La Tuscia di Alessandro Kokocinski continua con Giovanna

Paola Maruzzi

L’artista di fama internazionale Alessandro Kokocinski se n’è andato lo scorso 12 dicembre nella sua casa a Tuscania. Una morte inaspettata che scompagina il cantiere di idee su cui stava lavorando nonostante la malattia, una “caduta libera”, come la definisce la moglie Giovanna Velluti, che ci lascia in eredità una Tuscia mascherata da laboratorio creativo.

Kokocinski ha viaggiato e vissuto in tanti e diversi Paesi, dall’Argentina alla Cina. Apolide nel sangue e “cittadino del mondo” come amava dichiararsi, aveva scelto Tuscania come luogo elettivo.

“L’incontro avviene quasi per caso nei primi anni 2000 – racconta la moglie –, all’epoca viveva a Roma. Era in cerca di ampi spazi per potersi muovere e scolpire liberamente e un’amica gli parlò del Supercinema, all’epoca dismesso. In un primo tempo fu questo il suo studio, poi rimase folgorato dall’ex chiesa duecentesca di San Biagio, in particolare dalla luce che trapelava all’interno, e decise che quella sarebbe stata la nuova casa delle sue opere”.

In questi anni tanti studenti e giovani artisti provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero hanno bussato alla sua porta. Kokocinski li lasciava entrare, parlava volentieri con tutti ma Giovanna era una delle poche presenze a cui era consentito stargli accanto durante il lavoro. “Amava il silenzio. Tutt’al più ascoltava la musica. Vita e lavoro erano un tutt’uno per Alessandro. Quando era ispirato dimenticava persino di mangiare”.

Ore intense chiuse nello studio intervallate da passeggiate nella luce morbida di Tuscania. “Abbiamo amato questi paesaggi che penetrano l’animo, così carichi di suggestioni emozionali. Camminare era per Alessandro un occasione per meditare e la Tuscia, con la sua natura forte nei colori, ha sempre evocato in lui un fascino cinematografico. Non è un caso che queste terre abbiano conquistato Zeffirelli, Orson Wells, Pasolini, Fellini e Gasman”.

Tra le “piccole fughe” care ad Alessandro ci sono quelle a Bolsena. “Era un ottimo nuotatore, passava ore in acqua. Preferiva il lago al mare, forse perché gli ricordava l’infanzia. Andavamo spesso anche a Tarquinia, a Bomarzo e a Vulci. Insieme abbiamo esplorato i musei etruschi e da queste escursioni è nata la voglia di sperimentare le terre cotte”.

Grazie a Kokocinski, che ha attraversato il Novecento e dialogato con le sue menti più lucide (Moravia, Levi e Pasolini solo per citarne alcuni), Tuscania è diventata un crocevia in incognito di artisti, registi e intellettuali. Alcuni dei nomi che hanno gravitato nel suo universo domestico sono, di recente, Margaret Mazzantini, Sergio Castellito, Philipe D’Averio, Vittorio Sgarbi, il giornalista Paolo Conti e l’ex compagna Lina Sarti, carissima amica che ha per anni ha condiviso con la vita e il palcoscenico con Koko.

“La nostra casa è sempre stata un punto di ritrovo. Tutti i nostri amici sapevano che potevano venire e restare”.

Con negli occhi le immagini oniriche della sua ultima personale al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e le illustrazioni per il libro di María Kodama, moglie di Borges, ancora fresche di stampa, è difficile credere che Kokocinski non sia più tra noi.

A dare voce alla sua poetica ci sono i progetti che, promette la moglie, piano piano prenderanno forma. “Stavamo lavorando a un calendario di appuntamenti fissi per consentire l’apertura al pubblico dello studio di San Biagio. Poi uscirà una raccolta di sue poesie e scritti abbinati a disegni. A Buenos Aires verrà collocata la scultura in bronzo di sei metri dedicata le vittime dell’attentato terrorista del 1994 subito dalla comunità israelitica argentina. La vita è una, viviamo come se fosse l’ultimo giorno, mi ripeteva. E allora tutto quello che è stato avviato da Alessandro non va fermato”.

Sabato 17 febbraio alle ore 12.00, a Labro, presso il Torrione, avrà luogo la cerimonia di messa a dimora di un albero di faggio dedicato ad Alessandro Kokocinski. Il faggio è un albero non solo nobile ma pieno di simbolismo ed è l’unione tra il cielo e la terra.

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