La storia di ALo, da Viterbo a Bruxelles per disegnare

Sui social si chiama Alo Alo Alo. Nella foto profilo è ritratto come una rockstar in bianco e nero con la t shirt d’ordinanza dei Ramones, mentre la foto di copertina è quella che svela il lavoro di ALo. Questo il tag usato nelle sue tavole. Alo, all’anagrafe di Viterbo è registrato come Alessandro Pastori, classe 1978, professione: illustratore a Bruxelles.
Raggiungo Alessandro via Skype una domenica mattina, dopo un giro al mercato. La capitale belga in questo periodo è ancora blindatissima dopo gli attentati di Parigi: «Ero alla Gare du Midi, dove fanno un mercato domenicale, la maggior parte degli ambulanti sono arabi, c’è un’allegra confusione e sembra di stare a Napoli. Ora le misure di sicurezza si sono allentate, ma quei dieci giorni dopo Parigi sono stati abbastanza tetri, conditi da un clima pesante di diffidenza».

Molti a Viterbo se lo ricordano proprio come musicista: capellone, piercing, tatuaggi, e lo sguardo bistrato che ha reso famosi i Cure. Girava con la sua band in un pulmino Volkswagen bianco col volante zebrato. Una chicca che non passava certo inosservata tra le vie di Viterbo e che ora spunta ciclicamente, col sole o con la pioggia, nei disegni firmati ALo.

Ma in realtà Alessandro, oltre alla musica, ha una passione ancora più grande: disegnare. Ora è diventato il suo mestiere, a Bruxelles, dove lavora per un’agenzia con base a New York che ha contatti con le case editrici di tutto il mondo specializzate nelle illustrazioni per l’infanzia, un settore del mercato editoriale in costante crescita. Tempo neanche un anno e ALo ha già illustrato cinque libri sulle fiabe di Esopo e altri racconti per ragazzi. Ora sta lavorando a un’edizione de “Il mago di Oz” che uscirà negli Stati Uniti. La sua Dorothy è un peperino che mantiene sembianze e look di Judy Garland nel celebre film del 1939 ma è un tantino più sanguigna, basta guardare le cinque dita che ha stampato sulla guancia del leone pavido. Nel frattempo una importante casa editrice europea ha adocchiato le sue tavole e gli ha proposto di fare un libro tutto suo di disegni e storie per adolescenti, dai 13 ai 15 anni.
«Come tutti gli hobby che si trasformano in lavoro all’inizio mi faceva paura. E invece sono contento, alla fine faccio quello che mi piace». Certo, con una dose di autodisciplina prima sconosciuta: «Ora disegno dodici, a volte tredici ore al giorno e studio tantissimo».
Ma come è iniziato tutto? Alessandro non ha mai frequentato un corso per disegnatori, né tantomeno è uscito dal liceo artistico: «Ho sempre disegnato da quando ero piccolo, è anche una tradizione di famiglia, su quattro zii, tre sono pittori. Volevo fare il veterinario, disegnavo sempre animali». E gli animali campeggiano nelle sue tavole sornioni, buffi, languidi, incantati, umanizzati. Hanno piume improbabili o lunghi e rigogliosi capelli a forma di rami.
«Per quindici anni ho fatto il magazziniere in un negozio di autoricambi a Viterbo, facevo il mio lavoro e continuano a suonare il basso. E a disegnare. Avevamo un gruppo, i Six Tight, facevamo pop. Abbiamo suonato dappertutto: al River Side, al Blitz, al Due righe, praticamente in tutta la provincia, a Roma, in Puglia più volte e poi in Liguria abbiamo pure partecipato a un concorso. Abbiamo pure inciso un cd con 12 canzoni “Tutto quello che so”, dovrebbe essere ancora sugli scaffali dell’Underground. Passavo le ore da Carta viva, il negozio di fumetti in via Macel Gattesco, vicino a piazza delle Erbe, a Viterbo. Ero innamorato dei fumetti americani: Topolino, prima di tutti, anzi Paperino, il personaggio più realistico che ci sia, è fantastico. Disegnavo su carta poi alla fine degli anni 90 ho scoperto Photoshop, un mondo. Ma non ho mai abbandonato matite e acquerelli. Avevo un blog dove pubblicavo i disegni e tutto quel che mi girava per la testa. Poi mi ha contattato un disegnatore, Federico Di Stefano, che mi scrisse in privato e mi diede dei consigli. Io non avevo basi e lui mi parlò di anatomia e colore, tutte quelle regole non scritte che bisogna tenere presente davanti alle tavole. Dieci anni fa, la scoperta per caso del mio punto di riferimento: Bobby Chiu, un artista canadese. Due anni fa ero stufo di stare in Italia e sono partito per il Belgio».
Con i bambini niente è scontato, spiega Alessandro. Non hai limiti di fantasia ma devi assumere sempre qualche accorgimento: magari limare le dentature affilate di orche e squali o fare attenzione a certi assiomi del loro immaginario. Tipo? «La tartaruga è verde, non si discute».
A Viterbo, ALo, torna ogni due mesi. «Viterbo per me è bellissima. E’ una delle città è più belle d’Italia, quando sono partito la odiavo, ci stavo stretto, però ogni volta che torno… A Natale ho portato degli amici in posti che non troverai in nessuna guida turistica, e mi sono emozionato». Li ha portati nel luogo dove scatta uno strano senso di appartenenza condiviso da chi è cresciuto a Viterbo negli anni 90 o da chi si lascia affabulare dagli improvvisi labirinti di peperino. Ovvero? «Il lavatoio, dietro al liceo classico Buratti. Un angolo dove puoi vedere tutta Viterbo concentrata in venti metri quadrati. Ci sono gli archetti, i saliscendi, le scalette cupe. Che malinconia! Quando torni sembra che non te ne sei andato mai». Ti ricordo che sei un rocker. «Eh ma io quando ritorno, ridivento viterbesissimo, faccio tutto il giro canonico del sabato con gli amici: Due Righe, Lucio, il Blitz. Sai cosa mi manca? La pizza bianca del forno e i tramezzini che qui non esistono» Altri angoli che ti scatenano la saudade della Tuscia? «Piazza Dante e i vicoletti bui che partono dal corso»
«Qui vado spesso a disegnare al parco, e spesso ci sono quattro cinque bimbi che mi gironzolano attorno e quindi a un certo punto stacco un foglio e faccio disegnare anche loro. A Prato Giardino l’ultima volta che sono andato là con il blocco si sono avvicinati i vigili per chiedermi che facevo» (sorride). Ma è ora di tornare al computer: oggi Alessandro è alle prese con lo studio della figura di una pin up anni 50 stilizzata. Per ora, dice, vivrà a Bruxelles. Anche se? «Anche se mi piacerebbe tornare, alla fine basta una connessione internet e puoi lavorare in tutto il mondo. E Viterbo… Viterbo avrebbe mille potenzialità.

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