Lorenzo Caponetti: a Tuscania tra necropoli e idee per il futuro

Altro che perduta, questa generazione non si è mai data così tanto da fare, unendo tradizione e innovazione, rimarca storie con un’impronta giovane che rivelano impegno e passione.
Il racconto scorre attraverso la voce di Lorenzo Caponetti, quarantaduenne piemontese, il luogo è Tuscania, la magnifica cittadina etrusca scoperta nel 1993 dai sui genitori Giorgio e Laura che allungandosi dalla Maremma Toscana in Alto Lazio cercavano una tenuta e invece hanno trovato un paradiso di 50 ettari dove la natura non si è risparmiata e gli etruschi vi hanno lasciato le loro tracce.

Due anni fa anni la totale presa in carico dell’azienda da parte di Lorenzo con a fianco Guidetta e Federico. Con le rispettive esperienze cercano di innovare l’azienda senza intaccarne l’identità.
E’ la storia di Casa Caponetti a Tuscania.

Lorenzo, Guidetta e Federico sono l’oggi di Casa Caponetti. Ci descriva personaggi e compiti.
Guidetta è mia moglie all’interno della azienda, è l’allevatrice che si occupa in particolare dei cavalli, Federico romano di origine è uscito dalla città ed è il manager, pianifica sviluppa, organizza l’attività di ristorazione e di accoglienza ospiti, personalmente sono il coordinatore, colui che raccorda l’insieme. Casa Caponetti sono 10 ettari di necropoli etrusca e 50 di idee per il futuro. E’ un’azienda agricola, un agriturismo, ma anche e soprattutto un luogo in cui si cerca di fare del nostro meglio perché dalle esperienze del passato nasca un futuro migliore. Quel che ci interessa di più è promuovere il patrimonio straordinario del nostro territorio e divulgare idee su come utilizzarlo in maniera sostenibile.

Un luogo dove la natura è stata generosa, la necropoli, con le sue tombe, San Potente, la Clodia, gli olivi, ovvero il paradiso.
La natura, ma anche l’azione dell’uomo: la Clodia è stata una delle prime vie di percorrenza del centro Italia e su di essa hanno camminato Dante, Federico II, il Barbarossa…. ma anche gli olivi, volendo, possono essere visti come elemento culturale e parlandone non si può non menzionare chi per primo ne ha piantata una fila, sedentarizzandosi ed introducendo concetti come la proprietà privata dei terreni e via dicendo. Anche le orchidee selvatiche, d’altra parte, nei nostri oliveti ci sono tornate grazie al fatto che da anni non vi lavoriamo più i terreni.

La Riserva Naturale di Tuscania, un’area protetta che mostra l’evoluzione naturale e umana di un territorio che è stato coltivato fin dall’epoca etrusca. Come continuano le vostre coltivazioni ?
Quel che vogliamo proseguire è la tradizione di un’azione umana attenta e benefica, di un’agricoltura che comprende e riproduce le dinamiche naturali, e che riesce a modificare l’ecosistema rendendolo più efficiente e più salubre di quanto non fosse all’inizio. Oggi la nostra azienda unisce popolazioni autoctone ad altre coltivate, in un mosaico che ogni anno si arricchisce di una tessera nuova… Di più, da quando abbiamo cominciato a raccoglier i semi nell’orto, per esempio, stiamo di fatto lavorando per una selezione di varietà che prima non c’era. Un conto è salvare dall’estinzione varietà antiche, ma col clima che cambia c’è anche la necessità di produrne di nuove.

Siete i guardiani di una necropoli etrusca, uno dei più grandi siti di rovine su terreno privato in Italia. E’ aperto al pubblico.. come sono organizzate le visite alla riserva?
I terreni sono i nostri, ma la necropoli appartiene a tutti: chiunque deve poter avere il diritto di visitarla, e tutti si vorrebbe partecipassero nel mantenerla, studiarla e promuoverla. Al momento, esiste un sentiero natura realizzato grazie alla Riserva Naturale di Tuscania con la quale abbiamo sviluppato una convenzione che rendesse possibile la messa in sicurezza ed una copertura assicurativa in più. L’accesso al sentiero è libero dal mercoledì alla domenica dalle 10 del mattino ad un’ora prima del tramonto in qualsiasi periodo dell’anno. La realizzazione del sentiero in realtà è stata poi strumentale alla nascita del progetto ‘A riveder le stelle – progetto di rinascita di una necropoli’ nel corso del quale grazie alla collaborazione col danzatore Alessandro Pintus, con la Soprintendenza ed un mucchio di altre persone abbiamo già ripulito alcune tombe ed organizzato diverse attività artistiche e culturali all’interno della necropoli.

Accogliete anche volontari di ogni età e provenienza nella fattoria per vivere un’esperienza che avvicina al mondo agricolo.. da dove vengono, quali legami stringono con l’Azienda?
Abbiamo delle stanze in cui si sta in cambio di lavoro e a seconda dei periodi le richieste sono molte. In massima parte si tratta di giovani che arrivano dalle scuole e istituzioni del nord America dove mi capita di insegnare, ma c’è in realtà un po’ di tutto. Con molti -non con tutti- i rapporti vanno al di là del semplice scambio lavoro-ospitalità, con alcuni nascono delle amicizie che durano una vita. Grazie alle loro presenza anche i nostri collaboratori locali stanno imparando l’inglese.

