Lux in tenebris, ovvero le due facce del Natale. Intervista allo storico dell’arte Fulvio Ricci

Pietro Boschi

Lo storico dell’arte Fulvio Ricci indaga da anni, e promuove, il patrimonio artistico pressoché dislocato in tutta la provincia viterbese. Avendo l’occasione giusta, lo intervisto nel suo ufficio, all’ultimo piano del Museo Civico Rossi Danielli. Busso alla porta con sottobraccio il suo libro più recente, Lux in tenebris. Per una antropologia del Natale (ed. Archeoares, 2017). All’intervista non do subito il la; nessun fiato sul collo mi costringe a sbrigarmi. Scambio qualche battuta e poi si arriva il momento propizio per iniziare con le domande…

Partirei con uno spunto introduttivo offerto dal sottotitolo del tuo nuovo saggio. Si tratta di antropologia, ma anche della tua disciplina di iconografo e iconologo…

È proprio così. Gli storici dell’arte arrivano buon ultimi all’antropologia quale approccio metodologico alle loro ricerche. L’unione tra le due discipline nasce infatti, con la sua struttura e il suo statuto, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. È grazie al contributo della cosiddetta ‘Scuola viennese’ che l’antropologia ha potuto combinarsi con l’arte e la sua storia. In Italia, il consolidamento e l’affinamento di un simile nuovo metodo va ricondotto ad alcuni insigni storici dell’arte operanti nella prima metà del secolo scorso. Tra questi ho piacere di ricordare soprattutto Lionello Venturi, intellettuale illuminato e uomo d’impeccabile condotta etica.
Prima che l’antropologia giungesse ad  ampliarne il raggio d’azione, la ricerca storico-artistica risultava legata a quanto di più evidente e magnifico la Penisola offre allo sguardo: i grandi cicli, le grandi opere, i grandi nomi, il grande Medioevo, il grande Giotto, il grande Rinascimento, etc.
L’arte detta impropriamente “popolare” appariva invece costretta ad un ruolo più che marginale. All’interno delle singole comunità  quest’arte fatta di carri, fercoli, infiorate e altro ancora, è specchio di  comportamenti e strutture sociali con caratteri ben determinati. A tale riguardo, esempi calzanti riferibili al nostro territorio sono quelli rappresentati – cito i primi due che mi sovvengono – dai Pugnaloni ad Acquapendente e dai carri allegorici che sfilano a Marta durante la Barabbata. E poi…e poi c’è quel mondo immenso descritto dagli ex voto purtroppo andati in gran parte distrutti, spesso bruciati dagli stessi parroci perché considerati esempi di superstizione o di scarsa cultura. Solo in virtù dell’intreccio tra storia dell’arte e antropologia questi oggetti sono stati rivalutati come arte. Il primo che in Italia ha studiato gli ex voto in modo sistematico è stato l’antropologo Paolo Toschi, ed è innanzitutto merito suo se gli storici dell’arte hanno potuto vedere simili oggetti con altri occhi.

Tra i vari argomenti di cui hai trattato c’è Halloween. Di questa festa d’origine celtica scrivi di come essa si sia coesa con altri riti e miti, interessando perfino il folclore e le  tradizioni legate al mondo cristiano a sua volta connesso a quello latino. Sempre con riferimento ad Halloween, scrivi che oggi esso andrebbe interpretato come – e ti cito – «una restituzione dalle terre d’oltreoceano dell’antica tradizione europea, depotenziata e ristrutturata in spensierata e giocosa occasione di divertimento macabro».  Depotenziamento e rifunzionalizzazione, queste le parole chiave. E allora – provo ad azzardare – sarebbe lecito pensare perfino ad una deculturazione dell’antica tradizione nord europea?

