Luigi Quattranni: passione equitazione. E alla Fiera di Verona ci arrivò a cavallo

di Chiara Mezzetti

I sentieri marroni, le foglie gialle, l’asinella grigia. Tutto al maneggio La Valle di Montefiascone sembra acquerellato, dipinto da un autunno romantico e generoso. Spiccano i grandi occhi azzurri di Luigi Quattranni, direttore e creatore del maneggio, che ha una storia particolare da raccontare, una vita fatta di lunghe cavalcate e amore folle.

Luigi, quando nasce la tua passione per i cavalli, e quando hai deciso di trasformarla in un lavoro?
A sette anni ho iniziato a cavalcare. E dalla prima volta non ho più smesso. Facevo il camerieretto al ristorante di famiglia, e sognavo un giorno di riuscire ad aprire un maneggio tutto mio. Il cavallo era per me un animale mitologico, affascinante. Così, nell’80 ho abbandonato la trattoria di famiglia e ho messo su le prime fondamenta del maneggio grazie a un fazzoletto di terra che possedevo. Fu una bella scommessa, perché era il primo ad aprire nella zona. Sono partito con un cavallo solo, e oggi ne ospitiamo circa trentadue.

La Fiera di Verona è la manifestazione più importante in Italia per quanto riguarda il mondo dell’equitazione. Ed è anche l’evento che ti ha reso famoso nella nostra zona. Vuoi spiegare perché?
Ero stato alla Fiera con un mio amico. E per gioco dissi: «il prossimo anno ci veniamo a cavallo». Lui invece mi prese sul serio, e l’anno successivo mi chiamò per avvertirmi che era tutto pronto per la partenza. Turismo Verde ci avrebbe sponsorizzato. Il Messaggero avrebbe seguito tappa per tappa tutta l’operazione. Uno scherzo si era trasformato in un evento senza precedenti: saremmo stati i primi in Italia e nel mondo a percorrere la tratta Roma-Verona a cavallo.

È vero che anche il Papa si interessò a questa vostra avventura?
Ci mandò una pergamena molto preziosa che avremmo dovuto portare con noi durante il viaggio per consegnarla all’arrivo a Verona. Fu una grande responsabilità.

Immagino che le disavventure siano state diverse…
Siamo partiti in cinque…Non avendo il gps, abbiamo deciso di seguire il corso dei fiumi. Dal Tevere all’Adige. Gestire i cavalli e i loro umori, la stanchezza e le difficoltà nell’orientarsi in ambienti del tutto sconosciuti non è stato facile. Mi è rimasto impresso quel giorno in cui, mentre cercavamo un agriturismo, ci consigliarono di passare per una ferrovia in disuso. Mentre la stavamo attraversando, un casellante iniziò a urlarci che dovevamo scappare, perché il treno sarebbe arrivato a minuti. La ferrovia in realtà non era totalmente in disuso, ma passava un solo treno al giorno, e noi ci trovavamo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Partimmo a un galoppo sfrenato, e passammo per un buco nella rete. Riuscimmo a salvarci, ma fu una questione di secondi.

Qual è stata la cosa più bella di questa esperienza?
Perdere il conto dei giorni. Eravamo solo noi, i cavalli e la bellezza del paesaggio. È una sensazione difficile da spiegare.

Un’altra esperienza importante che hai fatto è quella dell’ippoterapia…
Io personalmente l’ho praticata per una quindicina d’anni. Poi ho passato il testimone ad altri miei colleghi del maneggio. È stata un’esperienza bellissima, che però mi ha distrutto a livello emotivo. Mi facevo troppo coinvolgere dalla situazione. Nonostante questo ho deciso di continuare a tenerla come attività nel maneggio perché è una terapia efficace sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Cosa consiglieresti a chi volesse aprire un maneggio?
Con il maneggio non si diventa ricchi, almeno dal punto di vista economico. È qualcosa che fai per passione, un lavoro a tempo pieno che coinvolge ogni aspetto della tua vita, ma, per quanto mi riguarda, l’unica cosa che avrei potuto fare nella vita. Quindi, chi apre un maneggio deve essere consapevole che sta facendo una scelta di passione, la scelta di uno stile di vita, più che di un lavoro.

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