Come Leopardi mi ha insegnato la gioia di vivere

Alessandro D’Avenia ha deciso di portare gratuitamente in giro per l’Italia la bellissima storia di Leopardi e delle età della vita, che Leopardi seppe definire meglio di chiunque altro perché fu costretto a viverle più in fretta, più in profondità.  La tappa romana è stata al teatro Eliseo.  Sara Smera, liceale viterbese, è riuscita a prendere online il biglietto, e ha deciso di condividere con TusciaUp le emozioni di quella serata speciale.

Se un anno fa mi avessero detto che Leopardi era in grado di insegnarmi la gioia di vivere, sinceramente non ci avrei mai creduto. La mia opinione è cambiata dopo aver assistito alla lezione-spettacolo del professor Alessandro D’Avenia al teatro Eliseo di Roma il 31 maggio.

È stata una grande emozione e mentre tornavo casa, cercando di rielaborare nel migliore dei modi tutte quelle nozioni di vita che il professore ci aveva dato, ho capito che finalmente avevo trovato due persone che prendevano sul serio me e tutte le mie domande, i miei dubbi. Erano quelle le parole che volevo sentirmi dire da tempo.

In quella serata mi sono sentita libera, perché avevo trovato qualcuno come me.
Qualcuno che come me pensa a fondarsi sulle stelle, che almeno una notte su trecentosessantacinque vuole sentirsi parte di una storia infinita e in quell’istante immerso nel buio, lontani dal brutto vizio di non sentirsi all’altezza della vita, esprimere nel silenzio  ciò che più ha a cuore…Questi sono attimi di rapimento, di bellezza. E la bellezza è sempre una chiamata.

In quelle ore Leopardi era passato per me dall’essere un poeta pessimista a colui che cercava i segreti della gioia di vivere.
Ho capito che anche lui si faceva le stesse stesse domande di noi ragazzi. Noi che vogliamo testimoni prima che maestri, con la tensione scritta nelle nostre anime, come fuoco che tutto è disposto a bruciare, arrivando ad ardere anche se stesso e se non trova cosa bruciare.

“Ed io che sono?”

È una domanda che spesso echeggia nella mia mente e il “canto notturno di un pastore errante dell’Asia” come dice D’Avenia, invita a tenere insieme i due grandi forse di questo componimento, ad abitare “la terra del forse” perché questo significa essere umani: accettare il destino che ti è capitato e chiederti “quale delle due affermazioni è vera?”
Lo slancio di immaginazione di cuore dove ci si rende conto che c’è sempre qualcosa di più rispetto a ciò che la vita sembra possa darci, non sapendo nemmeno cosa sia questo “qualcosa” ma ritrovandoselo nel cuore come una spina che non si può togliere?
O forse è più vera l’altra affermazione secondo la quale tutte le cose devono cadere, morire e finire in polvere?
Bisogna abitarle queste domande, fino in fondo, perché sono quelle giuste.

Un altro punto in comune che ho notato tra gli adolescenti e Leopardi sono gli amici. Nella vita di un adolescente gli amici sono fondamentali, sono quello di cui abbiamo più bisogno perché da soli non ci si salva. Gli amici sono quelli che ti vengono a prendere dove ti sei perso, che ti proteggono da te stesso quando non vedi più quella benedizione che sei per il mondo, perché ognuno di noi lo è e lo percepisce nel suo momento di rapimento. Sono quelli che riparano pezzo per pezzo quella fragilità, che ti salvano dall’abisso e ti stanno vicini nel pianto. Quell’amicizia che anche non potendo raggiungere il buio ti accompagna nel viaggio attraverso la notte interiore, che salva perché ripara la nostra immagine più vera, e non per un tornaconto personale.

Ho trovato qualcuno che mi incita a trovare il coraggio di cercare, più che di fuggire, di creare senza la paura di fallire, e di abitare il dolore. Sentendo le parole “A che tante facelle e io che sono? Ove tende questo vagar mio breve?” quella sera ho avvertito l’eco di qualcosa che mi apparteneva, che avevo sempre voluto esprimere e finalmente qualcuno l’aveva fatto per me.

Un’altra cosa che ha attirato la mia attenzione è stato il fatto che Giacomo fosse convinto che la bellezza trasforma il mondo in un incontro mentre la bruttezza lo trasforma in un agguato. È per questo che bombardando i nostri occhi di immagini, video, notizie di distruzione e disincanto ci sentiamo impauriti e minacciati. Piano piano permettiamo alla bruttezza di conquistare il nostro cuore quando invece solo la bellezza spinge ad amare e riparare. Solo chi ama fa qualcosa di bello al mondo.

Allora per tornare a fondarci sulle stelle, non per una sola notte, dovremmo abbassare un po’ tutte queste luci che ci circondano e ritrovare la fragilità del mondo.
Guardando le stelle in silenzio, capiremmo che, la bellezza ci salva dallo smarrimento.

“L’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.”

Sara Smera

3° liceo linguistico Mariano Buratti 

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