Com’è organizzata la vostra azienda? Quali sono le produzioni e le peculiarità?
L’azienda ha una fortissima caratterizzazione di tipo ecologico: si compone di elementi diversi, ognuno potenzialmente indipendente ma correlati tra loro. L’orto, gli olivi, le produzioni animali, il ristorante e le camere hanno ognuno una gestione separata, ma beneficiano ognuno della presenza degli altri perché si integrano a vicenda. Al momento produciamo cavalli sportivi, olio, ortaggi e carne sia di vitello che di maiale. Per l’anno prossimo vorremmo aggiungere anche il miele e il pollame.

L’agricoltura biologica attraverso il fare, siete partner della Cornell University e il suo programma Farm Intern, spiegateci filosofia e obiettivi
Ci sono cose che si imparano sui libri, altre che si imparano facendole con le mani, e nella vita c’è bisogno di tutte e due. Innovare non significa necessariamente aggiungere nuovi elementi, ma a volte anche ricombinare quelli esistenti e nell’avere un bagaglio di elementi l’Italia è insuperabile. Alla conferenza dei giovani agricoltori a Stone Barns in New York a cui parteciperemo tra due settimane (unica presenza non americana e uno dei due suoi interventi inplenaria)https://www.stonebarnscenter.org/articles/young-farmers-conference.html porteremo la Fuga in Egitto di Gentile da Fabriano: un quadro del 1410 in cui si mostra il paesaggio a chiusure vive con siepi ed alberate piantate per l’alimentazione animale, un sistema ecologicamente molto più efficiente che coltivare cereali, raccoglierli, essiccarli, stoccarli per poi ritrasportarli sul campo per darli da mangiare agli animali.

Svolgete anche conferenze accademiche e incontri universitari, in particolare per coloro che sono interessati dall’archeologia o all’evoluzione agricola della terra?
Sì, sia qui in azienda che fuori. In azienda svolgiamo sia attività divulgativa con visite guidate agli oliveti, all’orto o alla necropoli, sia seminari e conferenze come la giornata di studi La Nuova Potenza organizzata lo scorso luglio in collaborazione con la Soprintendenza e la Riserva Naturale di Tuscania. Oltre a questo c’è l’attività di insegnamento svolta in varie università e istituzioni in giro per il Nordamerica (Cornell, University of Washington, University of Tennessee, University of the United Nations, Culinary Institute of America per citare le maggiori), più quel po’ di pubblicazioni che via via sono uscite sul tema dell’acqua e dei cunicoli (ultimo in corso di stampa quello per Oxford University Press).

Una passeggiata qui è una finestra su 27 secoli di innovazione e sviluppo umano. Lo avvertite più come una grande responsabilità o come una risorsa incredibile?
Ambedue: da tale eredità nasce la volontà di lasciare a nostra volta un’impronta positiva, il che è un po’ la base di tutta la nostra filosofia. Allo stesso tempo, non sono molti i posti nel mondo in cui si possa avere l’emozione di essere immersi in qualcosa di così ricco… Di tutta la necropoli la parte più emozionante per noi è il cunicolo, che non solo è vecchio di 27 secoli, ma ancora funziona e ci fornisce di acqua anche al giorno d’oggi. Da qui abbiamo tratto la conoscenza necessaria per ridisegnare i nostri sistemi di irrigazione, che oggi vanno solo con il sole e la gravità.

Cosa vi unisce a questo lembo di meravigliosa Tuscia in cui arrivano sempre più illustri personaggi in riservatezza?
Il fascino di una terra che troppo spesso nasconde un po’ alla vista i propri gioielli. Ma è anche una terra che si è in un certo senso salvata da uno sviluppo urbanistico che ha massacrato i fondovalle di altre regioni in nome di un progresso da incremento di PIL. Qui c’è allo stesso tempo una regione ricchissima di storia e di identità, in cui a un’ora di macchina da Fiumicino si può andare da un paese all’altro, di notte, senza vedere una luce.

I vostri ospiti da dove provengono? Cosa manca ancora nel vostro progetto imprenditoriale?
Gli ospiti del ristorante vengono sia da un mercato locale che romano, quelli dei soggiorni si dividono tra gente a sosta breve di provenienza nazionale e Americani e Canadesi che invece vengono per periodi generalmente un po’ più lunghi. Cosa ci manca, a parte giornate di 72 ore, o l’avere sei braccia per uno? Il nostro bicchiere è sempre mezzo vuoto: ci mancano la capannine mobili per i polli, un frantoio aziendale, un macello, un mulino per far la farina, una stagione concertistica in grotta, ci mancano un po’ di mani ogni anno per ripulir tombe nella necropoli e i soldi per far le chiusure stagionali per quelle già pulite… e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la cosa che ci manca davvero, e su cui abbiamo già iniziato a lavorare, sono 20.000 alberi, così da fare dell’azienda un posto dove non si lavora più, ma si raccoglie e basta. A quel punto, ci riposeremo.

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