Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo era nata a Viterbo

Donatella Agostini

Quella sera di dicembre del 1906, il Metropolitan Opera House di New York era strapieno in ogni ordine di palchi. Stava per andare in scena la “Fedora” di Umberto Giordano, e tutto il bel mondo newyorkese affollava impaziente lo sfavillante teatro. Natalina si preparava, gli occhi neri fissi allo specchio del suo camerino, spazzolandosi i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle tanto candide da sembrare trasparenti. Abbandonata sul sofà, la copia aperta de “Il piacere”, il romanzo che Gabriele D’Annunzio le aveva fatto recapitare in dono, dedicandolo alla “massima testimonianza di Venere in Terra”. Ma quella sera lei si sentiva soprattutto Natalina. Una ragazza che era nata povera, che era cresciuta nel popolare quartiere romano di Trastevere, e che per vivere e aiutare la famiglia aveva fatto tanti dignitosi mestieri: la sartina, la fioraia, l’impiegata in tipografia. Rivide se stessa da ragazzina, mentre vendeva umili mazzolini di violette per le viuzze trasteverine, cantando le arie che le aveva insegnato la mamma Teonilla. Mentre la sua voce pura e cristallina, la sua unica grande ricchezza, si spandeva soave nei vicoli e nelle piazzette. E quanto le mancavano ora quei fiori semplici di campo, ora che il suo camerino era stracolmo di centinaia di rose ed orchidee, omaggio di innumerevoli ammiratori e spasimanti. Riandò con il pensiero alle volte in cui si intrufolava nei teatri di quartiere, a respirare l’aria del palcoscenico e a sognare nel buio. Da quando aveva cominciato a prendere lezioni di canto, aveva capito che era quello il suo destino. E stasera lei sarebbe stata la principessa Fedora, e avrebbe cantato accanto al tenore più famoso del mondo, Enrico Caruso: quanto veloce era stata la sua ascesa, e quanta strada aveva fatto Natalina per diventare la divina Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo”, come la definivano i giornali. Eppure, non riusciva a riconoscersi nell’immagine sensuale e fatalissima che le avevano cucito addosso: per lei contava soprattutto il canto, e la musica. Nel suo cuore restava poco spazio per il resto. Uomini, tanti, e forse nessun amore vero. Natalina indossò il sontuoso e principesco abito di scena, che metteva in risalto l’incanto della sua pelle e il decolleté prorompente. Un abito fiabesco, come quelli che aveva indossato alle Folies Bergères di Parigi, all’Empire di Londra, all’English Garden di Vienna. Ovunque cantasse, il suo fascino mediterraneo riempiva i teatri e incantava gli spettatori: il suo nome e la sua fama rimbalzavano in tutta Europa arrivando anche in America. Tutti volevano vedere e sentir cantare la donna più bella del mondo. Natalina indossò per ultima la lunghissima collana di smeraldi regalatale da un trascorso marito: tre giri intorno al collo, ed era pronta. Uscì alla ribalta, nella luce dei riflettori. Caruso intonò “Fedora, io t’amo”, guardandola negli occhi. Tutta la sua esistenza, tutta la sua gratitudine per quello che la vita le aveva dato, le inondarono trionfanti il cuore e gli occhi con una calda marea. Seducente, scabrosa, sensualissima, accostò all’improvviso le labbra a quelle di uno stupefatto Enrico Caruso, e lo baciò appassionatamente, tra gli applausi degli spettatori entusiasti.
Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo”, “the kissing primadonna”, incantevole e sensuale simbolo di un’epoca, era nata a Viterbo nella notte di Natale del 1874. Ci è piaciuto ricordare, con affetto e ammirazione, questa straordinaria figlia della Tuscia. a cui magari la prossima amministrazione comunale potrà dedicare il tributo per i 150 anni dalla nascita che ricorreranno esattamente tra sette anni.

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