Ti rispondo con una battuta. Mi ricordo che quando ero ragazzino poteva capitare, magari in momenti di mia eccessiva e scomposta vivacità, che il nonno tirasse al sottoscritto non uno schiaffo ma uno scappellotto, un semplice ed innocuo scappellotto. A quel gesto s’accompagnavano delle parole: «A regazzì, falla finita co’ tutte ‘ste americanate!». Dicendo «americanate» mio nonno intendeva riferirsi a quegli atteggiamenti, spavaldi e sfrontati, che s’immaginavano caratteristici dell’intero popolo statunitense…
Ma per rispondere in modo più diretto alla tua domanda ti dico che no, non parlerei di deculturazione. L’Halloween americano  è il risultato dell’unione sincretica e dinamica tra diverse tradizioni cultuali, unione che determina sempre lo sviluppo di nuovi sistemi ritualistici. Quest’ultimo concetto è alla base di tutti i fenomeni che analizzo nel libro. Va pur precisato che azioni quali il depotenziare, il destrutturare e il rifunzionalizzare non devono rimandare all’idea del deculturare, bensì a quella del traslare: l’americanizzazione di Halloween non ha comportato l’azzeramento, ma la traslazione di determinati significati dal piano dei culti propriamente detti a quello laico del commercio e dal consumo incessante di beni materiali.

Per i cattolici il 25 dicembre è la data che segna convenzionalmente la nascita di Gesù. La calendarizzazione del Natale, come tu spieghi, origina dall’interpolazione culturale che ha visto il sovrapporsi delle figure santorali a quelle della mitologia romana, quest’ultima già rimodellata con il contributo di credenze e religioni d’importazione. La Natività, festeggiata ufficialmente a Roma a partire dal  IV quarto secolo, è tema ben trattato nelle pagine di Lux in tenebris. Ora però vorrei limitarmi a chiederti di quel lato oscuro e inquietante che si palesa durante le cosiddette ‘Dodici notti’, le notti magiche comprese tra Natale ed Epifania…

Sì, quello delle ‘Dodici notti’ è un momento durante il quale tutto può succedere. Siamo infatti in una fase transitoria che vede il raccordo tra calendario solare e calendario lunare; ci troviamo in una porzione dell’anno liturgico entro cui, ancora una volta, i morti terrorizzano i vivi.
In molte aree d’Europa, per esempio, era diffusa la credenza che induceva le donne incinte alla paura di partorire nel giorno di Natale: un figlio o una figlia nati il 25 dicembre rischiavano di trasformarsi in esseri mostruosi e deformi. I timori e le inquietudini di fine anno innescano meccanismi di ritualizzazione che il cristianesimo accoglie, trasforma e fa propri. Prendiamo in momentanea considerazione il mito pagano, originariamente nordico, della ‘Caccia selvaggia’: un’orda terribile di cavalieri oscuri – demoni feroci – al galoppo su cavalli stregati; di caccia all’uomo si tratta, poiché chiunque s’imbatte nei demoni-cacciatori viene da loro rapito e condotto nel mondo infero. La ‘Caccia selvaggia’ dà un’idea di quelle molteplici commistioni culturali che nel mio libro ho voluto porre in risalto. Essa, non per nulla, viene rielaborata durante il cristianesimo allorquando i teologi, già nel XII secolo, iniziano a teorizzare il concetto di Purgatorio. L’orda è infatti tramutata in un esercito di anime penitenti lanciate, senza pace, in una sfrenata corsa.
Però, quello tra la notte di Natale e lEpifania, è anche il tempo di forme ritualistiche che sembrano contraddire quanto ho appena detto parlando della ‘Caccia selvaggia’. Ma contraddizione vera e propria non ce n’è, semmai si può parlare di complementarietà: alla paura fanno da contraltare delle esasperate forme di allegria e licenzioso vitalismo mirate al sovvertimento dell’ordine sociale della comunità, esattamente come avviene durante il Carnevale. Nel Medioevo queste manifestazioni andranno via via formalizzandosi in vere e proprie performance teatrali, non di rado sconce e organizzate addirittura nelle chiese. Tra il ‘mondo alla rovescia’ del tempo natalizio e quello del Carnevale non v’è, del resto, che una sostanziale continuità. Pensa che in entrambi di questi mondi affini e contigui la maschera gioca un ruolo ambiguo. Le maschere furono più volte messe a bando dalla Chiesa, eppure mai vennero meno. La maschera, specialmente quella nera, è da pensare appartenente tanto al teatro comico quanto ai rituali attraverso cui stabilire un contatto col mondo dell’oltretomba. Lo stesso Arlecchino (altrove chiamato Arlequin o Hellequin o Harlequin), ancor prima di essere personaggio della commedia dell’arte è creatura che coordina l’oscuro threnos dei morti…

