I Ragazzi del ‘67: sotto “Gloria” i racconti del fermo del Volo d’Angeli

Cristiano Politini

Una serata quella del 7 settembre all’insegna dei ricordi e dei racconti organizzata sotto la Macchina di Santa Rosa con “I ragazzi del ‘67” che hanno incantato, emozionato e tramandato testimonianze uniche del fermo del Volo d’Angeli alla popolazione viterbese accorsa sulle scale di Santa Rosa. Sensazioni, memorie, qualche risata ma soprattutto tanta passione e amore per la Santa. Durante la serata aperta dal presidente del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa, Massimo Mecarini, “i ragazzi del ‘67”, insieme a “La Banda del Racconto” e al padre di “Gloria”, Raffaele Ascenzi, hanno ricordato l’evento che ha lasciato un segno forte e che ha provocato una ferita ancora oggi viva nei cuori degli stessi facchini.

Proprio l’architetto Raffaele Ascenzi ha ringraziato i ragazzi del ‘67 e ha introdotto l’incontro. “Venendo qua ho pensato a due storie, quella della macchina del 1967 e quella della macchina del 1986. I miei miti, oltre a essere i facchini del 1967, sono quelli del trasporto del 1986. Entrambi questi ragazzi hanno sopportato una fatica enorme e oggi dobbiamo ringraziare il lavoro del Sodalizio che, di anno in anno, continua a lavorare per la formazione della squadra migliore. Un altro paragone da fare è quello della realizzazione di due macchine: il Volo d’Angeli e Gloria. Nel 1967 non c’erano le tecnologie che abbiamo oggi noi progettisti e tecnici. Infatti, il primo quesito che ci poniamo prima di realizzare un progetto è quello della trasportabilità e del suo peso. Sotto la macchina ci sono cento cuori e questi cuori vanno salvaguardati”.

Dopo l’intervento di Ascenzi i Facchini del 1967 hanno ammaliato il pubblico presente con testimonianze uniche, a partire da Nazzareno Serafini classe 1945. “Ho portato la macchina di Paccosi per cinque anni come spalletta. Poi con il Volo d’Angeli venni messo a capofila della quarta fila ciuffi. Ero molto contento di essere diventato un ciuffo. Sin dal momento del “sollevate e fermi” la macchina però iniziò a pendere dalla parte destra. Dopo la partenza da Piazza Fontana, non appena entrati in Via Cavour, la macchina cominciò a pendere ancor più in maniera impressionante, tanto che le spallette sinistre andarono a finire sopra al marciapiede in mezzo al pubblico. I Facchini non sono scappati via come dicono molti, ma si dovettero togliere. Arrivati al punto del fermo eravamo in una situazione molto pericolosa, tanto che il mento era arrivato a toccarci le ginocchia”.

Tra gli applausi dei presenti, ha preso poi la parola Ezio Morbidelli. “Nel 1966 ero già ciuffo con la Macchina di Paccosi. Quello che posso dire è che quando siamo partiti ci arrivò addosso un peso enorme. Era impossibile portare quella Macchina, eravamo veramente provati quando arrivammo a Piazza Fontana Grande. Ricordo che dicemmo a Zucchi che non si poteva continuare, ma il costruttore decise di tentare di arrivare almeno fino a Piazza del Comune. A Via Cavour eravamo praticamente inginocchiati, eravamo quasi a terra. Ricordo le donne che cercavano i mariti, poi arrivarono molte persone che ci aiutarono a sollevare la Macchina. Lì sotto, noi stavamo morendo, altro che sabotaggio”.

Le scene del Fermo sono state rievocate con realismo, con passione e con l’amore per Santa Rosa che contraddistingue i facchini. È stato quindi il momento di Guido Politini, storico facchino, fondatore e già vice presidente del Sodalizio. “Sono orgoglioso di essere qui. Mio padre è stato un facchino, lo sono stato anche io dal 1966 al 2008 con ben quarantacinque trasporti e oggi, grazie ai miei tre figli, la tradizione della nostra famiglia continua. Ricordo benissimo il giorno prima del trasporto del 1967. Ero a Porta Romana con mio padre e molti facchini erano increduli di quella macchina, quasi impressionati e dentro di me lo ero anche io. Il giorno del trasporto partimmo da Porta Romana con la macchina che pendeva a destra. Ricordo che avevamo le leve sulle spalle che dovevano entrare in azione da Piazza del Comune fino al sagrato di Santa Rosa. La Macchina pesava: nonostante tutto ciò che si dice, il facchino lì sotto diede l’anima, diede tutto. In conclusione vorrei rivolgere un pensiero e ringraziare i facchini del ’67 che non sono più tra noi e quelli ricoverati in ospedale”.

L’incontro ha visto anche la partecipazione de “La Banda del Racconto” che ha incantato il pubblico con la lettura di racconti ispirati alla festa viterbese e di una poesia in lingua dialettale dedicata al 3 settembre 1967, scritta dal poeta Franco Giuliani e interpretata da Pietro Benedetti.

Nei racconti dei Facchini del 1967 traspaiono tutti i sentimenti, le emozioni e il dolore fisico e interiore di quella sera. Infatti, i Facchini dopo il fermo sfilarono senza Santa Rosa sulle spalle fino al sagrato. In molti tornarono a portare Santa Rosa sulle proprie spalle, altri dovettero fermarsi per gli acciacchi fisici a riportati dopo il tragitto compiuto fino a Via Cavour. Ancora oggi ciò che traspare dalle parole dei facchini è il loro amore per la Santa, un amore genuino che il Capofacchino Rossi ha voluto condividere con tutta la comunità accorsa sotto “Gloria”. Infatti, dopo i ringraziamenti ai ragazzi del ‘67, i viterbesi si sono stretti nuovamente tutti insieme al grido di “Evviva Santa Rosa”.

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