Lettera a Babbo Natale: Ceci n’est pas une pipe

Chiara Mezzetti

Dove ci porta il racconto di Chiara Mezzetti questo giovedì? Al solito, la penna mette a fuoco i colori, lasciando emergere a poco a poco i toni cupi che affiorano dal dolore dei soprusi. E Natale offre una buona occasione per provare a tornare a credere, come quando si è bambini, che tutto sia possibile.

Ho scritto una lettera a Babbo Natale. A mano, come si faceva una volta.
Nella mia lista c’è un articolo. Una pipa, solo questo. Grigio cenere, cannello intagliato. Qualche granello di Kentucky ancora incastrato nella testa, il profumo di legna e fermentazione che ti sale su per le narici appena ci appoggi le labbra. Rivoglio la mia pipa, Babbo…Non chiedo altro.

Ho trentadue anni, un foglio di carta appeso in camera e tre rughe di espressione sulla fronte.
Ci ho pensato a scrivere un’altra lettera. E chiedere un lavoro in giacca e cravatta, con la pausa caffè, i post-it e quell’affare con le palline che si vede sulle scrivanie dei film. E magari una ragazza con il master in latino, il culo ancora sodo e la mania per gli orecchini in fimo. Un appartamentino zero pretese, zona residenziale, posto macchina riservato e supermarket a pochi passi. Un marmocchio da infilare nel carrello, un’utilitaria con i cerchi in lega e l’arbre magique che non sa più di niente. Ci ho pensato, ma non l’ho scritta.
Da venticinque anni chiedo sempre lo stesso regalo. Ci spero, ma non rimango deluso quando non arriva. Dentro di me lo so, non mi illudo, me la gioco. Perdere, in fondo, quasi mi consola. Posso provarci un’altra volta ancora.
Claudio e Sergio non hanno mai saputo niente. Era una cosa tra di noi, una cosa da indice sulle labbra.
La prima volta che ho preso coraggio non me la ricordo bene. Ma suppongo che devo essermi alzato dal letto, e devo essermi incamminato scalzo fino al garage. Ancora tutto stropicciato dalle lenzuola. Devo aver aperto la portiera senza pensarci troppo ed essere salito. Ecco, devo aver fatto una cosa del genere. Perché poi ricordo lunghe nottate passate lì, nella macchina del babbo. E tante e con climi vari e stropicciamenti diversi. Mi tuffavo e imboccavo la sua pipa. Aveva un odore strano, e un sapore amaro. Mi sistemavo sul sedile, e fingevo di guidare mentre la stringevo forte tra le labbra. Come il babbo! Bruuum, bruuum. Sfrecciavo più veloce della luce, dovevo andare al lavoro.
La sera che il babbo è sceso invece ce l’ho incollata al cervello, scavata, come se non fosse nemmeno un ricordo, ma una dimensione.
Non ero stropicciato, ero teso, stirato a vapore sotto i suoi passi pesanti. Nudo. Paralizzato. Mi toccavano le botte. Dovevo essere a letto e stavo usando le sue cose senza permesso. Mi vergognavo.
Non ero nemmeno capace di staccare le mani dal volante, di togliere la pipa dalle labbra. Lui era immenso e io stavo appeso ai suoi occhi severi.
“Piè, che ci fai qui?”
“Io…babbo scusa, io…”
“Ti piace?” indicando la pipa.
Io ho annuito.
“È tua, -mi ha appoggiato l’indice sulle labbra- questo è il nostro segreto. Non dirlo a nessuno. Buonanotte”
Ci ho messo qualche minuto a riprendermi. Mi capitava spesso di confondere sogni e realtà, così mi sono morso il polso e ho chiuso gli occhi. Ho contato fino a dieci e il segno era ancora lì. Mi passavo quell’oggetto straordinario tra le mani, ne assaporavo la consistenza, le curvature ruvide.
Il babbo ha fatto un regalo a me, solo a me. Non era una cosa anche di Claudio e Sergio. Era mia. E sua. E basta. Ho fatto le scale di corsa, e ho nascosto la pipa sotto il cuscino. Non ho dormito.
Un mese e il babbo se n’era andato. Sistemava le legna, ma aveva lasciato il lavoro a metà. S’era spento così, senza motivo, senza senso. Con un ciocco in mano e un mondo misterioso dentro la testa. Non l’avevo mai capito fino in fondo. E non avrei potuto mai più.
La mamma c’aveva mandati dritti a scuola due giorni dopo. “Dovete fare una vita normale il più possibile. È tutto normale. Tutto”
