Lavandaie della Tuscia: “Manteniamo viva una tradizione”

Questa lavandaia, piccola e sottile com’era, possedeva una forza che le veniva da generazioni di antenati contadini … sollevava il pesante pacco, lo caricava sulle spalle strette e lo portava nella lunga strada verso casa. … Ogni pezzo di biancheria splendeva come argento lucidato. … Non posso immaginare il paradiso senza questa lavandaia. Non posso neppure concepire un mondo dove non esista una ricompensa per un simile sforzo.

Simonetta Chiaretti, raccontandoci dell’antico mestiere delle lavandaie, ci parla del ritratto della lavandaia di Isaac Bashevis Singer, per non dimenticare che è stato uno dei mestieri più umili e faticosi, una tradizione da mantenere viva nel tempo, da recuperare e valorizzare.

È stata sua l’idea di fondare la Compagnia delle Lavandaie della Tuscia, di cui è la presidente. Un gruppo di donne, nato nell’ambito del Festival Lacuaria organizzato nel 2013 dal Club Unesco Viterbo Tuscia, che ha conservato l’uso e l’arte di lavare i panni nelle acque del lavatoio pubblico di Bolsena, entusiasmato all’idea di recuperare e valorizzare un’eccezionale esperienza tradizionale di lavoro e di socializzazione.

Trenta tra donne e bambine lavano il bucato indossando abiti poveri e intonando filastrocche, nenie, giochi mimati e cantati della tradizione orale del lago di Bolsena, rigorosamente appresi a memoria, senza l’ausilio di spartiti o testi scritti. Le “Lavate-Cantate” , le originali esibizioni del gruppo, trovano nei lavatoi il loro scenario naturale in cui l’improvvisazione teatrale e canora, la fantasia e lo scherzo, coinvolgono ogni volta il pubblico in una vera e propria festa dell’acqua. Il gruppo ha ormai consolidato una vocalità femminile antica, naturale e volutamente  “grezza”, con sbavature ritmiche e dal particolare timbro che sembra nascere da una ferita, tipico dei canti di lavoro.  “Tutto questo materiale è stato raccolto da me nel corso degli anni, attraverso la trasmissione orale da parte delle persone più anziane, che erano depositarie di una cultura immateriale che altrimenti sarebbe andata dispersa – racconta Simonetta – essendo io una cantante e musicista, ho poi utilizzato la mia competenza specifica per rielaborare il materiale raccolto, riadattandolo per coro di voci femminili. Alcuni dei brani del nostro repertorio sono invece stati composti direttamente da me ispirandomi alle antiche melodie del canto popolare e di lavoro. Abbiamo già registrato una prima serie di brani del nostro repertorio per la realizzazione di un disco che dovrebbe uscire a breve”.

La Compagnia delle Lavandaie è una “compagnia instabile”, come la definisce Simonetta, che coinvolge diverse generazioni. Le maestre lavandaie, le più anziane, che conoscono maggiormente l’arte del lavaggio e ancora lo praticano, quasi quotidianamente. Ad esse si unisce una generazione intermedia che ha di questa pratica un ricordo molto vivido in quanto da bambine l’avevano esercitata accompagnando nei lavatoi le madri, le nonne e le zie. Poi ci sono le giovani donne che hanno conosciuto soltanto le lavatrici domestiche e che hanno imparato a lavare a mano nei lavatoi frequentando la Compagnia. Infine le bambine dai tre ai dieci-undici anni, che vivono come uno straordinario momento di gioco e di socializzazione l’esperienza del lavaggio, il quale assume così anche una valenza altamente educativa.

Simonetta ha valorizzato l’arte delle lavandaie riportando alla luce alcune vecchie pratiche dismesse che ha insegnato al gruppo. In questo il suo vademecum è stata la zia Rosa. “Mia zia Rosa è una lavandaia per vocazione. Ha continuato a lavare i panni della famiglia quotidianamente, anche due volte al giorno, pur possedendo, come quasi tutti dagli anni Settanta in poi, la lavatrice in casa. Da lei ho appreso alcune delle pratiche dismesse ormai da circa settanta anni come la bucatara, che consisteva nel porre a bagno per un’intera notte i panni in un recipiente di terracotta con acqua calda e cenere. Il mattino dopo, il risciacquo nella vasca dell’acqua chiara del lavatoio era una vera e propria festa. I panni trattati con la cenere risultavano bianchissimi e avevano un profumo inconfondibile. Quando non esistevano i lavatoi, le donne lavavano sulle rive del lago o nei fossi, e i panni stesi sui prati o sui rami degli alberi dovevano essere un vero spettacolo”.

Le lavandaie cantano e lavano non solo nel lavatoio pubblico di Bolsena. Hanno fatto conoscere questa antica tradizione in tutta Italia: oltre al Jazz Up-Caffeina di Viterbo e al Festival Italiano di Permacultura, sono state all’Umbria Folk Festival, al Grande Picnic in Vendemmia organizzato a Montecchio Maggiolata di Assisi. Il 3 settembre, in occasione della festività di Santa Rosa, saranno ospiti presso la Prefettura di Viterbo; mentre il 19 settembre parteciperemo al progetto culturale “Pitigliano-Gerusalemme” promosso dalla Diocesi di Pitigliano, Sovana e Orbetello.

Ma è nel lavatoio monumentale di via Gramsci e in quello più piccolo, ma molto suggestivo del quartiere Castello a Bolsena dove, soprattutto le maestre lavandaie, amano incontrarsi quotidianamente. “Bolsena per noi è uno dei luoghi più rappresentativi della Tuscia, per la sua bellezza, la sua storia e per la forza delle sue tradizioni religiose e culturali. La Tuscia, che sta finalmente consolidando la sua identità, con i suoi suggestivi paesaggi, borghi e città, costituisce il contesto territoriale naturale per la nostra attività. Siamo orgogliose di contribuire anche noi a questa valorizzazione, con la riscoperta di spazi urbani come lavatoi, fontane e corsi d’acqua caduti in disuso nel corso degli anni e non più frequentati”.

Le foto sono di Sante Perosillo

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