L’incredibile vita da studente fuorisede nella Viterbo degli anni ’90

Paola Maruzzi

Piazza San Lorenzo gremita di ragazzi, sulle scalinate si fa fatica a trovare posto. Si canta Vecchioni, De Andrè, Bob Dylan. Chitarre e tamburelli. Qualcuna balla a piedi scalzi. Più il là del Duomo un gruppetto fa cerchio attorno a qualche stornello popolare. C’è chi invita a moderare i decibel perché altrimenti dall’ospedale di fronte chiamano la polizia e addio alla festa.

No, non è una fiction ma sono scene di ordinaria follia nella Viterbo dei primi anni Novanta, quando la città dei Papi era un groviglio interregionale di studenti fuorisede, forse molto più che adesso; quando l’Unitus vantava la prima Facoltà di Beni Culturali, quando Agraria richiamava piemontesi e siciliani; quando la meta dei giovani non era il locale del momento ma fare di testa propria.

“Eventi mondani, aperitivi, serate a tema? Neanche a pensarci! L’unico pub del centro storico era Mafalda, in prossimità di via Cardinal La Fontaine. C’era pure una discoteca in via Carlo Cattaneo, non ricordo il nome. Praticamente la movida offriva poco e niente. Ma quanta magia c’era nell’aria! Noi universitari ci riversavamo per le strade. Vivevamo, socializzavamo e, soprattutto, ci auto gestivamo il tempo libero. Potevi passare settimane intere rimbalzando di casa in casa, tra una cena con gli amici e una festa di qualche conoscente. Viterbo, con le sue strade strade deserte e silenziose in cui di sera l’unica fila era quella davanti alle cabine telefoniche che si contendevano gli studenti e i militari, per noi pullulava di vita”. A parlare è Piero, calabrese trapiantato a Vitorchiano, ex studente di Agraria e oggi collaboratore de l Crea di Roma. “La maggior parte dei miei compagni dopo la laurea è andata via. Faccio quasi fatica a riconoscere una città che ho visto cambiare sotto i miei gli occhi, una città piena di locali e cose da fare ma che forse ha perso un po’ la spirito avventuriero della socialità”.

“Il nostro whatsapp – continua – erano le mense, o meglio le trattorie convenzionate con l’università. Con 2000 mila lire ci facevi pranzo e cena, ecco perché nelle cucine degli studenti trovavi giusto il necessario per la colazione. Le mense erano luoghi topici, da qui partivano idee e proposte per la nottata. A mensa poteva succedere di tutto, anche di prenderti un gavettone in faccia. Non ti limitavi a mangiare ma potevi passare la serata giocando a Risiko o Monopoli oppure a suonare. Tra i posti più in voga c’erano la Trattoria delle Poste (di fronte alle attuali Poste Centrali, ndr), l’Aramara, sopra il Sacrario, il mitico Pinguino, in zona San Faustino, l’unico in cui potevi mangiare la pizza e l’immancabile Zi’ Giulia, sulla Tuscanese, con le sue amatriciane apprezzattissime. Solo dopo è nata a San Sisto la mensa ad uso esclusivo degli univeristari”.

Round midtnight era, invece, il nome di un bar/circolo gestito interamente da studenti universitari. “Era un interrato in via Santissima Maria Liberatrice. Dentro c’erano diversi strumenti sempre pronti per le jam session degli avventori. Un altro momento di grande socializzazione era la festa, una volta l’anno, delle associazioni dell’università. I gruppi si alternavano sul palco ininterrottamente. E poi c’era il Centro Sociale di Valle Faul, un altro ritrovo importante, un punto nevralgico per la musica dal vivo. In fatto di divertimento in quegli anni non ricordo ci fosse un particolare divario tra studenti ‘fighetti’ e quelli con meno possibilità. Si stava più o meno tutti sulla stessa barca. E si andava a piedi, quasi tutti. Di macchine tra noi universitari fuorisede se ne vedevano poche, camminare a notte fonda dal Poggino fino ai Cappucini era normalissimo”.

A piedi e zaino in spalla sono partiti in massa una tiepida sera di primavera dei primi anni Novanta per raggiungere un casale sulla Cassia per il “Raduno della luna crescente”, un rave durato più giorni e organizzato da un gruppo di studenti. “Quell’evento è stato l’emblema di un’epoca rocambolesca in cui per centinaia di ragazzi bastava alzare gli occhi e riconoscere un volto amico e in cui gli appartamenti dei fuorisede sembrano legati da un invisibile filo conduttore. Mi chiedo: è ancora così?”.

 

(Foto @Matteo Proietti)

COMMENTA SU FACEBOOK
CONDIVIDI