Io a scuola ci andavo senza fare storie. Avevo sei anni, e la mia lettura si inceppava ancora sulle doppie, ma capivo. Non riuscivo a spiegarlo a parole, ma una lente in fondo all’anima, una membrana permeabile al centro del cuore, mi assicurava che stavo capendo. Fingevo che non fosse così perché tutti simulassero serenità nel vedermi. Il babbo aveva lasciato a me la sua pipa, e io dovevo portarla con onore, tenere unita la famiglia. Io ero un supereroe, io dovevo andare al lavoro.
Una mattina ho tirato fuori la pipa da sotto il cuscino e me la sono portata a scuola. E da lì tutte le mattine a seguire.
Le maestre tolleravano questa nuova abitudine bizzarra, così come mia madre e i miei fratelli. Erano convinti che l’avessi rubata al babbo, che “mai a nessuno lui avrebbe lasciato la sua pipa, figuriamoci a un soldo di cacio che non sa nemmeno fumarsela”
Mi chiamavano scemo e mongoloide. Me ne fregavo. Loro, gli altri, non conoscevano i poteri magici della pipa. Non sapevano che io ero un uomo d’affari, il capofamiglia, che avevo un segreto prezioso stretto tra le labbra.
Questa storia aveva fatto il giro della scuola e del paese. “Il bambino strano che va in giro con la pipa in bocca”. “E la madre…eh la madre poveretta che gli può dire, quella famiglia disgraziata. Ha altri due figli a cui badare e lui sfoga così. Certo è che non sta bene…questo no…”
Tre di quinta mi avevano preso sott’occhio. Mi osservavano quando mi avviavo verso casa. Ogni tanto mi tiravano sassi o mi spruzzavano con la pistola ad acqua.
Un venerdì pomeriggio m’ero preso la sfacciataggine di canticchiare per strada.
“Cuore cosa fai che tutto solo te ne stai il sole alto splende gia’ sulla città…”
“Mongoloide, sei pure frocio adesso?”
Mi sono girato di scatto. L’espressione di quello stronzo ce l’ho ancora stampata in testa. Ho abbassato la voce e continuato per la mia strada.
“Frocio mongoloide parlo con te. Mica sarai pure sordo?!”
Ridevano alle mie spalle. Lui e gli altri due che gli stavano appresso. Non cedevo. Non mi importava. Perché io avevo la mia pipa.
Mi è arrivato un pugno dritto al centro della schiena. D’istinto, ho sporto il petto in avanti e la pipa è caduta, rotolando qualche metro più in là. Ho provato a raccoglierla, ma due di loro mi stavano già bloccando per le braccia, mentre lo stronzo mi prendeva a pugni nello stomaco. Dovevo recuperarla in qualche modo. Provavo a liberarmi con tutte le forze, ma non ci riuscivo. Tenevo d’occhio la pipa. E stringevo i denti, ché presto si sarebbero stancati e mi avrebbero lasciato in pace. Io l’avrei raccolta e spolverata con la mano. “Come nuova” avrei detto, e me ne sarei tornato a casa continuando il ritornello della canzone nella testa.
Il bastardo però si era accorto del mio sguardo sempre fisso lì. Così ha raccolto la pipa. Ho gridato. Se la passavano come un pallone. Non ero mai stato arrabbiato come quella volta, e forse poche cose, non dico niente perché mi fa paura, ma, poche cose mi faranno arrabbiare ancora così.
Tiravo calci all’aria, sudavo, ma non piangevo. Non potevo. Le risate si accalcavano, ma le recepivo ovattate. I colpi invece, quelli li sentivo uno per uno. Il più basso dei tre mi faceva il verso, stringendo la pipa tra le labbra e parlando in falsetto. “Sono Piero Martini e mi faccio le seghe con la pipa.” Gli ho sputato in faccia. Mi è costato due pugni dritti negli occhi. “Ne è valsa la pena” ho pensato. Ma non l’ho detto.
Il capetto mi ha stretto le dita intorno al mento: “Mongoloide, non piangere, adesso la tua pipa è nostra”. Non capivo perché lo stessero facendo, e forse nemmeno me lo domandavo. Volevo indietro il mio segreto. Soltanto questo.
Ci vedevo poco e niente, perché le mie palpebre si stavano già gonfiando. Con un calcio nel sedere mi avevano buttato a terra. Io, con la faccia appoggiata su una cartaccia, li spiavo andarsene.
Arrivato a casa ho scritto una lettera a Babbo Natale. Rivoglio la mia pipa, Babbo…Non chiedo altro.

Gli scrivo ogni anno.

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