Nel libro scopriamo come i santi che il calendario rievoca nell’ultimo bimestre dell’anno liturgico siano non soltanto i protettori degli uomini e delle loro attività produttive. Essi vanno messi in relazione anche con le forze infere! Uno tra questi santi ha attirato maggiormente la mia attenzione, non fosse altro che per una curiosità iconografica: Martino, il soldato della guardia imperiale poi diventato vescovo. Celebrato ogni 11 di novembre, egli ha la sua più classica rappresentazione quale cavaliere in groppa al suo destriero che dona un pezzo del suo mantello a un povero. Questo schema è stato modificato di rado, magari attraverso l’aggiunta di particolari iconografici ad alto contenuto semantico, come pure a Viterbo si può vedere…

Mi fa piacere che tu abbia tirato in ballo l’atipica iconografia di Martino che dona il mantello al povero, in questo modo la mia dimensione di storico dell’arte dovrebbe infatti apparire più chiara ai lettori. Dunque, vediamo un po’. L’affresco con la scena di cui s’è appena detto si trova nella ex chiesa della Confraternita di san Rocco e dell’Assunta, a Viterbo. La tipicità dell’opera è data dalla presenza delle corna in capo al mendicante, che così presentato appare piuttosto come un diavolo. Non solo. Oltre alle corna c’è un altro dato iconografico su cui riflettere: il personaggio, mancando del piede sinistro, è dipinto con tanto di stampella. Parimenti deambulano  con difficoltà non pochi eroi culturali, positivi o negativi che essi siano, presenti nella letteratura mitica e in quella religiosa quanto nelle fiabe e nelle leggende. E appunto leggendari sono diversi personaggi, mostruosi e grotteschi, che agitano narrazioni inquadrate nell’arco temporale delle già citate ‘Dodici notti’. I loro poteri, benefici e punitivi a seconda dei casi, risultano quanto mai ambigui. Molte di essi affollano la notte dell’Epifania; non fa eccezione la Befana che come recita una nota filastrocca, e non a caso, «vien di notte, con le scarpe tutte rotte». Le scarpe «tutte rotte» della Befana suggerirebbero, appunto, un problema di deambulazione…
Ora, tornando al nostro mendicante posto al cospetto di Martino, sarà interessante notare che l’intera scena fa parte di un più vasto ciclo decorativo in cui, guarda caso, vediamo anche la Natività di Cristo e l’Adorazione dei Magi. Ma il nodo cruciale della questione, da me per primo indagato, non è la decrittazione della scena; più importante è l’individuazione di colui che verosimilmente suggerisce al frescante l’aggiunta delle corna sul capo di un povero per di più mutilo. La licenza iconografica  non può essere stata concepita da un pittore, quale fu forse il modesto viterbese Tommaso Fabrizi, culturalmente poco attrezzato. Più ragionevole è pensare alla figura di un suggeritore colto, probabilmente un prelato. Come mai, nella Viterbo di fine Cinquecento primi Seicento, qualcuno pensa di suggerire una simile “variazione sul tema”? Chi fu quell’erudito? Al momento i documenti tacciono…

Mi avvio alla conclusione prendendo di mira due sole delle questioni esposte nella breve ma densa storia del presepe con cui si chiude Lux in tenebris. Punto uno: perché nelle più antiche rappresentazioni della Natività – preambolo di ciò che molto tempo dopo sarà il presepe propriamente detto –  manca san Giuseppe; punto due: a quali istanze – politiche, teologiche o cos’altro – va ricondotta l’evoluzione del presepe nel corso dei secoli. 

