di terreni montani dalle temperature glaciali, come i mongoli.
Molti giorni in totale assenza di acqua (fatta esclusione di quella che riuscivano a portare, con cadenza irregolare, gli eroi della Protezione civile) ed energia elettrica, e, chiaramente, con la sola compagnia dei propri animali, spaventati dalle scosse e messi a dura prova dal freddo pungente, quasi innaturale.

La grande prova di forza di Marco è stata però allietata dalla presenza di un gruppo di esploratori d’eccezione, come nel caso del giornalista Paolo Rumiz e del professore della Sapienza, nonché grande viaggiatore e amante della Natura, Paolo Piacentini; una visita che ha potuto raccogliere una testimonianza eccezionalmente particolare e affascinante, tanto da convincere i due “esploratori” a candidare Marco per il Premio Mario Rigoni Stern per la letteratura multilingue delle Alpi. Per tale occasione, l’onorificenza è stata estesa per la prima volta anche alla zona appenninica, questo perché la storia del giovane non poteva certo passare inosservata, non dopo tutta la tenacia, l’amore per il proprio territorio e i propri animali; una storia che ha raccontato anche di un’incredibile forza che gli allevatori e i produttori della zona terremotata e poi flagellata dalla neve hanno dimostrato a tutto il mondo, stringendosi l’uno all’altro e creando una rete che gli ha permesso di far sopravvivere le loro attività. Il premio sarà ritirato da Marco a Venezia e Asiago, tra il 17 e il 18 giugno, date selezionate per l’evento di quest’anno, ma la sua mente vulcanica e il suo grande spirito imprenditoriale pensano già al futuro, ai prossimi passi dell’azienda Scolastici. Tra le novità in arrivo, Marco ci svela quella di un particolare allevamento di pecore sopravissane, razza in via di estinzione ma che il giovane vuole salvare anche per la loro lana, un prodotto di estrema qualità ma sempre più messo da parte in favore di materiali sintetici. “Un vero peccato”, dice Marco, che sta cercando in ogni modo di proseguire la difficile strada del “ritorno alla natura”, spronando l’agricoltura e la produzione di manufatti completamente biologici.

Al termine della nostra piacevole chiacchierata, il messaggio di questo eroe dei tempi moderni risulta chiaro: “Le soddisfazioni richiedono grandi sacrifici, ma tutto diventa più semplice quando vi è condivisione e collaborazione”. Marco si riferisce, ovviamente, al lavoro di squadra che gli allevatori delle zone terremotate continuano a praticare ogni giorno, nonostante i tempi di ricostruzione dilatati dai soliti ostacoli burocratici e dalle difficoltà legate a quel terreno duro, ostile, che loro sono soliti chiamare “casa”.

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