La mancanza di Giuseppe è un fatto che, in materia di iconologia e iconografia, continua ad essere viva materia di studio. Ciò premesso, direi che la sua assenza può spiegarsi così: san Giuseppe non c’è perché non serve, non serve perché è uomo umile in quanto artigiano. Egli è un operaio tra i tanti, un lavoratore che non fa presa sulla cultura, non ancora popolare, del primo cristianesimo. Tanto è vero che Giuseppe sarà canonizzato a distanza di molto tempo rispetto agli albori della nuova religione. C’è poi da aggiungere che nelle prime raffigurazioni della Natività, realizzate tra il II e IV secolo in contesti alti e sacrali quali erano per esempio le catacombe, quel che serviva era trasmettere il concetto della potenza divina attraverso due modalità: quella della previsionee ciò spiega perché Maria, quando non sola col suo Bambino, sia affiancata da un profeta – e quella del “tocco divino”, rappresentato dalla cometa che motiva e legittima la parola del profeta medesimo. Alla Natività non possono certo mancare i suoi due elementi canonici, i quali connotano la rappresentazione nei termini d’una vera e propria epifania del divino: il Bambino-Dio e la “divinità madre” appartenente al mondo narrativo della storia della civiltà umana.
Quanto all’evoluzione del presepe, direi che essa sia da intendere in chiave politica e culturale. Coloro che scolpiscono presepi devono rispondere ad una determinata struttura committenziale, espressione diretta dei grandi poteri politici e della cultura ad essi riferibile. Si pensi al presepio che Arnolfo di Cambio scolpisce in Santa Maria Maggiore con una sensibilità che si concilia bene con le prerogative della cultura gotica, austera e monumentale, tipica dell’ambiente papale di fine XIII secolo.  
Un caso del tutto singolare è poi quello rappresentato dal presepe che san Francesco rende animato a Greccio. Francesco non è certo l’inventore del presepe, ma – questo sì – d’una sua speciale modalità rappresentativa che pone al centro della scena veri esseri in carne e ossa. L’aspetto interessante legato all’invenzione francescana del presepe vivente consiste però nei suoi presupposti “strategici”. Mi spiego meglio. Secondo la tradizione agiografica ufficiale,  Francesco motiverà la sua iniziativa a Giovanni Velita, signore di Greccio, dicendogli che il fine del suo presepe dovrà essere quello di aiutare il popolo a capire ciò che avvenne nella santa notte di Betlemme. In altri termini quella del santo assisiate è propaganda, cioè una fondamentale modalità comunicativa attraverso la quale la sua predicazione si rafforza e s’afferma.
Il potenziale propagandistico sarà, inoltre, la molla che catapulterà oltralpe un’altra grande tradizione presepiale, quella napoletana.  A partire dal Cinquecento saranno i gesuiti a portare il presepe napoletano nelle terre degli Asburgo d’Austria, oltre che in altre aree continentali e extra continentali. Proprio grazie all’esempio napoletano gli austriaci diverranno grandi realizzatori di presepi fino a distinguersi per l’originalità e la qualità dei pezzi realizzati.
Ed eccoci tornati laddove eravamo partiti, in quella terra d’Austria inizialmente evocata dalla ‘Scuola di Vienna’…

Intervista conclusa. Saluto Fulvio Ricci e mi lascio il Rossi Danielli alle spalle.  

Per tutti coloro che desidereranno approfondire, resta sempre il godibile Lux in tenebris. Per una antropologia del Natale, ed. Archeoares, Viterbo, 2017, pp. 89. Lo stesso autore presenterà il volume nel giorno di venerdì 29 dicembre all’interno del Museo dell’architettura di Antonio da Sangallo Il giovane, a Montefiascone.

 

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